sabato 20 marzo 2021

Enciclica Fratelli tutti - numeri da 197 a 218 - sintesi - (per l'incontro in Google Meet di oggi, ore 16:45)

 

Enciclica Fratelli tutti - numeri da 197 a 218 - sintesi

-

(per l'incontro in Google Meet di oggi, ore 16:45)

 

0. La parte dell’enciclica che sintetizzo è dedicata al dialogo  come metodo per creare una cultura  dell’incontro e, da questa, un’amicizia sociale.

0.1 Amicizia sociale è l’espressione usata dal Magistero per intendere la democrazia, parola che non si vuole impiegare perché potrebbe fatalmente essere estesa all’organizzazione ecclesiastica e generare una richiesta di partecipazione  ai ministeri ecclesiali che potrebbe mettere in pericolo la loro struttura feudale. Il legame tra democrazia e amicizia fu posto dal filosofo greco Aristotele (vissuto nel Quarto secolo dell’era antica), uno dei primi teorizzatori della politica. La concezione passò nella teologia cattolica tramite il pensiero di Tommaso D’Aquino (vissuto nel Duecento) e dei suoi seguaci. Alla politica come amicizia si contrappone l’idea della politica come esercizio di supremazia e, in particolare, nella nostra Chiesa, di autorità esercitata su mandato divino, che quindi scende dall’alto e non può mai essere veramente partecipata: colui che ha ricevuto un mandato si limita ad eseguire   e l’incarico gli può sempre essere revocato da chi glielo ha dato. In democrazia, invece, ognuno ha un diritto proprio, irrevocabile, a partecipare all’esercizio del potere, sebbene  nell’interesse pubblico, della collettività. La democrazia presuppone l’eguaglianza, la supremazia la diseguaglianza sociale.

1. «Avvicinarsi, esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di contatto, tutto questo si riassume nel verbo “dialogare”».

  L’incontro  richiede di dialogare.

  Un Paese cresce quando dialogano le sue diverse ricchezze culturali. Non si tratta solo di scambiarsi opinioni, Occorre produrre una  sintesi. Questo è impossibile se si cerca di screditare i propri interlocutori. Dal dialogo si dovrebbe uscire sempre un po’ cambiati.

  Il dibattito non è produttivo se manipolato in funzione di interessi egoistici: così nessuno si preoccupa del bene comune.

 Gli eroi dei futuro saranno coloro che sapranno superare quella logica malsana e decideranno di sostenere con rispetto una parola carica di verità, al di là degli interessi personali.

  Nel dialogo occorre rispettare la dignità e quindi il punto di vista degli altri.

  La saldezza delle convinzioni può essere benefica per la società solo se si mantiene la capacità di apertura agli altri.

  La discussione pubblica, se veramente dà spazio a tutti, permette di raggiungere più adeguatamente la verità. Le differenze, anche se creano tensioni, nel dialogo contribuiscono al progresso.

 Anche nelle discipline scientifiche si cerca la comunicazione, perché la realtà è una anche se accostata secondo diverse prospettive e metodologie. Ma l’approccio scientifico non è il solo possibile: è possibile riconoscere altre dimensioni della realtà

 I media  e le reti sociali telematiche  possono aiutarci  nel farci più prossimi, purché non spingano le persone a dare il peggio di sé.

2.  Ci sono verità oggettive che vanno riconosciute: ad esempio la verità della dignità umana che è legata alla nostra natura, frutto della Creazione. Le si riconosce con la ragione e le si accetta in coscienza. Bisogna esercitarsi a smascherare le deformazioni e l’occultamente delle verità e a cogliere quelle che non mutano, i valori universali. Altrimenti si finisce nelle mani dei potenti di turno.

 L’individualismo spietato in cui siamo caduti è il risultato della pigrizia nel cercare valori più alti.

  Davanti alle esigenze morali siamo tutti uguali (uguaglianza nei doveri etici).

  Il calcolo economico dei vantaggi e degli svantaggi non sorregge un’etica valida.  Così non si può più parlare di giustizia: essa diventa lo specchio delle idee dominanti.  La logica della forza allora predomina.

3.  Il dialogo, in una società aperta, è la via per riconoscere ciò che deve essere sempre affermato e rispettato.

 Bisogna accettare che vi siano valori permanenti, anche se non è se sempre facile riconoscerli. Questi valori non dipendono dal consenso sociale e non sono mai negoziabili.

  Ci sono cose che sono sempre convenienti per il funzionamento della società. Da esse derivano poi esigenze che si devono scoprire nel dialogo, anche se non sono costruite in senso stretto a partire dal consenso.

  Convenienza sociale, consenso e verità oggettive possono unirsi armoniosamente in un dialogo coraggioso.

  L’esigenza di rispettare la dignità delle persone non l’abbiamo inventata noi perciò è un valore superiore, una verità corrispondente alla natura umana, che persiste oltre ogni cambiamento. L’essere umano possiede la stessa dignità in qualunque epoca storica.

 Per i credenti, la natura umana, fonte dei principi etici, è stata creata da Dio, il quale, in ultima istanza, conferisce solido fondamento a quei principi.

4. Occorrere fare crescere una  cultura dell’incontro. Essa tende a fondare come un poliedro, con molte facce e moltissimi lati, che compongono un’unità ricca di sfumature, perché il tutto è superiore alle parti. Il poliedro rappresenta una società in cui le differenze convivono, integrandosi, arricchendosi, illuminandosi.

 Bisogna includere le periferie  perché chi ci vive vede aspetti della realtà non conosciuti dove si prendono le decisioni determinanti.

 La cultura è qualcosa che è penetrato  nel popolo.  Parlare di cultura dell’incontro significa che come popolo ci appassiona il  volerci incontrare, per cercare punti di contatto. 

 Il soggetto dell’incontro è il popolo.

  La pace è un lavoro artigianale ed è frutto della cultura dell’incontro, non del tentativo di contenere libertà, differenze e  rivendicazioni sociali perché non facciano troppo rumore.

  Integrare le diversità è  più lento ma più produttivo per la pace.

  L’incontro deve rispettare tutti e coinvoltere tutti, non solo i puri, ma anche le persone criticabili per i loro errori: ognuno ha qualcosa da apportare che non deve andare perduto.

 Quello che conta è avviare processi di incontro: «Armiamo i nostri figli con le armi del dialogo! Insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro!». Bisogna riconoscere agli altri il diritto di essere se stessi e di essere diversi. Il disprezzo del diverso, in particolare perché pensiamo che  danneggi i nostri interessi,  è una violenza più subdola di quella visibile.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli