sabato 26 dicembre 2020

La politica come costruzione sociale

 

La politica come costruzione sociale

 

 La politica è il governo della società.  Il  governo  comprende la costruzione  della società. Nell’idea di  società vi è quella di un popolo  che segue si muove  e decide secondo certi costumi e certe regole. E’ il governo di una società che costituisce il suo popolo. Prima c’è solo una popolazione che, nelle sue relazioni  sociali,  esprime una collettività. Essa diventa popolo  quando acquisisce la capacità di agire politicamente. Perché accada, non è indispensabile che si abbia il potere di decidere, perché si agisce politicamente anche quando ci si limiti a obbedire: anzi, se non c’è obbedienza,  non c’è alcun effettivo governo. E il potere decisionale è sempre prerogativa collettiva, anche nelle forme monarchiche: non è mai, veramente, una sola persona che decide. Ma è soprattutto collettiva l’obbedienza ad un potere, essenziale per la sua effettività. Quindi: il governo della società è sempre un’azione collettiva e, per essere tale, deve essere anche sociale,  vale a dire espressione di un sistema di relazioni che siano intelligibili, quindi rispondenti a costumi e regole formali. Quando proviamo a definire che cosa sia un politico, inteso come persona che fa politica, dobbiamo quindi concentrarci su questa attività di costruzione della società, a partire da una popolazione. L’amministrazione  di un settore della società, ad esempio, è una cosa diversa, anche se in genere, quando ci si riferisca al politico, si presentano esempi di persona che si occupano di amministrazione pubblica.  Quando, nella formazione, si vuole insegnare la politica, si dovrebbe partire a quello: dalla costruzione sociale.

 Naturalmente, il più delle volte ci troviamo di fronte a società bell’e fatte, ma in genere si deve lavorarci sopra politicamente, perché le popolazioni che le esprimono e le loro culture cambiano costantemente, e quindi deve sempre raggiungersi un nuovo punto di equilibrio.

  Quando si costruisce un edificio è tutto più semplice, perché è un lavoro che si conclude in un tempo limitato. Ma si è anche limitati dalle leggi della fisica, della chimica e della biologia. Queste ultime regolano il carico di lavoro che si può assegnare a ciascun lavoratore, ma anche le caratteristiche costruttive della nuova opera: ad esempio l’altezza dei locali abitativi e la pendenza delle scale.

  Ognuno sa che fare e il lavoro collettivo è regolato secondo un progetto, che è quello dell’architetto, dettagliato, nelle caratteristiche costruttive, ad esempio nel calcolo del cemento armato,  dall’ingegnere e da altre professionalità. Tutto si svolge secondo disposizioni riconducibili ad una squadra di specialisti, che si coordinano. Si cerca di lavorare con criteri di economicità, senza spreco di risorse. La ripartizione del carico delle spese e degli utili è contrattualizzata: vale a dire che è stata decisa prima di iniziare a lavorare.

  Anche nella costruzione sociale si è limitati dalle leggi della fisica, della chimica, della biologia e dell’economia. Ma lo si è anche dalle leggi proprie delle dinamiche sociali, perché la società emerge come risultato di interazioni di potere. Ci sono regole formali, che la società si è già data o che si cerca di introdurre nell’attività di governo, ma anche regole che, come quelle dalla fisica, possiamo considerare naturali  perché dipendono da come sono fatti gli esseri umani. E ce ne sono altre che consistono in costumi sociali che si sono via via affermati per l’utilità o piacevolezza che ne deriva: tra questi, ad esempio, quelli riguardanti l’alimentazione, l’abbigliamento, le cerimonie e via dicendo. Il tempo è importante, certo, perché la tempestività di un’azione collettiva è in genere determinante per il suo successo, ma, in sé, una società nasce per superare questo tipo di limite, vale a dire per durare. Infine, non c’è, in genere, un progetto del risultato fin dall’inizio, ma solo un abbozzo o modello.  La società è quindi tale per come viene costruita, ma si costruisce senza sapere veramente che cosa ne uscirà. Infine l’ultimo limite: la soddisfazione sociale. Nessuna società dura a lungo se non genera soddisfazione sociale. L’insoddisfazione sociale può essere combattuta mediante la violenza politica, ma la storia dimostra che quest’ultima poi rende instabile la società. Una società è tanto più stabile, quindi duratura, quindi efficiente nel produrre e riprodurre sé medesima, quanto maggiore sono la soddisfazione e quindi il consenso  sociali. Quello di consenso  è  un concetto politico ed è uno dei modi principali in cui in una società si fa  politica. Nessun governo, neppure quelli autocratici, che non cercano quindi legittimazione né dall’alto né dal basso, possono ignorare il consenso sociale, perché, se lo ignora, corre il rischio di essere rovesciato, al raggiungimento di certe soglie di insoddisfazione sociale  e di dissenso.

  Uno dei modi principali in cui nel passato si è cercato di creare e di mantenere il consenso sociale è stata la sacralizzazione  della politica, che  è quando un orientamento di governo viene presentato come voluto da potenze superne. L’opposto della sacralizzazione   è la  secolarizzazione. Ogni governo secolarizzato deve ottenere il consenso basandosi a) sulla soddisfazione sociale e/o b) sulla violenza pubblica. Solo a partire dall’affermazione delle democrazie contemporanee si ebbe una decisa secolarizzazione delle attività di governo. Anzi la secolarizzazione del governo, che si dice anche laicità  del governo, è uno dei principi cardine della democrazia come oggi la si intende. Infatti, solo la laicità del governo consente a tutti di parteciparvi in qualche modo, in condizione di uguaglianza in dignità. Questa condizione di uguaglianza richiede che nessun tema e nessun potere pubblico  possa essere sottratto al dibattito razionale tra i consociati. Altrimenti prevarrebbe sempre la volontà sacralizzata  dei gruppi che si sono affermati come interpreti qualificati del volere soprannaturale ma anche come suoi profeti.

   Nella politica ecclesiastica della nostra confessione religiosa la sacralizzazione dei poteri pubblici è ancora molto marcata. Questo non significa che non possano essere sperimentate forme di governo democratiche nei campi non sacralizzati, specialmente nelle realtà di base come le parrocchie. Il problema  è che in genere non si fa formazione alla democrazia e, dunque, anche in questi ambiti si tende a imitare i poteri sacralizzati, ad esempio distribuendo irritualmente scomuniche. E’ solo facendone tirocinio, infatti,  che si impara la democrazia.

  La democrazia è una forma molto efficace di costruzione sociale perché si basa su un consenso partecipato molto ampio. Essa consente anche rapidi adattamenti secondo le esigenze dei tempi: quando sono molto estese hanno il carattere di riforme.

  Ogni società incapace di adattarsi muore. La nostra Chiesa, pur intensamente sacralizzata, ha dimostrato una notevole capacità di adattamento nei due millenni della sua vita. Spesso tuttavia gli adattamenti necessari si sono prodotti nel corso di gravi crisi, non di rado anche sanguinose. Negli scorsi decenni si è intrapresa un’altra strada, imparando dall’esperienza delle democrazie contemporanee. Il metodo della sinodalità  può essere considerato un adattamento verso la democrazia, che tuttavia non vuole rompere con un più antico ordinamento autocratico, ma comporne le asprezze praticando il dialogo rispettoso dell’altrui dignità.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.