lunedì 10 maggio 2021

Sinodo e Parlamento

 

Sinodo e Parlamento

 

 Che differenza c’è tra il Sinodo dei vescovi e un Parlamento?

  Entrambi sono organismi politici, perché partecipano al governo della società di riferimento. La politica è infatti il governo della società. E anche il Sinodo si propone questo: in particolare, come è scritto nel Codice di diritto canonico di prestare “un’efficace collaborazione al Romano Pontefice, secondo i modi da lui stesso stabiliti, nelle questioni di maggiore importanza”.

  Il Parlamento è un’istituzione democratica, il Sinodo non lo è.

  I membri del Parlamento rendono presente  il popolo e, in questo senso, lo rappresentano. Vengono infatti eletti dai cittadini ai quali sono riconosciuti i diritti politici.

   I vescovi, nel Sinodo, rendono presenti solo se stessi e le conferenze episcopali che li hanno eventualmente eletti. I vescovi sono stati istituiti dall’alto per governare una porzione del popolo dei fedeli, ma non ne dipendono e non lo rappresentano.  Partecipano al Sinodo per quel loro governare e in quanto eletti dalle assemblee delle loro conferenze episcopali, per quelli che lo sono. Nel Sinodo dei vescovi, i vescovi devono essere in maggioranza. Il Papa può nominare altri membri, vescovi  e non, a sua discrezione; altri membri sono eletti da istituti religiosi del clero: nessun membro del Sinodo  è quindi espressione rappresentativa del popolo dei fedeli. Quest’ultimo può essere presente solo con varie figure di consulenti, senza alcun diritto, prima della nomina,  a presenziare o partecipare e, naturalmente, senza alcun diritto a decidere.

  Il Parlamento è espressione della partecipazione politica dei cittadini, che si esprime però in molte altre forme, sedi e istituzioni: infatti non sono solo i parlamentari a  fare politica. Fondamentale nella democrazia è un sistema di principi valoriali che comprende precisi limiti ad ogni potere politico e, quindi, innanzi tutto quello che nessun potere politico debba essere illimitato.   Nelle democrazie occidentali contemporanee quei valori riguardano anche diritti di libertà, di espressione e a prestazione sociali, come, ad esempio, il diritto alla salute, che tanto viene in rilievo di questi tempi di pandemia. Inoltre è essenziale la costante partecipazione del popolo all’azione politica mediante i partiti e altri gruppi esponenziali di orientamenti politici, ad esempio i sindacati  o altre esperienze associative. L’Azione Cattolica Italiana è uno dei maggiori di questi gruppi; in particolare opera nel campo della formazione alla politica.

  Il Sinodo dei vescovi è invece espressione dell’organizzazione autocratica della nostra Chiesa, nella quale il potere del Papa non trova alcun limite, quello dei vescovi è limitato solo da quello del Papa, in particolare dal sistema normativo da lui deliberato e dai suoi atti di governo, e tutti gli altri diritti affievoliscono di fronte al potere del Papa e dei vescovi. Questi ultimi, quanto ai Sinodi diocesani, sono definiti unici legislatori,  e tutti gli altri, chierici e non,  hanno solo voto consultivo.

  L’organizzazione autocratica della nostra Chiesa è un lascito della sua storia, e un lascito molto antico. Fin dal Secondo secolo si affermò il modello monarchico di episcopato. L’affermazione del Papato romano sugli altri patriarcati fu molto più tarda. Essa fu costruita giuridicamente e teologicamente come un impero religioso dall’Undicesimo secolo, e questo produsse la separazione dei Patriarcati orientali e dell’Impero bizantino, sotto la cui autorità si erano svolti nel Primo Millennio i Concili ecumenici che avevano deliberato i principali nostri dogmi di fede.

 Sento spesso precisare che il Sinodo non è un Parlamento non solo nel senso che ho sopra precisato, ma nel senso che sarebbe qualcosa di più. E si aggiunge che la Chiesa non è  una democrazia. Effettivamente la nostra organizzazione ecclesiale non è strutturata democraticamente, ma non c’è tanto da esserne fieri.

   La dottrina teologica sulla Chiesa presenta aspetti che non riguardano principalmente  la politica, ma la sua natura. Trattando invece del suo governo, quindi della Chiesa come organizzazione sociale, della sua politica e della sua struttura decisionale, quindi del problema di chi comanda e in che misura e secondo quali principi, l’autocrazia non appare conseguire necessariamente a quella teologia e, ai nostri tempi, è sicuramente qualcosa  di meno  della democrazia. Nelle narrazioni evangeliche non troviamo un’autocrazia simile, anche perché il Maestro non esercitò mai un potere politico, pur definendosi “Re”. Il suo Regno, disse, non è di questo mondo. L’autocrazia ci deriva dalla nostra lunga storia che, in quanto antica, è anche ritenuta autorevole. Ed effettivamente la democrazia, come oggi la intendiamo, è un fenomeno storico piuttosto recente, contro il quale, va detto, il Papato romano ha strenuamente combattuto politicamente in varie parti del mondo e, in particolare, in Italia, durante il processo di unificazione nazionale che si concluse nel 1870 con l’abbattimento per conquista militare del piccolo regno territoriale che il Papi avevano nel Centro Italia. Si arrivò a scomunicare il Re e il Presidente del Consiglio dei ministri che ordinarono quella conquista, salvo poi, circa un secolo dopo, definirla “provvidenziale”.

  L’autocrazia è qualcosa  di meno  della democrazia perché non consente una reale partecipazione del popolo ai processi politici.

  Autocrazia e democrazia sono procedure politiche per la composizione dei conflitti. La prima si basa sulla condivisa sottomissione al potere degli autocrati che l’animano, la seconda sull’abolizione di ogni potere autocratico e sul consenso su valori e limiti ad ogni potere e sulla dignità di ogni cittadino.

  La teoria delle situazioni di conflitto può essere sintetizzata come segue:

   Si parla di conflitto quando si manifesta una situazione di contrapposizione tra persone o gruppi per un certo interesse od orientamento sociale, dove il potere sugli altri è l’interesse più importante perché mediante azioni collettive si possono conseguire risultati maggiori.

  La guerra, tra stati o civile all’interno di uno stato,  è un conflitto combattuto con la violenza, quindi al di fuori di una procedura di composizione, in genere quando le procedure esistenti hanno fallito e tra le parti in conflitto si genera uno squilibrio significativo per cui una ritiene di poter prevalere combattendo.

 Le procedure predeterminano i criteri di prevalenza politica senza che ci si debba fare guerra.

  Bisogna distinguere tra:

-conflitti all’interno dei piccoli gruppi;

-conflitti tra grandi gruppi;

-conflitti tra sistemi politici (stati)

 L’emotività interpersonale gioca un ruolo prevalente solo nei primi.

  Nei secondi prevalgono  gli elementi culturali, in particolare quelli mitici.

 Negli ultimi prevalgono gli elementi istituzionali.

   I conflitti tra entità maggiori comprendono gli altri.

   La risoluzione di quelli tra entità maggiori richiedono la risoluzioni di problemi istituzionali e culturali, oltre che politici.

  Quelli tra grandi gruppi la demitizzazione delle contrapposizioni.

  Quelli all’interno dei piccoli gruppi l’avvicinamento e la conoscenza interpersonale: qui lo spirito religioso può fare la differenza se favorisce l’avvicinamento, ma anche se non lo favorisce demonizzando l’altra parte. Storicamente le religioni sono stante anche controproducenti per la pace.

  Poiché, a qualsiasi livello, siamo confinati dal punto di vista interpersonale in piccoli gruppi, la dinamica dei piccoli gruppi è molto importante anche nella risoluzione dei conflitti maggiori. Nelle assemblee come i Sinodi o i Parlamenti si lavora in piccoli gruppi, in genere chiamati commissioni o sottocommissioni, riservando alla sede plenaria solo l’approvazione delle delibere finali.

  La bontà e gentilezza d’animo sono molto importanti nella risoluzione pacifica e senza prevaricazione dei conflitti nei piccoli gruppi. Nei conflitti tra entità maggiori è essenziale la capacità di elaborazione culturale, della quale quella istituzionale e giuridica  è manifestazione.

  In ogni conflitto la pacificazione senza prevaricazione si ha solo se le parti si trovano in una condizione di stallo, tale che nessuna di esse abbia la forza di prevalere totalmente senza subirne conseguenze controproducenti, altrimenti questa forza verrà sempre  esercitata. La storia purtroppo ce lo dimostra. Paradossalmente, quindi, condizione della pace è di riuscire ad organizzare un contropotere valido alla resistenza contro quello che preme per prevalere. La lotta nonviolenta teorizzata e praticata da Ghandi in India dagli anni ’30 si basa su questo presupposto.

  In una procedura di composizione dei conflitti come tipicamente sono quelle democratiche, ma anche quelle sinodali, il risultato è tanto più efficace quanto più le parti in causa vi sono rappresentate realmente e raggiungono un effettivo consenso. Un conflitto guerreggiato può essere prevenuto, risolto o spento, solo se le parti in causa, realmente rappresentate, convengono sulla procedura di composizione, rinunciando al conflitto combattuto.

  Il Sinodo dei vescovi cattolici è scarsamente rappresentativo del popolo dei fedeli e inoltre è soggiogato dall’autocrazia papale. La composizione dei conflitti che si può ottenere con le sue procedure potrebbe essere poco efficace. Inoltre le delibere che vi si approvano sono soggette alle incognite della successione nel Papato: con un nuovo Papa potrebbe cambiare tutto.

  Si osserva però che nei Parlamenti spesso i conflitti rimangono endemici, e questo è senz’altro vero in quanto essi non vengono occultati o silenziati. Tuttavia  nelle democrazie Europee i processi democratici centrati sul Parlamenti hanno portato al più lungo periodo di pace mai vissuto nel Continente.

 Si parla di spirito sinodale  dei fedeli, ma non si spiega bene in che cosa consiste, visto che essi, in definitiva contano poco o  nulla. Significa accettare di continuare a contare poco o nulla? Ma i fedeli sono divenuti insofferenti di contare poco o nulla, in particolare dell’emarginazione della donne. Questo, nel contesto democratico dell’Europa contemporanea determina una situazione di conflitto tra fedeli e la gerarchia che il Sinodo potrebbe non riuscire a comporre perché l’autocrazia gerarchia vi domina. D’altra parte quest’ultima non domina nella società, nella quale si è quindi prodotto, con riferimento a quel conflitto, una situazione di stallo.

  Uno spirito democratico  è molto più definito: significa rinunciare all’autocrazia, riconoscere alle altre persone e agli altri gruppi pari dignità e libertà di espressione, rinunciando alla prevaricazione ideologica.

 Nello statuto diocesano dell’AC romana, l’AC è definita palestra di democrazia  e, in quello nazionale, un’esperienza popolare e democratica. L’AC, in effetti, non è un’autocrazia e pratica a tutti i livelli la democrazia. Venne costituita nel 1906 proprio per incidere sulla democrazia con i metodi della democrazia. Partecipando al processo sinodale che la Chiesa italiana ha iniziato da quest’anno, vi porterà sicuramente questa sua sensibilità, cercando di elevare  lo spirito sinodale  verso quello  democratico, tenendo conto naturalmente delle particolarità di quel corpo politico che è attualmente l’organizzazione ecclesiale, la quale, ad esempio, è libera da tutti gli assilli di potere che hanno gli stati e vorrebbe esercitare il governo come colui che serve e secondo una certa mitezza, secondo le esortazioni evangeliche.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli