venerdì 23 aprile 2021

Difficili incontri

 

Difficili incontri

 

 

 I cristiani, specialmente quelli italiani e tedeschi, hanno avuto un ruolo determinante nella costruzione dell’unità europea al termine della Seconda guerra mondiale. In particolare lo ebbero i cristiani democratici, quelli che, da fine Settecento e discostandosi da un atteggiamento intransigente  verso la modernità che non fu solo del Papato romano,  cercarono di assimilare l’ideologia democratica caratterizzandola con i valori umanitari di ispirazione religiosa.

  Una delle virtù che risultò loro più utile per questa grandiosa opera, mai tentata prima nella storia dell’umanità (solo superficialmente la si avvicina a quella dell’incolto despota medievale Carlo Magno), fu la loro capacità di riuscire a ottenere la collaborazione tra fazioni che si presentavano come avversarie, focalizzando la loro attenzione sui vantaggi che si sarebbero potuti conseguire in un’ottica di bene comune invece che progettando conflitti per affermare la rispettiva supremazia.

  Ancora nella politica italiana di oggi, questo che possiamo considerare un vero e proprio carisma mette personalità provenienti dal cattolicesimo democratico al centro della vita pubblica, nonostante che, essenzialmente a causa delle politiche della gerarchia cattolica attuate con pervicacia degli anni ’90, il peso del cattolicesimo democratico come tale, come movimento, sia ormai azzerato.

  Considerando il cattolicesimo democratico, si tratta di un movimento politico che si è basato su una certa autonomia rispetto alla gerarchia del clero che ha consentito di affrontare in termini meno controproducenti il tema della libertà delle persone, in ogni sua dimensione. Esso si è radicato in particolare nell’esperienza dell’Azione cattolica italiana, che, costituita ad inizio Novecento come braccio politico del Papato intenzionato ad influire sulla politica democratica del Regno d’Italia dopo decenni di strenua lotta senza quartiere basata sulla radicale separazione, divenne altro.

  Oggi l’Azione cattolica italiana è la maggiore agenzia di formazione alla politica in Italia e anche tra i pochissimi ambienti  in cui fedeli laici possono fare esperienza di autonomia ecclesiale. In essa non si rifiuta la complessità, non si propongono seducenti narrazioni mitologiche semplificate per rendere credibile il poco che si sa e farselo così bastare, ma si spinge a ricercare ciò che serve per avere un quadro realistico della società intorno. Questo metodo facilita gli incontri  e, soprattutto, il loro esito produttivo.

  Nell’enciclica Fratelli tutti,  alla quale abbiamo dedicato gran parte del lavoro svolto quest’anno nel nostro gruppo parrocchiale di Azione cattolica, siamo esortati all’incontro. Essenzialmente si tratta di incontri  con realtà sociali al di fuori degli spazi ecclesiali; di quelli all’interno si è trattato nell’esortazione apostolica La gioia del Vangelo.

  C’è un incontro quando non si limita a fronteggiare le altre persone, stretti nei propri miti e nei propri ruoli, ma si avvia un dialogo per capire meglio la situazione, i conflitti, il da farsi, le via per una collaborazione invece che per uno scontro.

  Tuttavia nella nostra Chiesa si è in genere pochissimo abituati a praticare l’incontro come metodo di costruzione sociale, anzi se ne diffida. Ognuno rimane così prigioniero della propria narrazione sociale, che integra il poco che sa e lo convince che sia abbastanza per andare avanti, e del proprio ruolo. Questo in genere è lo spirito con cui si va in chiesa.

  Naturalmente questa è una realtà ecclesiale che è totalmente differente da quella idealizzata dal Magistero e dalla sua attuale teologia di riferimento.

  Così, quando vengono pubblicati i risultati dei sondaggi che cercano di capire come è fatta realmente la Chiesa, essi sono in genere un forte shock per gli addetti ai lavori.

  Poiché la capacità di autocritica è praticamente assente nella gerarchia e, in genere, nel clero ma anche e particolarmente nei religiosi, tutta la colpa viene data ai laici  e così nascono anche le barzellette sul laico tonto e menfreghista  che so circolare negli ambienti religiosi.

 Così poi la gente rimane distante dagli ambienti ecclesiali, se non quando tornano utili per solennizzare gli eventi principali della vita personale, insomma per fare festa sacralizzandoli, e dentro rimangono quelli che, per vari motivi, sono divenuti insensibili alle umiliazioni.  E questi ultimi sono in genere i meno propensi agli incontri, perché sanno bene che qualsiasi incontro nella Chiesa si risolve in guai e fastidi, in quanto ai cosiddetti pastori  non va mai bene come il gregge  si raduna, perché appunto ne hanno una immagine molto irrealistica, e preferirebbero tenerlo chiuso nell’ovile, ciascun gruppo nel proprio stallo.  Ogni incontro richiede infatti di revisionare le narrazioni poste a base delle realtà sociali di riferimento, integrandole inserendo le persone con cui ci si vuole incontrare e i loro modi di presentarsi e di essere, e questo richiede fatica e, soprattutto, in quanto reale novità sconcerta in chi è abituato semplicemente a seguire  un pastore.

  Nelle nostre realtà ecclesiali, Azione Cattolica e poche altre aggregazioni a parte, gli incontri vanno in genere effettivamente a finire male. La presa di coscienza che ci sono altre persone che non sono allineate con la propria ideologia ecclesiale di riferimento disturba e così, anche quando di teologia si sa poco o nulla, si arriva in breve a scambiarsi accuse di eresia e anatemi, imitando così i bellicosi e poco virtuosi esempi dei cosiddetti  Padri dell’antichità.

  Si parla di  processo sinodale. Ciò comporterebbe di confrontarsi realisticamente con l’umanità ecclesiale che c’è e di provare ad incontrarla e a suscitarvi veri incontri.

  In passato, un nostro importante esponente della gerarchia criticò la liturgia post conciliare che aveva portato il celebrante, durante la messa, a rivolgersi verso il popolo, sostenendo che era manifestazione di una ecclesiologia che era troppo centrata sulla comunità e troppo poco sulla sacralità e che era meglio concentrarsi su quest’ultima perché il popolo non era un bello spettacolo. Proprio così disse. Si rese conto che ciò che aveva detto era un insulto verso i fedeli laici? Probabilmente no. Del resto è un modo di predicare che si pratica con disinvoltura nel nostro clero, confidando che il popolo  si tenga tutto, senza replicare, ad esempio, ribattendo che anche dall’altra parte certamente non ci sono  dei gran belli spettacoli, nonostante l’aura di sacralità con cui ci si vuole avvolgere, ciò che è stato definito muro d’incenso.

  Così procedendo, le possibilità di reali incontri  in processi sinodali diffusi  sono veramente striminzite. La gente va in chiesa per guardare il prete celebrare e per vivere un’esperienza di sacro ed è poco interessata a incontrare: quando esce dagli spazi liturgici, cambia registro e passa nella modalità della lotta di tutti contro tutti e si salvi chi può.

  Come cambiare?

  Non è facile al punto in cui siamo. Ma certamente occorrerebbe suscitare una maggiore ed effettiva partecipazione dei laici, perché altrimenti i preti non ce la possono fare.  Senza però far passare i laici da uno stato di soggezione clericale ad un altro para-clericale, che significa anche passare da un’autorità di persone che hanno avuto una formazione molto completa, addirittura in genere post universitaria, a quella di gente che ne sa molto  meno e che, nonostante questo, pretende obbedienza filiale o servile, con il pretesto che così vuole la comunità e che se non ci si adegua si è egoisti. La partecipazione che serve è quella che riesce a praticare la libertà e il rispetto della dignità propria e altrui.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli