sabato 1 maggio 2021

Ripubblico, dal 1 maggio 2016 

Primo Maggio, Festa dei Lavoratori

 

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Carissime e carissimi,

 nonostante la pandemia, siamo riusciti a mantenere vivo il nostro gruppo. Con maggio termineremo le attività per quest’anno associativo. Se la pandemia lo permetterà, riprenderemo ad ottobre, in parrocchia.

 L’8 e il 15 maggio dialogheremo rispettivamente sul capitolo 7° e 8° dell’enciclica “Fratelli tutti”. Il 22 maggio. di nuovo in parocchia, faremo un bilancio dell’anno associativo.

 Il 22 maggio alle 17:30 riprenderemo a riunirci in sala rossa! Ma attiveremo anche il collegamento in Google Meet, per chi non potesse venire in parrocchia.

 I link e i codici di accesso sono già stati inviati per email, WA e con la "Lettera ai soci" di maggio.

Arrivederci a presto!

                                         Giulia                    

 

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 La Festa del Primo Maggio è dedicata ai lavoratori, non al lavoro. Ebbe origine sindacale, negli Stati Uniti d’America, a fine Ottocento, in particolare dopo una dura repressione di una manifestazione sindacale a Chicago, nello stato dell’Illinois. Ma in Europa assunse anche un significato marcatamente politico, dopo che fu adottata, nel 1889 a Parigi, dalla Seconda Internazionale Socialista, l’organizzazione che riuniva i movimenti operai.

  Nel corso dell’Ottocento i movimenti operai si batterono, in Europa e in America, per la riduzione per legge dell’orario di lavoro e per altre riforme in favore dei lavoratori, in particolare per proteggere le donne lavoratrici e vietare il lavoro dei fanciulli. Quei moti si poterono organizzare per il convergere nei centri urbani di grandi masse operaie impiegate nell’industria, con condizioni di lavoro particolarmente dure e sfiancanti. In Inghilterra, in particolare, fu osservato un netto peggioramento delle condizioni di salute del ceto operaio, e questo nell’epoca di maggior potenza e ricchezza di quella nazione. Il sindacalismo nasce quindi per liberare il tempo dei lavoratori, in particolare per ridurre a otto ore l’orario di lavoro quotidiano, che andava molto oltre quel limite. Otto ore per lavorare, otto ore per dormire e otto ore per far altro. Che cosa? In Europa si cominciò a progettare di impiegare quel tempo liberato per elevare la classe lavoratrice, la maggioranza della popolazione, al governo delle società, in particolare attraverso una specifica attività formativa che producesse una coscienza politica in masse le quali, in genere, nell’Ottocento erano escluse dalla politica (il diritto di voto era in genere attribuito per censo o per istruzione). Questo processo politico, vivamente contrastato negli stati liberali e in quelli assolutistici che ancora rimanevano, portò al suffragio universale, prima solo maschile, poi anche femminile (a seguito di dure lotte, in particolare in Inghilterra). Le democrazie di popolo contemporanee sono fondate su questa elevazione politica dei lavoratori: ad essi e al loro lavoro viene riconosciuta una dignità, umana e politica, che nell’Ottocento non avevano.  Con la Festa del Lavoro si vuole mantenere vivo il movimento collettivo per difenderla: essa infatti è sempre minacciata. Non si tratta quindi solo di commemorare, ma di suscitare  e  rinnovare  un impegno sociale.

  La dottrina sociale fino all’ultima guerra sociale fu fortemente e dichiaratamente antisocialista. Accettò l'idea socialista che gli operai non fossero sfruttati ingiustamente e privati del tempo da dedicare alle loro famiglie, ma contrastò duramente l’idea che si dovesse lottare per elevare i lavoratori e, in particolare, che potessero farlo gli stessi lavoratori, liberandosi  con le loro lotte. Attendeva il miglioramento delle condizioni dei lavoratori dai governanti, che però all’epoca erano espressi dalle classi che sfruttavano i lavoratori. Dichiarò illecito, quindi peccaminoso dal punto di vista religioso, lo sciopero, la principale arma del movimento operaio.

95. Lo sciopero è vietato; se le parti non si possono accordare, interviene il Magistrato”:  è scritto nell’enciclica Il Quarantennale, del 1931, del papa Achille Ratti, riprendendo ciò che era stato ordinato quarant’anni prima nell’enciclica Le Novità del papa Vincenzo Gioacchino Pecci.

  La nostra Costituzione dichiara che  il lavoro, non il privilegio dinastico o la rendita finanziaria, è al fondamento della Repubblica (art.1), che occorre rimuovere gli ostacoli alla partecipazione dei lavoratori al governo del Paese (art.3, 2° comma), che il lavoro dignitoso non è una condanna ma un dovere di tutti e quindi anche un obiettivo politico della Repubblica (art.4),  che ogni lavoratore (cittadino e non) ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare alla famiglia una esistenza libera e dignitosa (art.36), che l’organizzazione sindacale è libera (ar.39)   e che lo sciopero è un diritto (art.40), recependo così la concezione socialista della dignità del lavoro come base per la riforma politica della società in senso più giusto. Il Primo Maggio divenne festa nazionale della nuova Repubblica post-fascista.

 Alla scrittura della Costituzione collaborarono anche molti politici cattolici, in particolare i cattolico-democratici Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Amintore Fanfani, Aldo Moro e Costantino Mortati. I cattolico-democratici avevano imparato la giustizia sociale dai socialisti. Avrebbero potuta impararla direttamente dalla teologia della loro fede? In parte sì. Bisogna tener conto, tuttavia, che nell’era antica in cui originarono le nostre scritture bibliche c’era lo schiavismo, che non venne ripudiato dal cristianesimo se non molto più tardi, a partire Settecento, e seguendo i principi libertari proclamati dai rivoluzionari francesi, dal liberalismo politico e dal socialismo. Lo schiavismo fu poi abolito dagli europei nel corso dell’Ottocento (veniva ancora praticato essenzialmente nelle colonie americane). La giustizia sociale richiede l’elevazione del lavoratore dalla condizione di schiavo a quella di cittadino, quindi l’attribuzione reale non solo di dignità al lavoro, libertà di sindacalismo, ma anche la libertà della politica democratica, anelito che era anacronistico nei tempi antichi e che si sviluppò solo nell’Ottocento. Le nostre Scritture sacre non sono quindi sufficienti per fondare un’azione sindacale anche se ispirata dalla fede.

 Nel 1955 il papa Eugenio Pacelli dedicò il Primo Maggio alla solennità di San Giuseppe lavoratore permettendo ai fedeli di unirsi alla Festa dei lavoratori.

 La dottrina sociale ostile al sindacalismo mutò però solo a partire dal Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e, in particolare, con il papa Karol Wojtyla e con la sua enciclica sociale  Il lavoratore, del 1981. La potete leggere sul WEB all’indirizzo

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_14091981_laborem-exercens.html

 Egli la scrisse sulla base dell’esperienze e delle esigenze del sindacalismo polacco di allora: era stato da poco fondato il sindacato-partito Solidarietà, del quale quell’enciclica si può considerare il manifesto operativo. Il sindacalismo operaio polacco ebbe da subito marcata impronta politica, collegando l’elevazione dei lavoratori alla riforma politica della società, secondo la concezione socialista. Per altro, operando in un regime comunista, continuò ad avere marcata impostazione antisocialista, come del resto la stessa dottrina  del Wojtyla.

 Il mutamento delle concezioni sul sindacalismo nel pensiero religioso può essere ben rappresentato dalla partecipazione dell’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, ieri, alla manifestazione sindacale del Primo Maggio nella sua città.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli