sabato 13 febbraio 2021

Giaccardi/Magatti, La scommessa cattolica, Il Mulino, 2019 – scheda di lettura – 7

 

Giaccardi/Magatti, La scommessa cattolica, Il Mulino, 2019 – scheda di lettura – 7

 

 «Sarebbe un errore […] rigettare il contributo critico della modernità» scrivono i nostri autori «che per molti aspetti sfonda porte che già dentro la Chiesa erano aperte». Si, è vero. La Chiesa ha imparato molto dalla modernità, ad esempio il rispetto della persona umana, durante lo sviluppo dei processi democratici che tuttavia a lungo avversò, ma si è ancora piuttosto lontani dal realizzare un’organizzazione ecclesiale che lo manifesti in modo compiuto. E così in diversi altri campi.

  C’è ancora  un bello scarto tra il modello evangelico e la prassi. «Identificare  il messaggio di Cristo con l’esigenza di regolazione della vita sociale non è forse una riduzione pericolosa per lo stesso Vangelo?», si chiedono gli autori. Porre una propria opinione sotto forma interrogativa è prassi consueta negli ambienti sociali con poca libertà, nei quali si è sottoposti alle imprevedibili bizzosità di certe autorità paterne.

  A questo punto gli autori affrontano la questione del tipo di organizzazione istituzionale che corrisponde al modello di fede secondo adesione,  di cui avevano descritto i problemi. «Non si tratta di dire qui se il modello fosse giusto o sbagliato», scrivono. Perché  non è il caso? Non è il caso di dire con parresia, vale a dire con franchezza, che un modello sostanzialmente antievangelico, che per di più ha creato tanta sofferenza e grandi problemi a tante grandi anime  religiose, fosse sbagliato? Gli autori non ne spiegano la ragione. Accennano ad  un’organizzazione i cui interessi e principi si sono sovrapposti e confusi con gli interessi dei detentori del potere, disposti anche a soprusi, violenze, ingiustizie, pur di difendere i propri privilegi. E questo non è stato sbagliato? Diciamolo dunque: è stato ed è sbagliato.

  Gli autori non approfondiscono, ma l’opera non ha le dimensioni e le caratteristiche per farlo. Però dà spunti utili per proseguire.

  Si passa poi a criticare la soggettività malata dei nostri tempi, che  da un lato vorrebbe fare da sé e dall’altro è consapevole di essere in balia di eventi che non controlla.

 Questo voler fare da sé porterebbe ad un certo disordine, per cui ai tempi nostri non si parla più di virtù. Dal lato delle istituzioni, il fare spazio a questo tipo di soggettività, avrebbe portato, secondo gli autori, ad una attenzione eccessiva verso le procedure e i riti vuoti di significato. Questo sarebbe un effetto della secolarizzazione, quindi della desacralizzazione del potere. Gli autori si riferiscono alle democrazie? Se è così, non tengono conto che esse sono sistemi basati su valori, non su procedure, anche se le procedure sono essenziali per presidiare quei valori, per evitare l’arbitrario dispotismo. Il valore fondamentale delle democrazie è infatti il limite di ogni potere: il rifiuto di qualsiasi potere che pretenda di essere assoluto, quindi non criticabile, non negoziabile, autocratico.

  L’organizzazione ecclesiastica cattolica, il cui potere, secondo un’obsoleta ideologia di impero religioso ideata mille anni fa, si basa sulla propria sacralizzazione, si trova spiazzata in questo contesto.

 E un po’ come al tempo della Riforma protestante, della quale gli autori sembrano non apprezzare l’alto valore religioso, quando i riformatori centrarono la propria critica contro un dispotismo sacralizzato anti-evangelico: mantenere il modello dell’adesione  richiederebbe  una politica autoritaria, se non addirittura violenta, che oggi, però, il contesto democratico impedisce di ricreare. I processi democratici privandola del proprio potere temporale  e di molta dell’influenza sugli altri poteri civili sottrassero alla Chiesa cattolica l’arma dei boia, che, ad esempio, sotto l’ultimo Papa-Re, Pio 9^, proclamato beato nel 2000, fu piuttosto usata contro i rivoluzionari irredentisti repubblicani.

    Una via proposta è quella di allearsi con le forze politiche che promettono di difendere religiosi. Essa è anche la via dei fondamentalismi religiosi che, ad esempio, hanno portato diverse Chiese cristiane statunitensi ad appoggiare il regime del presidente Donald Trump. Questo modello però, osservano gli autori, è molto pericoloso per la Chiesa cattolica (che l’ha già seguito al tempo del fascismo mussoliniano), perché si ritroverebbe con le mani legate e anche ricattabile, insomma potrebbe essere considerato come un vero e proprio patto con il diavolo. Esso però è stato largamente praticato dalle Chiese cristiane e, in particolare, da quella cattolica. I concordati, gli accordi  strutturati al modo di quelli tra stati, ma conclusi tra il Papato e uno stato, spesso sono stati qualche volta proprio qualcosa di simile, ad esempio i concordati conclusi nel 1929 con il Regno d’Italia sotto egemonia fascista e nel 1933 con il Reich Germanico, già sotto dominio nazista. La Santa Sede, il Papato romano, in quest’ultimo fu rappresentata da Eugenio Pacelli, che poi divenne papa nel 1939.

 L’Italia quindi non ne è stata immune, osservano eufemisticamente i nostri autori, i quali, ad un certo punto, osservano che però i Papi non ambirono mai il potere politico, cosa che storicamente mi sembra difficilmente argomentabile, anche tenendo conto della durissima resistenza opposta dal Papato contro il nuovo Regno d’Italia dopo essere stato spossessato del suo piccolo regno temporale nel Centro-Italia, con capitale Roma, che era motivata proprio dalla pretesa di riavere uno stato, ottenendone poi dal Mussolini un simulacro nella Città del Vaticano, con il che, finalmente, si considerò chiusa la questione, in una conciliazione di cui oggi non si va più tanto fieri.

 Quel modo di procedere, di federarsi con i potenti della Terra trattando con loro da pari, che per circa Settecento anni era stato alla base dell’influenza politica del Papato romano, non funzionò più tanto bene nelle relazioni con le democrazie, anzi si rivelò spesso fallimentare, a causa del manifestarsi di una certa scristianizzazione tra gli europei dicono alcuni, o dell’assimilazione dei processi democratici  tra i cristiani, sostengono altri. In Italia e in Germania, infatti, andò meglio per la presenza di forti partiti democristiani, quello italiano molto influenzato dal Papato.

 Ma se, in definitiva, delusero quegli accordi con i potenti della Terra che erano piuttosto antievangelici (certamente non fu quello l’atteggiamento del Maestro verso i potenti della sua terra), bisognerebbe vedere in quel risultato un segno incoraggiamento del permanere della fede, mentre di solito lo si considera negativamente.

 A questo punto, i nostri autori propongono un modello diverso di manifestare fede e appartenenza, finalmente in sintonia con il vangelo, ma anche con le conquiste della modernità: quello della fede come affidamento, fondato sul nostro essere viventi che creano società, per i quali dunque lo stabilire relazioni è molto importante.

 Siamo liberi in relazione, quindi aperti agli altri. A questa apertura il vangelo offre una risposta antropologica, l’esempio del Maestro e le sue esortazioni, sulla quale poi  le istituzioni ecclesiastiche hanno costruito una dottrina normativa: la salvezza sta nell’andare verso gli altri, senza i quali non possiamo vivere pienamente.

 Detto questo, la proposta degli autori non è ancora ben articolata.   Che cosa comporterebbe in pratica?

  E qui il discorso si collega con la tappa del Sollevare  del percorso formativo di Azione Cattolica, che richiama anche l’idea della Chiesa in uscita  e della  Chiesa come ospedale da campo che ricorre nel pensiero di papa Francesco.

  Il modello di ecclesiologia per adesione  proponeva un’autorità a cui gli altri dovevano appunto aderire. Quest’altro si basa sulla concezione di un’autorità sollecita e amorevole, al modo del Padre misericordioso della parabola evangelica, un’autorità che si manifesta soprattutto nell’autorizzare. La  posizione dei fedeli cambierebbe per la maggior libertà nell’ideare il nuovo che sarebbe loro concessa. Ma mi pare difficile immaginare che la sterminata schiera di nostri padri  ecclesiali possa veramente adeguarvisi.

 Nell’affidamento,  la fede servirebbe a creare un certo modo di essere secondo il quale dovremmo agire in sintonia con la vita in cui siamo immersi. Il discorso andrebbe sviluppato molto. Come fare, in pratica? Ad esempio nella vita di una parrocchia.

 Bisognerebbe agire per cambiare il cuore degli esseri umani e quindi le loro società, quindi dal basso e con moto diffusivo.

Altresì dichiariamo - fermamente - che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spagimento di sangue”,  si legge, ricordano in nostri autori, nel Documento sulla fratellanza umana per la pace universale e il bene comune sottoscritto da papa Francesco e l’imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyb, ad Abu Dhabi il 4-2-19. Intesa come proposito per il presente e il futuro, quell’affermazione è molto significativa; se vuole riferirsi al passato, mi pare difficilmente dimostrabile.

 Gli autori ricordano il pensiero dell’eclettico filosofo catalano Raimon Panikkar Alemany (1918-2010), nato da padre induista e all’induismo molto legato, benché cristiano, che parla del declino del cristianesimo come lo abbiamo conosciuto, molto legato all’esercizio del potere politico,  verso un’epoca di cristiania, molto più basata sull’interiorità. La grande sfida del futuro è quella del rapporto tra fede  e libertà, uno dei grandi temi del Concilio Vaticano 2°. La Chiesa cattolica finora è rimasta a mezza via tra tentazione di tornare indietro e la fuga in avanti verso una Chiesa non Chiesa. Secondo Panikkar occorre interrogarci a fondo sul significato dell’universalismo  che c’è nel  cattolico (universale) della nostra Chiesa. Nell’era della globalizzazione una fede universalistica che aiuti a ricomporre le fratture senza imporre tirannicamente la fine delle differenze potrebbe trovare un senso nuovo. Che cosa tutto questo possa comportare per la nostra Chiesa, avvisano gli autori, rimane ancora da chiarire. Ma certo, avvertono, essa rischia di soffocare sotto le sue istituzioni se non accetta di riformarsi di continuo, anche sviluppando un pensiero filosofico e teologico che alimenti il dialogo culturale e istituzionale. Secondo gli autori il Papato è stato un’istituzione fondamentale per garantire identità e unità, e su questo le opinioni non sono tutte in quel senso, e non pochi ritengono che la Chiesa sia sopravvissuta nonostante il Papato e non grazie ad esso, soprattutto pensando a certe epoche storiche. Quell’istituzione però spesso si è rivelata problematica per l’esercizio della libertà, anche solo di coscienza (il papa Pio 9° la condannò come uno degli errori  del nostro tempo, mentre il Concilio Vaticano 2° la pose come base dell’atteggiamento di fede). E non c’è dubbio, concludono gli autori, che proprio la questione della libertà e quella della mistica siano i due punti sui quali la Chiesa cattolica arranca.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli.