venerdì 5 marzo 2021

La religione dei laici

 

La religione dei laici

 

  C’è chi pensa che, se non si può andare in chiesa  perché c’è la pandemia che infuria,  allora non c’è più modo di fare religione e si è meno Chiesa. Non sono d’accordo. Sarebbe come dire che non si è Chiesa se non in chiesa.

 Ricordo che alle elementari, che feci nel nostro quartiere, alla Parini, il sacerdote della nostra parrocchia che veniva a farci religione ci spiegò una volta che, appunto, c’era un differenza tra Chiesa, vale a dire noi che eravamo legati dalla fede nel vangelo, e chiesa, cioè l’edificio dove si celebravano la messa, la più importante delle nostre liturgie, e altri sacramenti. Era da poco finito il Concilio Vaticano 2°. Io sono di quei bimbi che ricevette la carezza del Papa, quando fu aperto.

  Qualche giorno fa, ragionavamo in videoconferenza Zoom con gli amici del gruppo della Sapienza del Meic  - il Movimento ecclesiale di impegno culturale sulla  nostra Chiesa e della sua riforma, che il Papa ha detto di aver iniziato, e il Presidente ha osservato che in tempo di pandemia i laici, in famiglia, hanno preso a celebrare delle loro liturgie, per sentirsi sempre Chiesa   anche se molte attività che prima si erano fatte in chiesa avevano subito delle limitazioni. Se uno considera la Chiesa  sulla base delle persone che vanno in chiesa, già prima della pandemia penso fosse piuttosto sconfortato, perché ce ne venivano di meno. Ma, se invece considera la Chiesa  per la fede che sempre, anche ora che si deve andare meno in chiesa, si manifesta, e non solo individualmente, ma anche come comunità, a cominciare dalle liturgie di famiglia, pur se costretta a incontrarsi sulle piattaforme telematiche, come il nostro Meet  o Zoom, allora è diverso.

 E’ importante, in particolare, che ci sia stato un certo protagonismo laicale. Il clero di solito non mostra di esserne consapevole. Vede le chiese deserte o quasi e pensa che anche fuori sia così. Si sa, I laici, in genere, non contano nulla nella nostra Chiesa, o meglio, così sembrano pensare in genere vescovi e preti, perché, in realtà, loro dominano solo in chiesa, ma fuori è tutto in mano ai laici, e la società allora, e in fondo anche la Chiesa del clero che fatalmente ne risente, è come la riescono a fare i laici, con un ruolo molto importante per le donne, che nella nostra Chiesa, e anche in chiesa, sono in genere umiliate, diffamate, insomma strapazzate. Ad esempio con questa storia della concessione  dell’accolitato femminile, che è solo un riconoscere qualcosa che dagli anni ’70 è prassi corrente, e invece bisognerebbe riconoscere molto altro. Bene, si è visto di questi tempi che laiche e laici sanno fare Chiesa. E se non fosse stato per loro effettivamente  la Chiesa se la passerebbe male. Non va sottovalutato anche il lavoro che s’è fatto per tener su di morale preti e vescovi che, poverini, una volta che la chiesa  non è stata più tanto centrale, si sentivano perduti. La gente tornerà in chiesa?, si chiedono smarriti. Temono di no. Ma si, ma si, tornerà… O, almeno, torneranno le persone che anche prima ci  andavano, e che per la verità hanno continuato ad andarci anche in tempo di pandemia, secondo come si poteva in base alle norme delle autorità sanitarie che sono state formulate d’intesa con quelle ecclesiastiche. Però è importante che si sia riusciti a fare Chiesa  anche in tempi come questi, ingegnandosi al di fuori delle chiese, non supplendo  ma agendo da laiche e laici di fede, in una nuova forma di ministerialità ecclesiale. Non bisogna tornare indietro, quando si tornerà  senza limitazioni nelle chiese.

 Il Papa vuole il sinodo della Chiesa italiana, ma lo vuole come processo  che coinvolga tutte le persone che l’animano con la loro fede, compresi laiche e laici. Ecco che, allora, potremmo mettere a frutto quell’esperienza che andiamo facendo di una Chiesa  anche fuori della chiesa. Innanzi tutto pretendendo  ascolto, rispetto, partecipazione. Pretendendo  che le donne non siano più diffamate, umiliate ed emarginate. Il nostro clero dovrebbe dare un’occhiata a un libro che è uscito in questi giorni, di Michela Murgia (leggo nella sua biografia che è stata animatrice  in Azione Cattolica), Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più, Einaudi 2021: si sforzi di non dire più quelle frasi. Perché io gliele sento dire.  Pretendendo  anche, laiche e laici, di contare, di poter co-decidere, di non essere più relegati, nel migliore dei casi, a consulenti. Il luogo e il momento giusti per cominciare ad essere diversi, in quel modo, è in quella parte del processo sinodale  che si svilupperà nelle parrocchie.

   In un recente nostro incontro in Meet  si è ricordato il diverso modo di confrontarsi con le autorità civili nella decisione di modificare l’assetto di piazza Sempione, dove si affaccia la parrocchia degli Angeli Custodi, a me molto cara perché vi fui a lungo scout, e di Largo  Val Santerno, dove c’è il sagrato della nostra parrocchia. Nei due casi le comunità parrocchiali non si sono espresse, diciamo così, sinodalmente, ma solo per voce dei loro parroci. Nel primo caso ci sono state difficoltà, nel secondo no. Dipende dai parroci non dalle loro Chiese. Una concezione proprietaria  della chiesa, che però umilia la Chiesa che l’abita. La risistemazione di Largo Val Santerno ha apportato grandi benefici alla gente del nostro quartiere e anche alla nostra chiesa, quindi anche alla Chiesa che siamo noi qui. Un sagrato largo era previsto nel progetto originario della nostra chiesa, ma poi il progetto fu modificato. Mia madre se ne lamentava sempre. Ora abbiamo il sagrato largo con delle panchine dove la gente si riunisce. C’è più spazio per stare insieme. L’assedio delle automobili è stato tolto anche se sono stati mantenuti diversi spazi per parcheggiare. Agli Angeli Custodi si vorrebbe fare qualcosa di simile e si vorrebbe spostare la venerata statua della Madonna, che ora è al centro della piazza, inaccessibile e confinata in un recinto, più verso la chiesa, così che la Chiesa  la possa realmente abbracciare. Ricordo che da ragazzo pensai che sarebbe stato meglio così, perché pensavo sempre alla Madonna in mezzo alla sua gente, come mi aveva insegnato mia madre. Mia madre negli anni ’70 e ’80 portava di casa in casa, tra la gente del quartiere, nelle famiglie,  una grande statua della Madonna di Fatima, animando gruppi di preghiera. Poi, quando si trasferì a  Palestrina, nel suo servizio di volontaria laica presso il Centro dello Spirito Santo che c’è lì, la tenne sempre davanti al suo letto, in modo da vederla svegliandosi e addormentandosi. Poi la portò con sé negli ultimi anni al pensionato delle suore qui vicino a noi, e quando non poté più tenerla in stanza trasferendosi in una residenza sanitaria la affidò a me. E io, quando sarà il momento, l’affiderò alle mie figlie. La Madonna rimarrà sempre il più vicino possibile a noi.

 Che ne penseranno i parrocchiani degli Angeli Custodi di tutte le polemiche di questi giorni? Chi lo sa? Sappiamo come la pensa il parroco. Ma è giusto che la sua Chiesa non conti nulla, o meglio, che non se ne sappia nulla, tanto da farci sospettare che non conti nulla?

 In un processo sinodale sarebbe diverso, però bisogna capire che non vi si è coinvolti solo per dire la propria. Bisogna formarsi, imparare, formarsi alla corresponsabilità, farne tirocinio, imparare il rispetto e la coesistenza con gli altri,  e non bisogna dare per scontato di avere in sé una specie di sinodalità naturale, anzi appare di solito proprio in contrario.

  Se fossimo capaci di sinodalità naturale, noi di San Clemente papa, non saremmo così divisi, così accaniti nel criticarci. Ad esempio sui riti della Settimana Santa, una vera battaglia santa, per così dire. Negli anni passati è stata dura, tra chi voleva la veglia pasquale dal  tramonto all’alba e chi chiedeva una veglia dal volto umano. E non era la sola questione aspramente controversa. Anni fa, in Quaresima, il parroco promosse un ciclo di incontri per farci conoscere gli uni gli altri, sperando che conoscendoci meglio ci si potesse anche stimare. Credo che ne rimase deluso. Mi pare che ognuno rimase un po’ sulle sue, me compreso. Forse si sarebbe dovuto insistere. La sinodalità non è una liturgia, in cui ci si accontenti dei simboli e delle frasi recitate e via così,  è un tirocinio: non conta la facciata, ma il risultato, che è il camminare insieme. Noi invece, me compreso, si preferisce andare ognuno per la sua via.

 La sinodalità non è cosa solo per preti e vescovi, perché, se la si concepisce così, va poco in là. Questo stuolo di maschi celibi che ci governa raramente si mostra veramente sinodale e, come lamenta il Papa, ha non di rado il vizio della chiacchiera cattiva e la tentazione dell’arrivismo: rimane così piuttosto autoreferenziale, parlandosi e sparlandosi addosso, nel senso che vede solo verso l’interno e mai dall’altra parte, al mondo che c’è fuori, e che pure si muove. Per questo il Papa ha consigliato una Chiesa in uscita, vale a dire una Chiesa fuori della chiesa. Ma, da dentro, si attende che passi la pandemia, e che la gente  torni, valutando poco o nulla quello che in quest’epoca travagliata s’è fatto di fuori, del resto, come ho detto, i laici sono valutati nulla; e da fuori si fa, ci si attiva,  ma siccome questo non è considerato da quelli dentro, allora si pensa che effettivamente quello che si fa non conti nulla,  sia qualcosa che si fa per ingannare il tempo che rimane per poter fare come prima,  e che si sarà veramente Chiesa solo quando si potrà tornare per bene dentro.

  E, infatti, anche tra noi sento chiedere di tanto in tanto “quando torneremo?”, e, se le autorità sconsideratamente dessero il via, magari si tornerebbe realmente, nonostante che purtroppo si stiano prospettando forse i due, tre, mesi più duri della pandemia, capiamolo bene!, con tipi del virus molto più contagiosi di quelli di prima. E sento anche discorsi dei nostri vescovi che lamentano che si progetti di aprire i cinema, i musei e i ristoranti e che ancora si mantengano limitazioni per le chiese. E non si rendono conto che l’assimilazione tra cinema, musei, ristoranti e chiese non è tanto onorevole: un quadro in cui tutti, spettatori, avventori e fedeli, sono ridotti a meri clienti  di eventi allestiti da altri. A me, laico, non va più tanto di stare in chiesa in quel modo, come quando vado al cinema, al museo e al ristorante. E, quando pretendono che lo faccia, mi offendo, ma, in fondo, finora l’ho fatto, per quieto vivere. E voi?

Ora: sia il sinodo!

Mario Ardigò - Azione Cattolica in san Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli