mercoledì 2 dicembre 2020

Problemi di costruzione ecclesiale 11

 

Problemi di costruzione ecclesiale 11

 

[dalla lettera ai fedeli laici Fare di Cristo il cuore del mondo, pubblicata dalla Commissione per il laicato della Conferenza Episcopale Italiana la domenica di Pasqua del 2005, il 27 marzo 2005]

 

  Siamo oggi di fronte a eventi e fenomeni spettacolari e inquietanti, destinati a segnare fortemente il futuro. Non è facile poter dire se le coordinate culturali che hanno plasmato l’epoca moderna siano ancora del tutto attuali o se, al contrario, siamo all’alba non solo di un nuovo secolo, ma anche di una nuova società, di nuovi modi di pensare, di giudicare, di orientare, di organizzare l’esistenza.

   È proprio tale incertezza a rendere nuovo, in un certo senso, il tempo che viviamo e in gran parte inedite le sfide che esso presenta: sfide di carattere culturale, educativo, morale, spirituale, di fronte alle quali nessuno può restare indifferente, meno di tutti il laico cristiano, che vive il suo radicamento nel mondo come vocazione particolare.

  Il Concilio Vaticano 2°, dopo aver ricordato che il Battesimo, incorporandoci a Cristo, fonda la missione di testimonianza cristiana di ogni credente, indica come «propria e specifica l'indole secolare del laico»: la vocazione, cioè, dei laici a vivere le realtà del mondo ordinandole secondo Dio e la piena responsabilità ecclesiale del loro apostolato all’interno della comunità cristiana.

  Non sempre l’auspicata corresponsabilità ha avuto adeguata realizzazione e non mancano segnali contraddittori. Si ha talora la sensazione che lo slancio conciliare si sia attenuato. Sembra di notare, in particolare, una diminuita passione per l’animazione cristiana del mondo del lavoro e delle professioni, della politica e della cultura, ecc. Vi è in alcuni casi anche un impoverimento di servizio pastorale all’interno della comunità ecclesiale. Serve un’analisi attenta ed equilibrata delle ragioni dei ritardi e delle distonie, per poterle colmare con il concorso di tutti. A volte, può essere che il laico nella Chiesa si senta ancora poco valorizzato, poco ascoltato o compreso. Oppure, all’opposto, può sembrare che anche la ripetuta convocazione dei fedeli laici da parte dei pastori non trovi pronta e adeguata risposta, per disattenzione o per una certa sfiducia o un larvato disimpegno. Dobbiamo superare questa situazione.

  È indispensabile uscire da quello strano ed errato atteggiamento interiore che faceva sentire il laico più “cliente” che compartecipe della vita e della missione della Chiesa

  La distinzione di grado e di funzione, quindi, non significa che nella Chiesa vi sia una zona riservata all’opera dei pastori e una riservata all’opera dei laici.

  Non pensiamo alla redistribuzione di qualche compito oggi svolto dal presbitero (anche se è necessario che questi si concentri di più sul proprio essenziale), ma alla ricerca di nuove opportunità e modalità tipiche della loro condizione laicale per il servizio della comunità cristiana.

 Da parte della Chiesa, oggi più che mai, vi è una duplice attesa nei confronti dei laici. Da un lato, essa ripropone gli ampi spazi di servizio in cui i laici possono e debbono dare il proprio specifico apporto, dall’evangelizzazione alle varie forme di educazione alla fede e alla preghiera, alla celebrazione dei sacramenti, alla carità fraterna, all’attenzione ai poveri, soprattutto attraverso iniziative di volontariato e scelte profetiche di condivisione e di solidarietà, ecc. Dall’altro lato, li esorta ad assumere in pieno la prossimità con tutti gli uomini e le donne del proprio tempo, con i loro problemi e i loro percorsi sociali e culturali. Spetta al laico saper declinare nelle situazioni “secolari” l’annuncio cristiano. Spetta a lui trovare le parole per comunicare, in modo vero ed efficace, l’unica Parola che salva, portare l’annuncio della misericordia e del perdono nella città degli uomini, inserendolo nelle sue leggi, dialogare con le culture in cui è immerso, imparare ad ascoltarle, a metterle in crisi, a rianimarle alla luce del Vangelo. In questo modo il laico cristiano contribuisce a incarnare, nella storia e nel tessuto della vita umana, la missione della Chiesa, come «sacramento universale di salvezza».

   C’è bisogno di una nuova primavera del laicato, che possa letteralmente rianimare, in forme significative e comunicabili, tutti gli ambiti di vita in cui un fedele laico può essere apostolo: nell’evangelizzazione e santificazione, nell’animazione cristiana della società, nell’opera caritativa; nell’azione pastorale della Chiesa, così come nella famiglia e nella vita pubblica; in forme individuali e associate; delineando un nuovo stile di vita, segnato dalla conversione dell’intelligenza e degli affetti, in cui l’intera rete delle relazioni con se stesso, con gli altri e con il creato sia abitata dal soffio dello Spirito. Ma per fare ciò bisogna ovviamente pregare, riflettere, estrarre dal nostro tesoro «cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52): essere cioè veri cristiani.

 

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 La grande teologia può essere bella da leggere e riscalda il cuore. Naturalmente pochi sono capaci di scriverla. I più, in religione, si esprimono in ecclesialese, che è un gergo, spesso serve più che altro a insinuare senza mostrare chiaramente come la si pensa e utilizza, per far questo, le parole della teologia. Fatto sta che si rende difficile a chi ascolta e legge capire dove  si vuole veramente andare a parere e, come dire, ci si lascia sempre aperta una via per fare retromarcia. Si dice e non si dice, si dice qualcosa ma subito le si accosta il suo contrario. Così, leggere l’ecclesialese è estenuante e ognuno intende quello che vuole: l’autore del testo, in fondo, benedice gli uni e gli altri.

  Qui sopra ho fatto la sintesi di un documento piuttosto importante che fu diffuso a Pasqua del 2005, nel trapasso da un’era a quella che stiamo ancora vivendo, quando ci si cominciò a rendere conto, nella gerarchia, che l’influenza dei cattolici in Italia stava diventando insignificante, dopo che essi avevano  costruito, nel secondo dopoguerra, la nuova democrazia repubblicana. 

  Per circa quindici anni i vescovi italiani avevano preferito fare da sé, negli affari sociali: da qui poi quella situazione. Naturalmente nessuna autocritica.

 «A volte, può essere che il laico nella Chiesa si senta ancora poco valorizzato, poco ascoltato o compreso». “Si senta”? Il laico, semplicemente, non contava e non conta nulla. Negli anni del partito cristiano  se ne era sopportata una certa autonomia in politica, ma sempre con diffidenza e insoddisfazione. Venuto meno quello, tutto sommato si era tirato un sospiro di sollievo.  Com’è che poi, però, nel 2005 ce se ne uscì quella lettera? Le cose non erano andate molto bene. Nonostante tutto l’ecclesialese  di comunione, il laico era stato ridotto a cliente, se non semplicemente a figurante  dei grandi eventi di piazza, ai quali ci si affidava per coagulare occasionalmente un’immagine di Chiesa di popolo. Da quel  2005, da quanto si manifestò la consapevolezza del disastro pastorale degli anni precedenti, non è che la situazione sia poi molto cambiata.

  Certo, papa Francesco avrebbe altri progetti, parla in modo diverso, ma le sue parole cadono in mezzo ad  una popolazione demotivata alla fede, innanzi tutto perché tanto a lungo emarginata e privata della parola. Sommersa dall’ecclesialese che, in fondo, semplicemente le intimava di non muoversi, di non partire se non quando non le fosse stato ordinato, di limitarsi a fare e a dire ciò che le veniva detto di fare e di dire.

  Ma ora è inutile insistere troppo a ricordare il triste passato: è ora di ripartire, se ci riesce.

 Dunque, prendiamo sul serio i vescovi, lasciando da parte l’ecclesialese con cui fatto un passo avanti ci si prepara a farne uno indietro. Autonomia,  corresponsabilità. Ma non ognuno per sé, è chiaro. Dobbiamo farci popolo e quindi capace di ciò che in ecclesialese si chiama comunione, vale a dire la volontà di intenderci e di dialogare per capire che fare e che dire. Comunione  non è la decisione di sopire i dissensi accettando di sottomettersi al capo gerarchico, che poi, da solo, neanche sa bene che fare e che dire, è incerto su tutto, e dice e non dice,  buttandola in ecclesialese.

 «Spetta al laico saper declinare nelle situazioni “secolari” l’annuncio cristiano. Spetta a lui trovare le parole per comunicare, in modo vero ed efficace, l’unica Parola che salva, portare l’annuncio della misericordia e del perdono nella città degli uomini, inserendolo nelle sue leggi, dialogare con le culture in cui è immerso, imparare ad ascoltarle, a metterle in crisi, a rianimarle alla luce del Vangelo.» scrissero nel 2005. “Al laico”: ma naturalmente non uno solo, bensì “i”  laici che nel dialogo riescono a trovare un’intesa. Nessuno deve pensare che basti la sua sola buona volontà. L’opera che siamo esortati a intraprendere è necessariamente collettiva o serve a poco. E tuttavia non siamo abituati ad agire e decidere insieme. Quando ci incontriamo, se non c’è un prete che parla, non sappiamo che fare, che dire, che pensare. Ci hanno abituati così, certo, e non va bene, anche il clero è arrivato a rendersene nuovamente conto, dopo aver manifestato di dimenticarlo a lungo. Ma occorre disabituarsi e inaugurare nuovi stili.

  Come si fa? Provando e riprovando, nel senso in cui Dante usò  quell’espressione nel Paradiso  a proposito di ricerca della verità [canto 3°, vv 1-3], vale a dire provando e correggendosi. Questo è tirocinio di vita pubblica. Tutte le volte che ci si è riuniti e non si è riusciti a decidere un bel nulla,  e solo ci si è accalorati e poi impermaliti, ognuno rimanendo della sua opinione, si è sbagliato. Bisogna riconoscerlo e non ricaderci! Un errore nella procedura che poi ha impedito di partire con un’azione collettiva. Ognuno arriva con il suo partito preso, lo espone e si aspetta che gli altri lo condividano, non vuole sentir ragioni, accetta solo i pro, i contro  li addebita a mala fede altrui.  Tutti fanno così e non si risolve nulla, non si declina un bel nulla, i problemi restano e ci si aspetta che, forse, qualche gerarca sopra di tutti riesca poi a risolverli. Con quale magia poi? E, addirittura, dopo tutta questa inconcludenza, si pensa anche di aver fatto mostra di una bella pietà religiosa essendosi manifestati disposti a seguire quel tal gerarca, magari in precedenza trafitto da reiterate mormorazioni, a colpi di lingua maligna, nonostante tutti  i moniti biblici in merito.

 E poi: passo dopo passo. Fu la strategia di un abile e spregiudicato negoziatore, Henry Kissinger, per cercare una mediazione tra due irriducibili nemici. Le rivoluzioni riescono meglio così. Mattone dopo mattone la casa vien su. Non illudiamoci di poter usare una specie di stampante 3D sociale. Ad esempio: la puntualità. Sembra poco.  Essere puntuali però è un bell’inizio di coinvolgimento collettivo in un’opera comune, vada come vada. Essere proprio lì dove e quando si è attesi. A chiacchiere tutti sarebbero capaci di arrivare sulla Luna, ma avere una/un amica/o vicina/o quando te l’aspetti è tutt’altra cosa. Si esce dalla dimensione della fantasia. Bastano due o tre insieme nel Suo nome ed Egli è tra noi, è scritto.  Arrivare a messa qualche minuto prima che inizi… Sembra pochissimo, niente. Ma da noi ancora è difficile ottenerlo. Riuscirci sarebbe un piccolo passo, ma molto significativo. La chiesa parrocchiale durante la messa non dovrebbe essere come il bar della stazione, gente che va, gente che viene. Tanto più ora, poi,  che il vederci in chiesa è così  importante perché altre occasioni di incontro sono sconsigliate a causa dell’epidemia.

 Anni fa, ai tempi dell’università, partecipai alla costituzione di un gruppo che ancora c’è. Il leader carismatico riconosciuto propose di partecipare ogni settimana alla messa vespertina nella chiesa di San Claudio a piazza San Silvestro. Era la chiesa in cui Aldo Moro spesso pregava,  lessi,  e anche mio padre me lo confermò.  Quella messa era frequentata da gente di tutte le condizioni: era l’immagine di un popolo. Per questo fu scelta. Ricordo ancora quelle sere. Non era solo un rito scontato, in particolare per mettersi in mostra. Anzi, ci si voleva proprio confondere in quel popolo tanto vario, bello proprio perché non fatto solo del genere di persone che eravamo noi. Questo suo pluralismo interno era una ragione in più per credere.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli