martedì 1 dicembre 2020

Discutere e decidere con metodo, antidoto contro l'antica piaga delle mormorazioni

 

 Discutere e decidere con metodo, antidoto contro l'antica piaga delle mormorazioni

 

1.   In una sequenza del  film Il pranzo di Babette (1987), del regista Gabriel Axel, ambientato in una piccola comunità evangelica in uno sperduto paesino costiero della Danimarca settentrionale,  una donna di quel gruppo cita, a proposito del clima non sereno che si era creato tra i fedeli, un brano biblico a proposito delle malvagità di cui  è capace la  nostra lingua, nonostante sia una piccola parte del corpo. Quando vidi il film, lo cercai: è nel capitolo 3 della lettera di Giacomo, che trascrivo di seguito nella versione della TILC Traduzione interconfessionale in lingua corrente, dal sito bibbia.edu.

 

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 [https://www.bibbiaedu.it/]

 

Fratelli, non siate in molti a voler diventare maestri degli altri. Sapete infatti che noi maestri saremo giudicati da Dio in modo particolarmente severo. Tutti commettiamo molti errori. Se uno non commette mai errori in quel che dice, è un uomo perfetto, capace di dominare se stesso.  Noi mettiamo il morso alla bocca dei cavalli, per fare in modo che ci ubbidiscano, ed è così che possiamo dominare tutto il loro corpo. Guardate le navi: anche se grandi e spinte da un vento molto forte, per mezzo di un piccolissimo timone vengono guidate là dove vuole il pilota.  Così anche la lingua: è una piccola parte del corpo, ma può vantarsi di grosse imprese. Un focherello può incendiare tutta una grande foresta.  La lingua è come un fuoco. È come una cosa malvagia messa dentro di noi, e che porta il contagio in tutto il corpo. Essa infiamma tutta la vita con un fuoco che viene dall’inferno.  L’uomo è capace di domare gli animali di ogni specie: bestie selvatiche, uccelli, rettili, pesci…; e di fatto li ha domati. La lingua, invece, nessuno è capace di domarla. Essa è cattiva, sempre in movimento, piena di veleno mortale.  Noi usiamo la lingua per lodare il Signore che è nostro Padre, ma anche per maledire gli uomini che Dio ha fatto simili a sé.  Dalla stessa bocca escono parole di preghiera e parole di maledizione. Fratelli, questo non deve avvenire. Forse che da una stessa fonte può uscire insieme acqua buona e acqua amara? No!  Nessun albero di fichi produce olive, e nessuna vite produce fichi. Così una sorgente d’acqua salata non può dare acqua da bere.  Qualcuno, tra voi, pensa di essere saggio e intelligente? Bene! Lo faccia vedere con i fatti, comportandosi bene; mostri insieme gentilezza e saggezza.  Se invece il vostro cuore è pieno di amara gelosia e di voglia di litigare, fate a meno di vantarvi e non dite menzogne che offendono la verità.  Una saggezza di questo genere non viene da Dio: è sapienza di questo mondo, materiale, diabolica.  Infatti dove regnano la gelosia e la voglia di litigare, ci sono disordini e cattiverie di ogni genere.  Invece la saggezza che viene da Dio è assolutamente pura; è pacifica, comprensiva, docile, ricca di bontà e di opere buone; è senza ingiuste preferenze e senza alcuna ipocrisia.  Le persone che creano la pace attorno a sé sono come seminatori che raccolgono nella pace il loro frutto: una vita giusta.

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   Gli esperti dicono che la lettera di Giacomo origina da comunità palestinesi della metà del Primo secolo, quindi all'epoca delle origini. Quando si sente fantasticare di un ritorno alle origini come soluzione dei problemi del presente, questo non mi convince tanto, perché alle origini c'è quello di cui si tratta in quel brano biblico, e anche di peggio, e, in particolare più o meno quello che c'è oggi in tema di contrasti comunitari. E c'è anche nelle nostre parrocchie, anche nella nostra  certamente!, e non solo nel tempo presente.

 Me ne parlava già mia madre, quando qui da noi a San Clemente faceva la mamma catechista.

Aveva studiato catechetica nella vicina università dei salesiani, dopo un corso qui in parrocchia e un altro alla Lateranese. Nel vivace clima di rinnovamento della catechesi inaugurato dal Documento di base del 1970, aveva iniziato a introdurre metodi nuovi, ad esempio gli audiovisivi, proiettava delle diapositive, faceva sentire dei dischi, in un'epoca in cui si pensava ancora che il catechismo fosse imparare a memoria le risposte scritte sul libretto che veniva dato a bambini dall'età delle elementari (all'epoca Prima Comunione e Comunione e Cresima si  facevano a nove/dieci anni).

 E, insomma, dopo certe mormorazioni sui suoi metodi, un triste anno, senza alcun preavviso del parroco o avvertimento da parte delle altre mamme catechiste (diverse delle quali aveva lei stessa reclutato), si trovò esclusa dal catechismo. Ci soffrì molto, ma secondo i costumi dell'Azione Cattolica verso i preti, affiancare non assillare, si dedicò ad altro, e sicuramente la parrocchia e la catechesi ci rimisero.

 Ma doveva proprio andare così? Deve sempre andare così?

  A sentire Papa, vescovi e preti, che ciclicamente si lamentano delle mormorazioni e delle lingue affilate in azione, ricordando anche che si tratta di un peccato grave di cui accusarsi in confessione, sembra che ancora vada così e che nessun rimedio finora si sia rivelato veramente valido.

  Ci sono poi parroci con piglio piuttosto autoritario che se la sbrigano  per le spicce con due urlacci, e altri che cercano il dialogo, come è nel caso nostro. Ma, paradossalmente, a volte chi mormora preferisce i primi e questo, semplicemente, perché, quando gli si chiede di andare sul concreto, e soprattutto di quantificare la misura del proprio contributo personale alla fase esecutiva, si sente in difficoltà, perché molto propenso a consigliare, molto meno a fare.

  Dagli anni ‘80 i laici sono sempre più chiamati a collaborare in vari campi che prima erano riservati a chierici e religiosi. Ma bisogna  considerare che noi laici tendiamo a sopravvalutarci. Nelle cose di Chiesa, ci sentiamo ad esempio teologi per natura, capaci di  trattare da competenti pure col Papa, anche se si è letto poco e male, e, insomma, si sa poco di tutto. Teologi si comincia ad essere con il dottorato, un titolo di studio successivo alla laurea specialistica, e così anche in medicina, ingegneria, matematica ecc. Con la laurea cosiddetta specialistica si è considerati esperti, con quella triennale o baccalaureato persone acculturate in una certa disciplina. Questo in tutto eccetto che nel diritto, dove, per l'importanza che vi ha la pratica giudiziaria, si è considerati giuristi anche senza dottorato, ma dopo essersi distinti nel foro, in particolare nelle giurisdizioni superiori.

 Se uno non ha studiato abbastanza per raggiungere quei gradi in una certa disciplina, ma legge e cerca di ragionare, con una certa disponibilità ad imparare nel dialogo con i competenti, allora è un ignorante colto, come è anche uno specialista in una disciplina rispetto a specialisti in altre discipline. È praticamente la condizione di tutti, perché si può essere veramente competenti solo in campi molto limitati. L’importante però è esserne consapevoli, perché collaborando con gli altri ci si riesce ad elevare sopra i nostri limiti individuali. Ma anche a questo si deve essere formati e occorre farne tirocinio, cosa che, però, raramente accade in religione. Così si litiga e, non sapendo sviluppare ed esporre argomenti ragionevoli, anche perché si è incerti su tutto ma su tutto si vuole mettere bocca però solo di testa propria,  allora si mormora.

2. In realtà, quindi, in genere è più che altro questione di metodo.

  L'organizzazione ecclesiastica, di tipo feudale/clericale, non forma al dibattito se non nell'ambito universitario, e dunque si sta molto a ricasco del capo gerarchico e quest'ultimo è insofferente di chi si allarga, anche perché chi lo fa spesso si intromette solo a chiacchiere e fa perdere tempo.

  Però, da quando c'è stato il Concilio Vaticano 2^ (1962-1965), ai laici viene chiesta una maggiore collaborazione proprio in quanto laici, non come una sorta di clero di complemento. Non è tanto questione di supplire i vuoti spaventosi e il rapido invecchiamento dei ministri ordinati, anzi questo è un modo sbagliato di impiegare il laicato, quanto di allargare gli orizzonti di un clero che, per quanto formato in un impegnativo percorso scolastico e accademico, non è competente su tutto, e non può esserlo perché nessuno può esserlo.

 Se mettiamo insieme diversi preti, con una formazione da prete, essi, anche collaborando tra loro, riusciranno a fare solo ciò che un prete ha imparato a fare, liturgia, sacramenti, formazione religiosa, l’assistenza materiale ai bisognosi, e che può fare secondo il suo particolare stato di vita, che, ad esempio, tra i cattolici di rito latina gli vieta l’intimità con la donna (pur dovendo predicarvi sopra) e lo vincola ad una determinata condizione giuridica e sociale.   La Chiesa, però, vuole, addirittura trasformare tutta la società: a questo ci esorta la dottrina sociale dalla fine dell’Ottocento. Questo lavoro non è solo strumentale alla fede, come se le fosse esterno, ma rientra proprio in essa, come agápe e quest’ultima è nientedimeno che il principio del Regno, che però ci rimarrà sempre all’orizzonte perché non è da noi compierlo ma solo anticiparlo nell’attesa vigile. Con questa estensione, non certamente un’opera solo da preti.

  La consapevolezza di ciò si è raggiunta gradualmente e ha incontrato forti resistenze tra i cattolici, per l’accentuato clericalismo che ne permea la Chiesa e che si manifesta  ad esempio in chi, sognando una parrocchia diversa, pensa che ciò che non va  sia il suo parroco. La prima dottrina sociale che sognò indurre nel popolo e per suo tramite una società radicalmente diversa, che è come dire trasformare quel popolo, e innanzi tutto facendone un popolo da popolazione che era, pensava che il Papato possedesse la sapienza per guidare quel processo. La storia successiva le diede una dura lezione in senso contrario. Durante il Concilio Vaticano 2^ se ne prese atto: al suo centro vi fu infatti  la teologia sul popolo e, in questo ambito,  quella sui laici. Ora da questi ultimi si chiede anche capacità di autonomia, intesa come capacità di ideazione e di collaborazione sui principi di azione sociale. Dal 2005 nel Magistero ricorre pressantemente l’esortazione ai laici di sviluppare questa capacità, ma, per la verità, essi non sono formati a farlo, questo non rientra nella loro istruzione religiosa, ma anche nell’istruzione scolastica in genere, salvo che in taluni ambiti universitari. In religione l’autonomia è ancora vista come manifestazione di libertà ed essa è considerata con sospetto, come arbitrio e dunque fonte di disordine e di disgregazione sociale, ed anche ecclesiale. È una concezione obsoleta, ma che resiste e quindi fatica ad essere superata, non solo per i timori ancora diffusi tra il clero, ma anche per il fatto che costa fatica per coloro, i laici, ai quali fu a lungo vietata.

3. Quando tra laici, che agiscono come Chiesa, ci si riunisce per prendere una decisione su come svolgere un lavoro che richiede collaborazione, si dovrebbe partire dall’accordarsi su questo principio: nessuno, da solo, ha in tasca la soluzione, che vale solo se si raggiunge un’intesa su di essa, proprio perché l’opera che c’è da fare è collettiva. Ciò che ognuno pensa ha questo difetto, sempre: scaturisce da un individuo limitato e ne sconta i limiti. Le osservazioni degli altri non devono essere quindi subite come affronti, perché servono ad allargarne le prospettive. L’autonomia richiede che non si sia mai semplici esecutori di decisioni altrui, ma nel confronto tra diversi punti di vista l’azione collettiva si fa più efficace, perché si arricchisce di competenze che nessuno da solo può dominare. Allora, più che battagliare, occorre spiegarsi.

 Inoltre si dovrebbe convenire su quest’altro principio: non è ammissibile nessuna proposta che non comporti un ragionevole impegno personale nella sua esecuzione da parte di chi la fa. In genere si preferisce il ruolo di semplici consiglieri, diciamo di suggeritori dei direttori d’orchestra, o meglio l’impegno a sole chiacchiere, rifuggendo di spendere tempo e fatica nella realizzazione di ciò che si propone,  diciamo come orchestrali, assoggettandosi all'indispensabile percorso formativo e di tirocinio e assumendo anche la responsabilità del risultato.

  In Azione Cattolica, a tutti i livelli, si fa tirocinio di quel modo di procedere,  nel decidere insieme. È per questo che la di definisce palestra di democrazia.

  È sbagliato convocare una riunione in cui ciascuno si limiti a dire la propria: in genere si finisce sempre a litigare. E non cambia nulla. Il gruppo non decide nulla.

  Ci deve essere, prima, quella che nella prassi della pubblica amministrazione e in quella giudiziaria si chiama istruttoria.

  Dunque bisogna istituire una commissione, con non meno di due membri, per consentire un dibattito al suo interno (tutto ciò che matura in una singola persona ne sconta i limiti cognitivi), che faccia una ricognizione del problema in decisione (raccogliendo documenti, sentendo persone, informandosi su come altri gruppi hanno fatto e sul risultato di quelle decisioni, informandosi, nel caso di un gruppo parrocchiale, degli orientamenti diocesani, individuando le soluzioni proposte dai componenti del gruppo ed esponendone i pro e i contro che sono stati evidenziati). Questo lavoro molto importante non si fa in adunanze plenarie ma in un gruppo ristretto, che sviluppa  relazioni a-tu-per-tu, e consente di arrivare in adunanza plenaria, con la partecipazione di tutto il gruppo di lavoro, avendo superato la fase in cui di solito si litiga, ci si accalora, si inizia a strillare e ci si impermalisce. La commissione istruttoria non deve però arrogarsi la decisione, ma solo esporre realisticamente, razionalmente e compiutamente i connotati del problema. Durante l’adunanza plenaria riferirà in merito mediante una relazione svolta da una/o dei suoi membri. Ma deve svolgere anche un ultimo compito di grande utilità: individuare, sentendo i componenti del gruppo di lavoro gli orientamenti maggioritari e le persone che, relazionandone, li esporranno nell’adunanza plenaria.

 Il giorno di quest’ultima deve essere individuata una persona che la presieda, la quale  deve mantenere una posizione neutrale nella direzione del dibattito, anche se, al momento di decidere, può manifestare il suo orientamento e il suo voto. La/il presidente deve essere persona estroversa, colta, equilibrata e apprezzata dagli altri, e diversa dal centro di potere che può sindacare l’attività del gruppo di lavoro.

 Chi presiede darà parola, fisserà la durata degli interventi, fisserà l’eventuale data di rinvio della riunione.

 Riferirà in adunanza innanzi tutto una persona della commissione istruttoria, poi le persone che rappresentano gli orientamenti maggioritari, quindi possono ascoltarsi esperti o esponenti esterni al gruppo di lavoro e infine si darà la parola alle persone che ne fanno parte. La/il presidente, secondo l’andamento del dibattito, può proporre di mettere in votazione una mozione di compromesso per cercare di raggiungere l’unanimitá. Nel caso che il tentativo non riesca, inviterà gli esponenti degli orientamenti maggioritari emersi ha formulare mozioni da mettere in votazione, quindi si procederà al voto e la decisione risultata maggioritaria sarà quella collettiva del gruppo. Una volta presa, i membri del gruppo di lavoro devono impegnarsi a difenderla all’esterno. Accade che le decisioni dei laici tendano ad essere semplicemente ignorate negli ambienti ecclesiali, con il pretesto della sinodalitá, che di solito viene intesa come considerare inefficaci le decisioni collettive non approvate da un capo gerarchico.

  Un’adunanza plenaria, a meno che non si decida un rinvio, non dovrebbe concludersi mai senza una votazione deliberativa. Altrimenti si finisce per rimpiangere il capo autocrate, disamorandosi della procedura.

 Ma ogni decisione dovrebbe essere sottoposta a verifica dopo un certo tempo di esperienza pratica.  Il compito di questa verifica dovrebbe essere affidato alla commissione istruttoria di cui si è detto.

 L’adunanza plenaria e quella commissione dovrebbero essere istituzioni permanenti del gruppo di lavoro.

 Non si è scritto di un capo. In realtà, nei piccoli gruppi di lavoro ecclesiali è meglio che non ci sia. Qualsiasi centro monocratico di decisione è infatti a rischio di degenerazione autocratica, ed esso è più grave in una Chiesa come la nostra afflitta da processi di sacralizzazione dei suoi centri di potere. Meglio che il potere, almeno nelle organizzazioni di prossimità sia diffuso, mantenendo la condizione di blanda anarchia che, veramente, si viveva all’interno della cerchia dove tutto iniziò. Non, naturalmente, disordine, ma attenuazione del principio gerarchico, almeno in ciò che fanno i laici, in modo da favorire l’impegno responsabile di autodisciplina. Nessuno dovrebbe avere crisi di astinenza da capo.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli