lunedì 31 maggio 2021

Verso il processo sinodale

 

Verso il processo sinodale

 

   I nostri vescovi non  credono nel Sinodo come processo di riforma ecclesiale. Lo si capisce perché vi mettono al centro la  riconciliazione mediante  ricomposizione  basata su un nucleo di principi comuni, che in definitiva richiamano i valori non negoziabili  sui quali si basò la strategia politica della C.E.I. sotto la presidenza di Camillo Ruini (1991-2007).

  L’idea che papa Francesco ha del Sinodo mi pare diversa. Innanzi tutto è centrata sulla riforma e poi non sulla ricomposizione  mediante riduzione ideologica delle diversità, ma sul mantenimento delle diversità all’interno di un nuovo schema di politica ecclesiale che è quello del popolo - comunità.

  Negli anni ’70 la teologia del popolo fu connotata dalla convinzione che l’affidamento personale alla religione dovesse essere sorretto in un contesto di comunità coesa, non solo dalla soggezione alle istituzioni e alla dottrina. E’ stato osservato che la gente crede anche alle stranezze più inverosimili in una situazione collettiva in cui molti altri intorno manifestano di credere nelle stesse cose. Questo orientamento fu portato agli estremi nei movimenti neo-tradizionalisti, che sotto quell’aspetto innovarono molto pur all’interno di una mitologia che faceva riferimento alla tradizione, essenzialmente vista in opposizione specificamente alla teologia del laicato del Concilio Vaticano 2°. La loro strategia estrema è fallita: la nostra parrocchia, sotto questo aspetto, ne può essere considerata l’esempio. Ma fallì anche quella più blandamente comunitaria che fu alla base del rinnovamento della catechesi dagli anni ’70.

   Il problema è questo: una comunità molto coesa, costruita sul modello della famiglia, satura la capacità di relazioni interpersonali dei suoi componenti, che per la fisiologia della nostra mente è limitata, e appare quindi chiusa verso l’esterno. Non è adatta per l’azione missionaria.

  E’ stato osservato che i  neo-tradizionalisti si sono manifestati capaci di costruire una loro tradizione, a differenza dei conciliari. Quindi abbiamo abbondanza di giovani preti neo-tradizionalisti. Patrocinando vescovi provenienti dai ranghi del proprio clero i neotradizionalisti cercano di influire sugli orientamenti degli episcopati nazionali e di contare anche nella scelta dei Papi. Finora la gerontocrazia che controlla quelle nomine non ha lasciato loro molto spazio, ma la situazione potrebbe cambiare. Ad eccezione di parte dell’America Latina, l’episcopato extraeuropeo appare di orientamento neotradizionalista.

2. Le questioni principali che dovrebbero essere affrontate in una riforma di tipo sinodale, quindi non imposta da una qualche autocrazia, sono quelle della libertà personale, in tutti gli aspetti, del ruolo delle persone laiche e, in particolare, delle donne, e della democrazia, l’unica alternativa all’autocrazia. Quella relativa al laicato si riflette necessariamente sul clero. Non è possibile, infatti, istituire sedi di co-decisione senza riformare l’autocrazia del clero.

  Non credo che si possa arrivare a una vera riconciliazione  tra gli orientamenti  conciliari  e neotradizionalisti, secondo l’auspicio del nostro episcopato, ma è senz’altro possibile risolvere i contrasti secondo principi democratici, nel senso inteso dalle democrazie contemporanee, il che comporta innanzi tutto la rinuncia a demolire ed estromettere chi la pensa in modo diverso. La democrazia, come oggi la si intende, e la si intende anche secondo l’influsso notevolissimo che vi hanno avuto i cristiani dagli anni Cinquanta, è un sistema di limiti secondo valori, essendo questi ultimi sottratti alla legge della maggioranza. I principi fondamentali limitano anche il popolo e le maggioranza.  Uno di essi è che nessun potere sociale deve essere  illimitato: significa ripudiare qualsiasi autocrazia. Un altro è quello dell’uguaglianza in dignità che comporta la libertà della persona: di coscienza, di pensiero, di parola, di azione sociale. Un altro ancora è il rispetto della socialità della persona e quindi delle formazioni sociali  da essa espresse. C’è naturalmente anche la libertà religiosa, nei due aspetti di libertà della  religione e dalla  religione. L’accettazione di quest’ultima è ancora piuttosto ostica al nostro episcopato nazionale. La nega sulla base del principio maggioritario che in altri campi rifiuta: gli italiani sarebbero in maggioranza cattolici. La statistica lo smentisce e allora le si ribadisce che, a fini di imporre costumi religiosi, non bisogna considerare la pratica liturgica e l’adesione ai valori non negoziabili (che sarebbero negazione dell’aborto, della procreazione assistita, dell’eutanasia, delle unioni civili omosessuali e i finanziamenti e privilegi fiscali per le istituzioni cattoliche, un campionario piuttosto ristretto all’apparenza) ma un generico e blando riferimento alla spiritualità dei miracoli e delle persone e santuari miracolanti e al culto della persona dal papa. Naturalmente quanto conta i fedeli per attribuire qualche limitata corresponsabilità la nostra gerarchia è molto più esigente e sembra che non le vada mai bene come i laici si presentano. Cerca laici remissivi, emarginando duramente quelli che non lo sono, ma poi si lamenta della loro remissività. Cerca di inculcare nei laici la docilità e poi si duole del loro clericalismo.

  Nell’Introduzione  del card. Bassetti alla recente Assemblea generale della C.E.I, conclusasi lo scorso 27 maggio, c’è una dura critica della democrazia, concepita essenzialmente come metodo decisionale basato sulla maggioranza, il che metterebbe in pericolo i valori evangelici. Storicamente questi ultimi però sono stati lesi ben più gravemente dall’autocrazia clericale. Le democrazie, al contrario di quell’autocrazia, si sono dimostrate capaci di rapide ed effettive riforme e hanno anche molto attenuato certe asprezze antireligiose che si manifestarono nella Francia rivoluzionaria nel Settecento. La più spettacolare di queste riforme, una cosa mai vista nella storia dell’umanità, è costituita dal processo di unificazione europea, che si è fatto prendendo molto come riferimento la dottrina sociale e, in particolare, il principio di sussidiarietà caratteristico della dottrina sociale pontificia dagli anni ’30. In quel processo hanno avuto infatti una parte essenziale i democratici cristiani, che ancora ne hanno la direzione.