lunedì 9 novembre 2020

Problemi di costruzione ecclesiale 5 - Teologia e riforma ecclesiale

 

Problemi di costruzione ecclesiale 5

-

Teologia e riforma ecclesiale

 

1.  Fino a che punto la teologia è implicata nei processi di riforma ecclesiale?

  E’ importante saperlo, perché i più non sono teologi.

  La teologia cristiana dal Medioevo europeo è costruita come scienza:  si manifesta, dunque, come un complesso di argomentazioni razionali, organizzate secondo metodologie condivise dalla comunità degli specialisti e scrupolosamente osservate dal principio alla fine, vale a dire, in questo senso, “rigorose”. In esse sono comprese le regole della logica, da quelle fondamentali conosciute fin dall’antichità, che possono essere riassunte nel principio di non contraddizione, a tutte le altre che nell’esercizio del pensiero razionale sono state individuate. Ma si pretende anche che ogni argomentazione sia sviluppata tenendo conto del dibattito tra gli studiosi, anche del passato, e delle nozioni di fatto correnti nella società e ritenute indispensabili per gli specialisti del ramo, come quelle storiche  e relative a varie classi di documenti, ad esempio le Scritture e le deliberazione dei Concili.

 Per proporre un discorso teologico occorre quindi, come nelle altre scienze, studiare molto, in particolare leggere molto, e procedere citando con precisione ciò che si è letto, in particolare quei documenti più importanti che vengono definite fonti. Gran parte del lavoro di uno studioso che procede secondo questo metodo consiste nella documentazione.

  Nel post  del 5 novembre, nella sezione B, ho proposto un articolo di teologia su “La centralità dell’amore nella vita del cristiano”,  del prof. Cataldo Zuccaro,   e, nella sezione A, una conferenza sul medesimo tema svolta dallo stesso  autore. E molto chiara la differenza nell’argomentare, che nella conferenza si avvicina di più al discorrere comune.

  La teologia cristiana si sviluppò, nei primi tre secoli della nostra era, a partire dall’antica filosofia, in particolare dalla grande filosofia greca. Ne risentono i dogmi fondamentali della nostra fede, in particolare quelli Trinitari e Cristologici.

 Agostino d’Ippona, vescovo di Ippona (nell’attuale Algeria, dove era stata costituita la Provincia romana di Numidia) tra il Quarto e il Quinto secolo, catalogato tra i Padri della Chiesa latini, fu prima filosofo e poi teologo. Sviluppò anche una teologia politica, in particolare nell’opera La città di Dio - Civitas dei, che influenzò molto il modo di concepire il rapporto Chiesa - società  civile  nei secoli seguenti.

  La caratteristica fondamentale della teologia cristiana, addirittura fin dal Primo secolo,  è di essere divenuta molto importante nelle questioni politiche, sia ecclesiali che civili, dunque per stabilire chi comanda, chi obbedisce e dove si va.  Solo il marxismo, il complesso dei vari filoni filosofici, sociologici, economici, politici che si richiamano al pensiero del filosofo e rivoluzionario tedesco Karl Marx (1818-1883) ha avuto uno sviluppo simile.  In un certo senso, le teologie cristiane e le dottrine politiche che ne sono derivate sono state il modello di tutti i totalitarismi europei e di quelli manifestati nella colonizzazione europea del mondo o prendendo a modello quelli europei. In particolare nell’ossessione di bandire e perseguitare gli eretici, vale a dire quelli che manifestano pubblicamente di non condividere la linea imposta da un’autorità indiscutibile e, in questo senso, sacrale.

  Questo processo politico è stato sostenuto dallo sviluppo delle teologie di impostazione filosofica riguardanti il Regno, che poi si sono ibridate con la sofisticata dottrina giuridica dell’antica civiltà romana. Il  complesso culturale e politico che ne è derivato  è progressivamente venuto meno solo nel corso dell’Ottocento, con l’estendersi, tra le culture europee, di processi democratici in cui ebbero un ruolo molto importanti vari socialismi e nazionalismi. Nell’antichità, i sovrani presentavano se stessi come padri  della loro gente, secondo la concezione tribale, e mediatori  con le divinità che, in un contesto politeistico, comprendeva il dio protettore di quella gente e, anche qualche volta, gli stessi monarchi (gli dei del politeismo non venivano pensati come  onnipotenti, dunque anche a una persona eccezionale in società, come appunto un monarca, potevano essere riconosciute qualità divine). Nelle dottrine politiche costruite sui cristianesimi, il monarca era invece mandatario del Cielo, nel contesto di una religione monoteistica in cui alla divinità veniva riconosciuta l’onnipotenza  ed anche un particolare interesse per l’ordine politico delle società, in vista dell’evangelizzazione.  Chi comanda, in quest’ottica,  deve essere come colui che serve, ma il servizio va vissuto nella dimensione sacrale della carità  - agàpe.  Da lì alla sacralizzazione dell’intero sistema politico di governo l’evoluzione fu fatale ed avvenne in un contesto che oggi diremmo di governance, vale a dire di interrelazione  tra poteri pubblici, di tipo feudale feudale, sviluppatosi nella seconda metà del Primo millennio della nostra era, in cui ad ogni livello dinastico di potere veniva riconosciuta un’ampia autonomia, salva la supremazia della dinastia imperiale. Grosso modo è ancora questa l’organizzazione della Chiesa cattolica (salvo che nella successione dinastica che solo in alcune epoche medievali vi fu praticata, quando il Papato cadde nel dominio di dinastie nobiliari nella città di Roma), non dissimile in questo dalla politica che, con riferimento a ciò che in Europa precedette la nuova politica estesasi in Europa dalla fine del Settecento per influsso delle concezioni rivoluzionari veicolate dal regime francese di Napoleone Bonaparte, venne chiamata l’Antico regime e che regolò tra gli europei la vita pubblica interna e le relazioni internazionali degli stati fino, appunto, al trapasso storico verso un nuovo ordine.

  Storicamente bisogna purtroppo riconoscere che  la teologia cristiana, nelle sue connessioni con la politica e il diritto, è stata anche altamente letale, ha provocato guerre sanguinose  e genocidi, in particolare quello immane prodotto durante la conquista europea delle Americhe, dal Cinquecento.

  Le rivendicazioni politiche del Papato, tra il 1870 e il 1929, complessivamente riassunte nell’espressione Questione romana furono proposte con argomentazioni teologiche e, quindi, il processo della nostra unità nazionale ebbe la teologia cattolica, in genere, come nemica, fino alla scomunica irrogata al re Vittorio Emanuele 2° e al conte Camillo Benso di Cavour, rispettivamente il monarca e li Presidente del consigli dei ministri che deliberarono la conquista  militare di Roma.

 Motivi teologici furono posti a base della decisione della gerarchia di allontanare dall’Italia, nel 1924, il prete Luigi Sturzo, tra i fondatori e primo segretario politico del Partito Popolare Italiano fino al 1923, e di spedire in una sperduta parrocchia di montagna, nel 1953, un prete del carisma e delle capacità di Lorenzo Milani, e via dicendo in un triste elenco di perseguitati su scala globale.

 Ma per circa mille anni, dal Secondo millennio, ebbe base teologica la spietata polizia politica e teologica denominata Inquisizione, modello insuperato per pervicacia ed estensione di ogni altra burocrazia del genere.

 Le questioni di dominio politico tra gli europei, dal Quarto al Diciottesimo secolo della nostra era, ebbero in genere anche connotati politici, in particolare perché le dinastie sovrane europee si erano sacralizzate, e pretendevano di regnare per Grazia di Dio, in esse comprese naturalmente il Papato e il suo piccolo regno nell’Italia centrale.

  Quando liberali, di scuola illuminista, e i socialisti di scuola marxista iniziarono a promuovere agitazioni sociali per costruire processi democratici venne condannati anche come eretici  e  senza Dio. Anche i primi fautori di una  democrazia cristiana, a cavallo tra Ottocento e Novecento, furono condannati su base teologica, in particolare con l’enciclica Graves de Communi re [Le gravi controversie sociali], deliberata nel 1901 dal papa Vincenzo Gioacchino Pecci -  Leone 13°. Il più noto di quei democratici cristiani,  il prete Romolo Murri, venne scomunicato nel 1909, durante l’ultima grande persecuzione, quelle contro il cosiddetto modernismo.

  Dunque, sì, la teologia, purtroppo, è piuttosto integrata nei processi di riforma ecclesiale che riguardano le modifiche dell’organizzazione di governo a vari livelli della Chiesa.

 Tra le decisioni urgenti che vennero prese dopo la conquista di Roma, vi fu l’abolizione delle facoltà di teologia nelle Università statali italiane, in applicazione principio della laicità dello Stato come separazione dello Stato dalla Chiesa. Questo per l’aspra polemica della teologia universitaria dell’epoca contro il nuovo stato nazionale, su istigazione del Papato. Questo portò la teologia universitaria cattolica sotto l’integrale controllo del Papato, un organismo autocratico organizzato nel contesto antico  sopra descritto,  e ne impedì una indipendente, conseguenza che molti ora deprecano, in quanto la rese, in genere, piuttosto reazionaria e, comunque, almeno pregiudizialmente conservatrice.

2. Dunque, si può progettare la riforma ecclesiale solo da teologi, in particolare da teologi cattolici? L’esperienza dell’attuazione dei principi di riforma ecclesiale deliberati durante il Concilio Vaticano 2° indica che è assolutamente controindicato che quella riforma sia diretta da teologi, sebbene certamente la loro collaborazione sia utile, in particolare per distinguere ciò che, tra le incrostazioni del nostro tragico passato, deve essere mantenuto, per l’integrità  del deposito di fede, e che cosa non.

  Naturalmente questo vale a maggior ragione, e direi con più forza, nella riforma che abbia ad oggetto realtà di prossimità, dove non si sia oppressi dall’esigenza di amministrazione patrimoniale e del personale.

   Bisognerebbe acquisire la capacità di sviluppare un discorso colto in materia di organizzazione ecclesiale liberandosi da una certa tirannia che la teologia da sempre ha preteso di esercitare, asservendo tutto. Un discorso millenario! Da quando di voleva che la filosofia divenisse serva  (ancilla, in latino) della teologia, in realtà dei feudatari che la controllavano.

 Adesso papa Francesco insegna che bisogna cambiare. Certo, che bisognerebbe! Ma non basta cambiare interiormente, occorre cambiare l’organizzazione e, innanzi tutto, liberarla dalle incrostazioni teologiche del passato che la paralizzano riproponendo l’autocrazia di sempre, ma poi, anche, sviluppare processi democratici, perché solo mediante essi è possibile una reale compartecipazione alle decisioni.

  Pensare che il popolo  abbia la capacità di intuire  la via giusta è una bella e suggestiva immagine, ma è mitologia, dice molto ma non tutto. Se fosse stato realmente  così, non ci sarebbe stato bisogno dell’immane violenza politica e teologica che ha caratterizzato le nostre Chiese, non solo quella cattolica, fino ad epoca piuttosto recente. Il conformismo (per evitare il peggio) è stato purtroppo, in genere, il prodotto di quella violenza, che ai tempi nostri si presenta più sotto il profilo  morale, che porta all’emarginazione dei dissenzienti, e anche al loro licenziamento se predicatori, insegnanti teologi o funzionari ecclesiali professionisti. Con il senno del poi, certamente, possiamo essere d’accordo che certe idee mostrano la capacità di persistere nella società nonostante tutta la violenza esercitata per silenziarle e sopprimerle.

  Il popolo  è una creazione politica. L’antico regime lo pensava come un insieme di sudditi sottomesso alle burocrazie pubbliche fondate su concezioni autocratiche e, in questo contesto, il suo fattore unificante, ciò che lo rendeva popolo, a partire da una popolazione stanziata su un territorio, era l’ubbidienza a poteri sovrani. Una riforma non può che essere fondata sull’introduzione, a partire dalle realtà di prossimità, di processi democratici, che consentano la condivisione delle decisioni sulla base del riconoscimento di una pari dignità dei chiamati ad essere decisori.

  Dal punto di vista teologico, in un contesto culturale e sociale che fu favorevole allo sviluppo di processi democratici, furono poste le basi dottrinali di questo processo tra i cattolici con l’enciclica dogmatica sulla Chiesa Luce per le genti - Lumen gentium, deliberata durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), mediante i seguenti enunciati:

 

Dignità dei laici nel popolo di Dio

32. La santa Chiesa è, per divina istituzione, organizzata e diretta con mirabile varietà. «A quel modo, infatti, che in uno- stesso corpo abbiamo molte membra, e le membra non hanno tutte le stessa funzione, così tutti insieme formiamo un solo corpo in Cristo, e individualmente siano membri gli uni degli altri » (Rm 12,4-5).

  Non c'è quindi che un popolo di Dio scelto da lui: « un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo » (Ef 4,5); comune è la dignità dei membri per la loro rigenerazione in Cristo, comune la grazia di adozione filiale, comune la vocazione alla perfezione; non c'è che una sola salvezza, una sola speranza e una carità senza divisioni. Nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa per riguardo alla stirpe o nazione, alla condizione sociale o al sesso, poiché « non c'è né Giudeo né Gentile, non c'è né schiavo né libero, non c'è né uomo né donna: tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28 gr.; cfr. Col 3,11).

  Se quindi nella Chiesa non tutti camminano per la stessa via, tutti però sono chiamati alla santità e hanno ricevuto a titolo uguale la fede che introduce nella giustizia di Dio (cfr. 2 Pt 1,1). Quantunque alcuni per volontà di Cristo siano costituiti dottori, dispensatori dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all'azione comune a tutti i fedeli nell'edificare il corpo di Cristo. La distinzione infatti posta dal Signore tra i sacri ministri e il resto del popolo di Dio comporta in sé unione, essendo i pastori e gli altri fedeli legati tra di loro da una comunità di rapporto: che i pastori della Chiesa sull'esempio di Cristo sono a servizio gli uni degli altri e a servizio degli altri fedeli, e questi a loro volta prestano volenterosi la loro collaborazione ai pastori e ai maestri. Così, nella diversità stessa, tutti danno testimonianza della mirabile unità nel corpo di Cristo: poiché la stessa diversità di grazie, di ministeri e di operazioni raccoglie in un tutto i figli di Dio, dato che « tutte queste cose opera... un unico e medesimo Spirito» (1 Cor 12,11).

  I laici quindi, come per benevolenza divina hanno per fratello Cristo, il quale, pur essendo Signore di tutte le cose, non è venuto per essere servito, ma per servire (cfr. Mt 20,28), così anche hanno per fratelli coloro che, posti nel sacro ministero, insegnando e santificando e reggendo per autorità di Cristo, svolgono presso la famiglia di Dio l'ufficio di pastori, in modo che sia da tutti adempito il nuovo precetto della carità. A questo proposito dice molto bene sant'Agostino: « Se mi spaventa l'essere per voi, mi rassicura l'essere con voi. Perché per voi sono vescovo, con voi sono cristiano. Quello è nome di ufficio, questo di grazia; quello è nome di pericolo, questo di salvezza ».

 

  Un equilibrio che si è mostrato di difficile attuazione pratica,  a tutti i livelli, senza abbandonare l’Antico regime  che ancora regge il nostro sistema ecclesiale. Fatto sta che, come riconosciuto anche dai Papi che hanno cercato di riformare, si è ancora più o meno all’inizio del processo, a cinquant’anni da quegli esordi,  e si manifestano anche resistenze molto forti in senso contrario.

  I problemi non ci sono solo ai vertici o ai livelli intermedi di potere, ma anche nelle realtà di base. Ad esempio: nella nostra parrocchia il potere è rimasto  sempre monarchico, accentrato sul parroco. Il primo rimase al potere ventisette anni, il secondo trentadue anni. Il popolo  della parrocchia, in tutto questa era, durata oltre mezzo secolo, non è mai stato consultato, non si è mai reso presente come tale, è rimasto sempre allo stato di massa indistinta, emergendo da esso, solo per cooptazione, qualche consulente illuminato. Nessuna decisione è mai stata condivisa con il popolo né ad esso rendicontata, se si eccettua, che io ricordi,  il bilancio finale fatto quando furono completati i lavori per la nuova chiesa parrocchiale. Si decise l’architettura della chiesa, in un certo stile caratteristico che richiamava, ancora una volta, una ben precisa teologia, senza alcuna consultazione popolare, e così accadde quando si decise di realizzare il grande altare in posizione centrale, abolendo una cinquantina di posti a sedere che oggi ci sarebbero tornati utili. Ad un certo punto, si decise di chiudere la ricca biblioteca parrocchiale, e la decisione non venne pubblicizzata, in modo, anche, da capire se si potesse proseguire quell’importante servizio chiedendo un contributo economico e un impegno personale ai parrocchiani.  Nessuna teologia riuscirà mai a convincermi che tutto questo sia indispensabile per l’integrità  del deposito di fede. In passato, prima del nuovo corso iniziato nel 2015, che tante cose ha  indubbiamente corretto, si predicava l’ubbidienza e, insomma, tutto doveva accettarsi per ubbidienza, al che io rispondevo, con Milani, che l’ubbidienza non è più una virtù, ma poi più di dirlo non feci molto di più.

  Ma bisogna anche aggiungere che la completa ignoranza di qualsiasi tematica teologica da parte dei laici non aiuta, perché poi li si può facilmente confondere con il teologhese  piuttosto praticato negli ambienti ecclesiali. Bisogna quindi sforzarsi di acculturarsi maggiormente in questo campo, acquisendo una informazione di base, ed  è appunto uno dei campi in cui l’Azione Cattolica lavora, senza necessità, però, anzi evitando, di impelagarsi nella teologia di livello scientifico. C’è poi una sapienza,  dunque un sapere sperimentale  che si conquista nelle relazioni interpersonali quando si cerca di ispirarle all’agàpe-carità, che aiuta molto a trovare vie nuove dove la teologia accademica non vede ancora pista. Questo perché il suo principale fattore critico  è la scarsa capacità di aderenza ai fatti sociali emergenti; guarda prevalentemente al passato e non riesce ad indagare con animo aperto il presente, del quale sospetta, anche se è dal presente che sono sempre scaturite le riforme del passato. Sempre, quindi, la teologia segue, spiega a posteriori, dopo aver magari considerate pericolose le novità del presente. Nelle scienze della natura e della società è diverso, così come nelle tecnologie, compresa quella che riguarda la costruzione sociale, la riforma delle istituzioni. Eppure l’imperativo evangelico non è forse seguire Colui al quale si attribuiscono le parole  “Ecco, ho fatto una cosa nuova, proprio ora”?

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli