mercoledì 5 maggio 2021

Noi, organismi della natura

 

Noi, organismi della natura

 

 Spesso non abbiamo un’immagine realistica di noi stessi. Questo pregiudica la costruzione sociale.

  In religione ci insegnano a distinguere noi dai puri spiriti.  Noi non siamo puri spiriti.

   Lo sviluppo delle società umane presenta aspetti che lo accomunano  a quello delle altre specie viventi, comprese quelle vegetali.

   Questo perché siamo organismi, nei quali gli elementi culturali, frutto della nostra mente e dell’interazione sociale, interagiscono con quelli naturali. Se non fanno i conti con questo, le costruzioni sociali falliscono.

  Ad esempio: un teologo, con la sua sola scienza, non riuscirà a costruire una Chiesa, nonostante si sia fatta un’idea piuttosto precisa e coerente di come dovrebbe essere.

  Da ragazzo, curiosando in una libreria, trovai e acquistai un saggio del genetista francese Jacques Monod dal titolo  Il caso e la necessità, del quale all’epoca si parlava. Monod sviluppava anche argomenti filosofici, riguardanti quindi il senso della vita umana.

  Iniziava dicendo che non era facile distinguere nettamente nel mondo ciò che era artefatto, quindi costruzione consapevole, da ciò che non lo era. Un extraterrestre che fosse riuscito a giungere fino a noi, scriveva, si sarebbe trovato in difficoltà, senza avere altre informazioni da noi, che di solito non ci troviamo in imbarazzo sulla questione.

  Monod faceva l’esempio di un favo di un alveare di api. La regolarità e ripetitività della sua struttura e la sua funzionalità  ne manifestano la natura di artefatto, di costruzione. Noi sappiamo che viene prodotto dalle api. Se però quell’extraterrestre prendesse  in considerazione le caratteristiche biologiche delle api, noterebbe che esse presentano regolarità, ripetitività e funzionalità analoghe a quelle del favo e potrebbe concludere che anche le api sono artefatti. Questa è la conclusione a cui arrivano le religioni che hanno il mito di una creazione (che esprime in modo immaginifico la convinzione che il mondo non sia governato dal caso, ma abbia un senso) e indicano appunto quegli elementi per convincere a credergli.

   In realtà sappiamo che le molecole biologiche presentano la caratteristica  di poter dal luogo, a certe condizioni, a strutture con quelle proprietà, in un modo che presenta analogie con la formazione dei cristalli. Quei processi si attivano da dentro,  mentre, ad esempio, se scolpiamo una pietra per farne un utensile o un oggetto d’arte applichiamo una forza da fuori. Noi siamo fatti di molecole biologiche. Siamo, in questo senso, organismi. La nostra mente, che ci rende possibile dire “io”,  galleggia dentro il nostro organismo e ne è non tanto un prodotto, ma una manifestazione. Ciò che ci dà sia la sensazione di abitare  il nostro corpo che quella di essere in molti dentro di noi: quest’ultima è più realistica. E anche quella che ci sia qualcuno o qualcosa che ci spinge da dentro: anche in questo caso la seconda sensazione è la più realistica.

 Che ne consegue?

  Che, poiché siamo organismi, non è possibile pianificare la costruzione di una società applicando semplicemente una forza dall’esterno, come se si trattasse di scolpire una pietra, perché da dentro ci sono processi che spingono e noi non ne abbiamo il controllo se non in minima parte. Non basta avere un progetto che ne descriva la struttura e le finalità: bisogna rispettare le dinamiche degli organismi che si vuole consociare.

  Non si tratta tanto di allevare,  al  modo di un pastore, o di coltivare, come fa l’agricoltore: essi lavorano rispettando la biologia delle specie di cui si occupano, ma non si aspettano da esse l’autodeterminazione.  Invece una società umana non è  veramente tale se non è capace di autodeterminazione collettiva, e questo vale anche per la nostra Chiesa. Questa capacità è la risultante dell’interazione di moltitudini di organismi, ciascuno dei quali capace in certa misura di autodeterminazione ma anche confinato in un certo contesto naturale, ad esempio secondo l’età, le caratteristiche etniche e, prima di tutto, i propri limiti cognitivi organici, che definiscono la sua attitudine a comprendere la realtà intorno a lui,  ma anche portato, per natura, a cercare di superarli in un’interazione sociale.

  Certe metafore organiciste, come quelle che assimilano l’intera società ad un corpo, invece che come l’interazione tra molti organismi capaci ciascuno di una certa capacità di autodeterminazione,  sviano un po’ nella comprensione, presentandola come un  solo organismo, nel quale la facoltà decisionale, l’autodeterminazione, sarebbe concentrata solo in una  parte, come la testa lo è in un corpo umano. Non è questa, tuttavia, la realtà delle società umane. I loro orientamenti sono determinati da interazioni sociali basate sulla forza dei gruppi che le animano, intesa come la capacità di influire sugli altri sottomettendoli o persuadendoli. In genere gli orientamenti sociali si basano su transazioni, quindi accordi in cui ciascuno riconosce in parte le pretese altrui trovando conveniente collaborare per un bene comune, o su  prevaricazione, quando le forze sono sbilanciate e un gruppo riesce a prevalere sugli altri.

  Chi ha esercitato un qualche potere sociale lo sa bene: non basta l’investitura formale, occorre conquistare incessantemente credito sociale per ottenere che i sottoposti si conformino agli orientamenti di chi pretende di dirigere, ma raramente questo riesce del tutto, quindi la struttura sociale effettiva diverge sempre da come la si era progettata.

  E qui si manifesta un grosso problema: non siamo organismi esattamente come le api né come le pecore. La nostra mente ci fa diversi. E tuttavia non cessiamo di essere simili a loro nella nostra biologia. Vorremmo costruire grandi società come quelle delle api, ma la singolarità della nostra mente ci confina in ambiti più ristretti, nei piccoli gruppi dove possiamo appagare il nostro bisogno di relazioni più significative di quelle che le api hanno tra loro. Questo ci avvicina alle pecore, ma la nostra mente limita molto la nostra attitudine ad essere individui gregari e la relativa pace del gregge non ci soddisfa del tutto. Impariamo l’umanità nei piccoli gruppi, ma per sopravvivere abbiamo bisogno di organizzarne di molto più grandi. Tuttavia non possiamo passare direttamente alla grande scala, perché, se non mediata da un piccolo gruppo, ne perdiamo il senso. E non basta che un piccolo gruppo sia piccolo  per produrre senso: occorre che noi vi troviamo la possibilità di vivere relazioni significative caratterizzate da una certa intimità, cosa che, ad esempio, non accade tra fasce d’età molto distanti. La produzione di senso  non ha a che fare solo con il nostro intelletto, non è solo un’attività mentale, richiede una vicinanza sociale fisica, e questo è dovuto al fatto che siamo, appunto, organismi. Ecco la ragione per la quale, come abbiamo sperimentato in questo tempo di pandemia, le relazioni meramente virtuali, telematiche, non danno veramente senso alla vita e, dunque, non sono del tutto relazioni. Fossimo puri spiriti, forse basterebbero. A noi serve quello che indichiamo con l'espressione calore umano,  che non indica semplicemente un fenomeno termico, ma quell'intimità tra organismi che dà senso alla vita, perché non siamo puri spiriti e la nostra mente è manifestazione del nostro essere organismi. 

 Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli