lunedì 4 gennaio 2021

Scheda di lettura - ANNI Gioele, LANCELLOTTI Roberta (a cura di), Serve ancora la politica - Dieci interviste di protagonisti d’oggi - introduzione di Marco Damilano, Ave, 2020 - parte settima - mie considerazioni.

 

Scheda di lettura - ANNI Gioele, LANCELLOTTI Roberta (a cura di), Serve ancora la politica - Dieci interviste di protagonisti d’oggi - introduzione di Marco Damilano, Ave, 2020 - parte settima - mie considerazioni.


14. Mie considerazioni.

  Nel libro ci vengono presentate prevalentemente esperienze di amministratori. Quando si mettono al lavoro gli amministratori, la politica ha fatto già la sua parte.

  L’amministratore   è una persona alla quale la politica assegna un potere pubblico e una missione. Se l’amministratore è una persona di cuore, può umanizzare l’esercizio del suo potere. Negli ambienti religiosi ci si accontenta prevalentemente di questo. Del resto è proprio così che funziona l’organizzazione della nostra Chiesa: quel modo di pensare ci è, e le è,  quindi familiare. Plaudiamo quindi all’amministratore perché ci pare buono, così come parliamo di un Papa buono.

   Sono maggiormente espressione della politica le esperienze fatte nei consigli  degli enti locali e quelle parlamentari. E tuttavia gli intervistati non ce ne hanno parlato nel dettaglio: è prevalsa la narrazione biografica.

  Michele Nicoletti è andato oltre, parlando della sua esperienza di elaborazione politica  in FUCI.

  Politica  è quando si riesce ad aver voce nel governo  della società e questo, nelle società molto complesse dei tempi nostri, richiede la progettazione e attuazione di un sistema. Ci sono tre modi di aver voce nel governo di una società: con la forza, con la transazione, quando non si ha la forza per prevalere da soli, con la persuasione. Ogni  sistema di potere, anche quelli autocratici, assolutistici o totalitari,  sfrutta quelle tre modalità. Nei sistemi democratici si fissano dei limiti all’esercizio della forza e alla possibilità di stipulare transazioni e il limite più importante è quello della dignità delle persone umane, poi vengono quello della temporaneità  del potere delle singole persone, quello della competenza settoriale, nel senso che nessun potere deve essere universale, ma deve trovare bilanciamento in altri poteri pari o sovraordinati, quello della libertà di critica di ogni potere e, infine, quello delle procedure mediante le quali ogni persona  possa incidere sull’attribuzione dei poteri pubblici specificamente politici, vale a dire quelli ai quali compete il governo di una società.

   Per la presenza di un vertice formalmente  autocratico, assolutistico e totalitario, non criticabile e in nessun modo espresso dalla base dei fedeli,  collegato con vincoli feudali ai livelli immediatamente inferiori i quali governano mediante burocrazie, l’organizzazione della nostra Chiesa non può essere definita democratica, seppure a diversi livelli, specialmente nell’associazionismo laicale sia dall’Ottocento pervasa da processi democratici.  E’ appunto in quest’ultima dimensione che si può fare scuola  di politica democratica, intesa come l’insegnarla, l’impararla e il farne tirocinio. Ma si fa anche esperienza di politica non democratica. I vertici del clero preferiscono quest’ultima, e questo spiega le resistenze che l’attuale Papa incontra nell’indurre processi sinodali, che in sé non sono democratici ma che possono comprendere sviluppi democratici. I vertici del clero diffidano dei processi democratici perché diffidano del popolo per varie ragioni, in primo luogo per la sua insufficiente acculturazione sui temi di fede, poi perché temono che, se in un popolo chiamato a una maggiore corresponsabilità nelle questioni di governo, prendessero piede i metodi torbidi di cui si narra nei ciclici scandali che coinvolgono il governo ecclesiastico, il gregge finirebbe per disperdersi.

  L’esperienza in un’organizzazione di universitari come la FUCI è storicamente servita per fare tirocinio di politica. Anzi la classe politica di estrazione cattolica che collaborò in misura determinante a scrivere la Costituzione vigente venne in gran parte da lì. Sono state espressioni di quella scuola la stesura dello statuto di uno dei maggiori partiti politici italiani e la riforma costituzionale respinta nel referendum popolare celebrato nel 2016.

 Ma sarebbe auspicabile l’estensione di quel tipo di scuola anche in altre realtà, in particolare nelle parrocchie. La base di un tirocinio politico democratico non è la scuola di buoni sentimenti, ma l’attribuzione reale  a una collettività di una qualche competenza e l’istituzione di procedure per formare delle deliberazioni collettive. Dato queste possibilità, si può poi sviluppare la politica, intesa come confronto di forze, tentativi di transazione, sforzi di persuasione, in un contesto che sia caratterizzato da tutti i limiti  democratici di cui ho scritto sopra. A distanza di tempo dovrebbe riflettersi su questa esperienza in una procedura di tipo sinodale  che coinvolga nel dialogo gli altri poteri pubblici.

 Un buon inizio sarebbe già quello di istituire una scuola  di politica in cui i partecipanti non siano confinati solo nel ruolo di discenti.

  Concludo dicendo che il principale problema politico di oggi è quello di organizzare una buona politica e per questo non è sufficiente formare politici buoni. Un politico buono  potrebbe non essere in grado di fare una buona politica e, in particolare, un politica democratica. Spesso è questo il problema dei preti con responsabilità di governo. E questo nonostante in passato diversi preti siano stati ottimi politici in Italia e cito per tutti Luigi Sturzo. Ma anche l’idea di una democrazia cristiana  ebbe tra i suoi principali teorici un prete, Romolo Murri.

 

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.