domenica 17 gennaio 2021

La pace. Per iniziare

 

La pace. Per iniziare

 

 In parrocchia parliamo spesso di pace. Che cos’è?

 Cerchiamo di mettere ordine.

 Cominciamo dall’elencare le varie situazioni di pace.

 Pace interiore, pace famigliare, pace cittadina, pace sociale, pace religiosa, pace economica, pace istituzionale,  pace nazionale, pace internazionale, pace mondiale. A parte il primo tipo, le altre situazioni di pace sono un risultato collettivo e, in particolare, politico. La politica è il governo della società. La pace richiede il governo della società e la pace interiore richiede il governo di sé stessi. Tutte le situazioni di pace sono interdipendenti, ma in particolar modo nel mondo di oggi, nel quale abbiamo creato relazioni globali molto intense da cui dipende la sopravvivenza di un’umanità mai cosi numerosa, composta di otto miliardi di persone. Non si raggiunge la pace interiore se non in un contesto di società pacifica. E nessuna società può essere veramente in pace se un numero significativo dei suoi membri non ha raggiunto la pace interiore.

  La notte tra il 31 dicembre 1980 e il 1 gennaio 1981 partecipai alla Marcia della pace organizzata qui a Roma dalla Diocesi. Partimmo dal Colosseo, dove il rabbino capo di Roma, Elio Toaff, svolse una meditazione nel corso della quale, con riferimenti biblici, ci insegnò che non può esserci pace senza giustizia. A piedi poi arrivammo alla basilica di San Giovanni in Laterano, dove si svolse una veglia.

 In base alla Bibbia ci possiamo effettivamente convincere che società ingiuste non producono pace, e quindi rimangono instabili e minacciate dalla rovina,  e che una società è giusta quando fa la volontà del Creatore. In questa prospettiva la pace interiore è perfino colpevole in chi accetta o addirittura governa una società ingiusta, o ne profitta, anche se in  essa  non  vi siano conflitti in atto perché chi vi ha avuto la peggio rimane sottomesso a forza. E all’assenza di conflitti combattuti non si può dare il nome di pace, perché conflitti rimangono latenti. Possiamo accettare, anche da un punto di vista politico, questa concezione di pace. In realtà essa non è sufficiente per costruire la pace e serve essenzialmente a mantenerne l’anelito, quindi a superare situazioni di pace insufficienti dal punto di vista della giustizia in senso biblico, ma anche situazioni di conflitto colpevoli nello stesso senso.

  La pace, dal punto di vista politico, si manifesta indubbiamente come assenza di conflitti in atto, ma solo se questa situazione è manifestazione di un ordinamento sul quale ci sia un consenso abbastanza largo da non dover dipendere solo dalla violenza politica. Altrimenti la società è percorsa da conflitti potenziali che solo un equilibrio basato sulla forza tiene a bada, finché le forze contrapposte rimangono in equilibrio.

  Su un equilibrio di questo tipo si basava la situazione di non-guerra che si produsse dal 1946 al 1991 tra gli Occidentali e l’Europa orientale comunista egemonizzata dall’Unione Sovietica e dai suoi alleati. L’equilibrio del terrore, si diceva. Una situazione analoga si basa oggi  la non-guerra tra gli Occidentali e la Repubblica Popolare di Cina, veramente molto pericolosa perché ha come protagonisti la Cina in fase fortemente espansiva  e  una potenza come gli Stati Uniti d’America che in Estremo Oriente ha già combattuto tre sanguinose guerre e ha usato per due volte l’arma atomica per eccidi di massa di civili, annientando due grandi città giapponesi.  Un conflitto tra Occidentali e Cina popolare causerebbe la distruzione del nostro attuale modello sociale ed economico, basato sull’Interdipendenza con i cinesi.

 Per la verità un ordinamento globale che ha come obiettivo la pace mondiale c’è, e finora ci ha evitato conflitti catastrofici su vasta scala: si tratta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite O.N.U.: ma il rapido mutamento dello scenario politico mondiale, in particolare con l’emergere al livello di potenze globali dell’Unione Europea e della Repubblica Popolare di Cina, lo ha complicato e in diversi campi e scenari di conflitto l’O.N.U. dimostra minori capacità di un tempo. Infatti se ne invoca la riforma, ma naturalmente il suo successo dipenderà dal consenso che su di essa si riuscirà ad ottenere da parte delle maggiori potenze. Bisogna ricordare che la legge generale del potere è che ogni potere, individuale o collettivo, senza eccezioni, tende ad espandersi finché non trova una forza che validamente gli si oppone e allora, se non riesce a prevalere o se il prevalere gli è meno conveniente di un’alleanza, tratta un ordinamento di pace, e, se questo viene osservato, si passa da una situazione di conflitto in atto o potenziale ad una di pace reale.

  Definiamo stato un ordinamento a fini generali che riesce a conquistare il monopolio della violenza politica. All’interno di uno stato, l’ordinamento statale costituisce la principale forza che fronteggia ogni altra e la limita. Le Federazioni, Confederazioni e Unioni di stati sono ordinamenti complessi che limitano il potere degli stessi stati, in massimo grado nelle Federazioni, con grado di accentramento decrescente dalle Federazioni alle Unioni. La situazione è completamente diversa in sede internazionale. Qui non vi è un potere che abbia il monopolio della forza e, se vi fosse, come ancora auspica la dottrina sociale, avrebbe carattere imperiale, veramente sovrano nel senso di illimitato e, secondo la legge generale del potere che ho enunciato, assumerebbe carattere dispotico, risolvendo le situazioni di conflitto mediante sottomissione e, dunque, rendendo impossibile arrivare a una vera situazione di pace. È per impedire questo sviluppo che l’Unione Europea non è stata costruita come una Federazione,  come auspicavano è ancora auspicano molti europeisti, ad esempio gli autori del Manifesto di Ventotene.

 Un ordinamento è essenzialmente un sistema di norme che non riguarda solo le relazioni sociali ma vi crea nuovi attori, vale a dire  istituzioni pubbliche. Le istituzioni di un ordinamento pubblico, quindi creato per il governo di una società, sono organizzazioni per il governo di settori della società. Anche l’O.N.U. e l’Organizzazione Mondiale per il Commercio, che regola gli scambi a livello globale, sono istituzioni. Alla base degli ordinamenti internazionali vi sono trattati; alla base degli ordinamenti statali, semplici o integrati in Federazioni, Confederazioni o Unioni vi sono costituzioni. Nell’ordinamento dell’Unione Europea, il Trattato di Lisbona, del 2007, entrato in vigore il 1 dicembre 2009, è formalmente un trattato, ma sostanzialmente la Costituzione europea.

  L’ordinamento dell’Unione europea, istituito negli anni ’50 e progressivamente integrato ed esteso fino ad oggi ha consentito il più lungo periodo di pace continentale mai vissuto nella storia dell’umanità. Per questo nel 2012 le fu assegnato il premio Nobel per la pace. L’ordinamento europeo ha ancora effettività e prevede complesse procedure collaborative tra i suoi organi di vertice per impedire posizioni dispotiche, nelle quali è coinvolto il Parlamento europeo, eletto direttamente dai cittadini europei.

  L’ideologia politica dell’Unione Europea è quella democratica avanzata Occidentale, dinamica e ricca di dichiarazioni di diritti sociali, in particolare sviluppata per via giurisprudenziale a livello nazionale ed europeo. La realizzazione della pace europea è dipesa essenzialmente da essa e dal progressivo sempre maggiore e intenso coinvolgimento delle popolazioni europee, in particolare degli studenti attraverso progetti di formazione europea. L’integrazione economica, a partire dalla creazione di un mercato unico, con la possibilità di spostare liberamente merci, attività produttive e lavoratori, è stata fondamentale per creare i presupposti per una pace duratura, attenuando le contrapposizioni economiche.

 Come è chiaro da quanto ho ricordato, non basta quindi, per essere costruttori di pace, approfondire la teologia o la filosofia morali, ma occorre acquisire consapevolezza realistica dei conflitti sociali, economici e politici, vale a  dire di quella che definiamo situazione della società, e poi progettare e mediare nuovi ordinamenti o modifiche di ordinamenti in grado di conquistare nella società un consenso sufficiente a convincerne gli attori a non cercare di risolvere i loro conflitti con la forza. Questo non significa cristallizzare i conflitti, ma cercare, appunto,  di risolverli, ponendovi fine senza porre fine ai loro attori.  La risoluzione di un conflitto si ha solo nel quadro di un ordinamento ritenuto giusto dalle parti potenzialmente in conflitto. In questa prospettiva è giusto quell’ordinamento che comporti la risoluzione assentita, non solo subita, di un conflitto sociale. È qui torna l’idea di giustizia, come fondamento della pace, con l’avvertenza che, data la sua definizione, si tratta di un risultato dinamico, mai dato una volta per tutte, non definito in una qualche tavola della legge soprannaturale, ma che deve essere riconquistato seguendo l’evoluzione sociale, che tende a rendere instabili gli ordinamenti. Paradossalmente questo richiede, nelle epoche di instabilità, di cacciarsi dentro i conflitti sociali, come, per spegnere un incendio, bisogna entrarvi con strumenti di estinzione. Questa sensibilità si è faticosamente affermata anche nella dottrina sociale cattolica a partire da metà Ottocento e, in particolare, dall’enciclica La pace in terra (1963) del papa Angelo Giuseppe Roncalli (Giovanni 23^) e, con sempre maggior forza, dopo il Concilio Vaticano 2^ (1962-1965), fino alla vastissima teorizzazione sotto il regno del papa  Karol Wojtyla (Giovanni Paolo 2°) e alle innovative concezioni del Papa regnante.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in san Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.