venerdì 16 aprile 2021

Riforma e famiglia

 

Riforma e famiglia

 

 

  La riforma della società viene sempre  pensata in base all’esperienza in piccoli gruppi. Questo fa comprendere quanto sia importante in questo campo la vita che si fa in famiglia.

  Una delle analogie più sfruttate tra grande e  piccolo   in materia di società è quella tra “la  società e la famiglia. La prima spesso viene infatti pensata come  una grande famiglia, in questo l’analogia. Entrambe presentano relazioni sociali tra individui non episodiche, ma sistematiche. In entrambe si sono sviluppati mitologie, riti e istituzioni.

  La famiglia ha subìto un processo di sacralizzazione simile a quello che ha riguardato la Chiesa. Un oggetto, un luogo, un rito, un’istituzione, una persona, sono sacralizzati quando li si pensa come voluti  da una divinità.

  L’antropologia ci avverte che storicamente, e anche in epoche preistoriche, si osservano moltissimi modelli di famiglia, così come ai tempi nostri ve ne sono correnti moltissimi.

  Nell’Occidente avanzato, dagli anni Cinquanta si è affermata la famiglia detta  nucleare, composta da mamma, papà  e da uno o più figli. In genere essa vive in ambito cittadino, in piccoli appartamenti e gli adulti lavorano nell’industria, artigianato, commercio e nei settori dei servizi pubblici e privati.

  Di solito i cosiddetti tradizionalisti la sacralizzano in polemica con chi vive altri modelli familiari e ne pretende il riconoscimento civile. Ma si tratta di una tradizione  molto recente e certamente non universale, sia storicamente sia nell’era contemporanea.

 Nelle grandi città industrializzate dell’Occidente, negli ultimi decenni ha preso piede la vita da singole persone per gran parte della vita, riservando la convivenza al tempo in cui si decide di generare, per poi riprendere in qualche modo quella da singole persone adulte affiancate dai figli a loro affidati. Quest’ultimo stile di vita è del tipo familiare, perché comporta una comunanza di affetti e beni, una solidarietà reciproca. Sempre più questo elemento comunitario sta affermandosi nel definire l’idea di famiglia, rispetto  a quello generativo. Così ora, almeno in Occidente, vengono considerate famiglie anche forme di convivenza di persone non eterosessuali o non unite da legami di tipo sessuale. Sotto certi aspetti anche le convivenze di tipo religioso o monastico, quindi, vengono a questo punto considerate famiglie, e già però le si pensava come tali, ma in senso solo metaforico. Il fatto che in esse ci si proponga di evitare relazioni sessuali non è più una difficoltà in quel senso, perché, appunto, oggi è l’elemento comunitario che viene ritenuto preponderante.

  Ogni tipo di famiglia ha una componente politica, perché è una società che necessita di essere governata. Nello stesso tempo la famiglia ha una propria mitologia religiosa, è anche una istituzione con un valore religioso. E’ dunque il campo in cui anche i laici, e in particolare le donne, possono fare tirocinio di riforma sociale e anche religiosa. Questo specialmente in quelle fasi della vita di famiglia in cui ci si dedica all’accudimento dei figli. Vi è una generazione biologica, ma ve ne sono anche di sociali e culturali che, man mano che i figli crescono, assumono sempre maggiore importanza. La generazione sociale e culturale è ciò che definiamo tradizione. In essa, naturalmente,  è compresa anche quella religiosa.

  Nell’ultimo Concilio si  è riconosciuta la ministerialità del lavoro che si fa da genitori e si è anche parlato (cautamente) di Chiesa domestica. Non sempre si è molto preparati a svolgere quella funzione, ma si impara dall’esperienza, in particolare nelle concrete relazioni personali. La nostra predicazione di solito è poco efficace, non aiuta molto, perché viene fatta da persone che della vita in famiglia hanno esperienze parziali, fondamentalmente da figli e figlie, fratelli e sorelle, nonostante che siano loro attribuiti i titoli di padri  e madri.

  Noi cattolici siamo governati da schiere di padri  che della paternità non hanno, di solito, che una concezione molto ideologizzata, e quindi abbastanza irrealistica.

  Nel governo della società familiare vengono rese palesi anche le idee religiose che si hanno sulle relazioni sociali. Un tempo prevalevano concezioni autoritarie di tipo patriarcale, basate su un preteso potere sacrale  del maschio. Si è cambiato registro con il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), ma ancora noi sposi e genitori ci becchiamo talvolta rimbrotti di tipo patriarcale da clero e religiosi.

 La pari dignità dei coniugi cristiani, che ora è parte della dottrina morale e sociale, comporta che nelle decisioni si adotti uno stile democratico, basato sul dialogo e il rispetto dell’altra persona. Questo si riflette anche nei rapporti con i figli che, crescendo, pretendono sempre maggiore autonomia, pur rimanendo legati a lungo alla famiglia di origine. Anche la tradizione religiosa, in quest’ambito, avviene in modo diverso da passato. Anche qui deve essere applicato il principio della libertà di coscienza  e quindi la religione non è più legata ad una sottomissione a poteri sacrali degli avi, ma a una consapevole conquista personale. Questo stile di relazioni familiari può poi riflettersi positivamente nella costruzione sociale su più larga scala, ad esempio nel processo sinodale a cui siamo stati chiamati.

  Indubbiamente una divisione radicale si manifesta tra chi è legato alla concezione patriarcale della famiglia e chi invece vive la famiglia con spirito diverso, diciamo sinodale, per definire una convivenza in cui si cerca il consenso consapevole piuttosto che l’imposizione autoritaria. L’andare insieme (il concetto di sinodo)  è un correlato del  vivere insieme, nella comune esperienza di famiglia. Ma altro è seguire un pastore patriarcale  o muoversi come chiesa, vale a dire ecclesia e quindi assemblea di persone che si riconoscono reciprocamente uguale dignità. Il pastore patriarcale  è colui (maschio) che ha una, per così dire, sacralità genetica, in quanto sessualmente maschio (dominante), che ha in suo potere una famiglia composta da donne (moglie e figlie) e da maschi (figli) in posizione subordinata.

  Storicamente, nel corso del Secondo secolo della nostra era, l’originaria figura del vescovo, come capo di comunità, prese nelle nostre comunità delle origini i connotati di pastore patriarcale. Questo (nuovo) modo di esercitare l’autorità venne assimilato nell’impero greco-romano nel Quarto secolo, in un processo ancora piuttosto misterioso,  e lo stesso imperatore definì se stesso vescovo in quel senso. Spostatosi il centro dell’impero cristiano  in Grecia, da cui ci provengono quasi tutti i nostri dogmi di fede, e certamente quelli più importanti, il vescovo di Roma, rimasto in qualche modo emarginato, costruì culturalmente e politicamente, in un lungo e travagliato processo,  una propria dignità imperiale, che riuscì ad affermare  dall’Undicesimo secolo, appoggiandosi ai neo-imperatori  romano-germanici, in particolare Carlo Magno, vissuto tra l’Ottavo e il Nono secolo, entrando presto in forte polemica con questi ultimi da cui tentò di emanciparsi. Nei cosiddetti tradizionalisti  dei nostri tempi, questa tradizione imperiale del Papato romano viene correlata al patriarcato familiare e chiunque ritenga obsoleto quest’ultimo  e gli neghi sacralità viene additato come colpevole anche di lesa maestà verso quell’idea di Papato, che però oggi neppure il diritto canonico riconosce più in quei termini, così come non riconosce più il modello patriarcale di famiglia.

  Insomma, un processo di riforma su basi sinodali può opportunamente partire da quel laboratorio sociale che è la famiglia in cui viviamo, appunto nella sua effettiva realtà di Chiesa domestica.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.