giovedì 5 novembre 2020

Problemi di costruzione ecclesiale 4

 

Problemi di costruzione ecclesiale 4

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Mediante la  mailing list del gruppo, è stato inviato ai soci il codice di accesso per la riunione in Meet del 14 novembre, alle ore 17 

A questo indirizzo di You Tube

https://www.youtube.com/watch?v=GorIYoaHGjk

abbiamo inserito un video che spiega come accedere agli incontri.

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 Il socialismo e il cristianesimo contemporaneo ebbero, e tuttora hanno, problemi nel confrontarsi con la libertà personale degli individui. Finiscono con il pensarla come arbitrio, quindi svincolata da criteri etici. Ritengono che sia fonte di conflittualità e che, quindi, finisca con il disgregare la società. In genere, trattandone, iniziano con l’esporne le necessarie limitazioni, vale a dire ciò che una persona non deve fare.

 Preferirebbero una società in cui tutti facessero l’interesse generale seguendo guide illuminate, e questo anche se manifestano un’alta considerazione per il popolo.

  I socialisti (ce ne sono ancora? Penso di sì, anche se sono portati a tenere un profilo più basso di un tempo. Idee del socialismo sono ancora piuttosto diffuse, anche se spesso non si è consapevoli della loro origine) distinguono tra chi fa l’interesse generale e chi si lascia guidare dal proprio. Il pensiero sociale cristiano la mette più o meno nello stesso modo: distribuisce con una certa larghezza patenti di egoismo.

  Apro la discussione su quel tema  - non ritengo di possedere una qualche verità in merito, ma cerco soluzioni ragionevoli basandomi sulla mia esperienza sociale – proponendo questa tesi: non è possibile ottenere, e quindi pretendere, l’uniformità sociale. E anche quest’altra: nelle  decisioni della vita nessuna persona è completamente libera, ma sceglie tra alternative costruite dalla società in cui è immerso. Quindi, a quello che si sperimenta, il libero arbitrio non esiste. In teologia, ma anche nel diritto, lo si presuppone e lo si teorizza  per poter immaginare, giustificare e anche organizzare, un sistema di sanzioni per chi decide male secondo un certo sistema di regole. Una volontà non libera non potrebbe essere ritenuta colpevole e, se non completamente libera, sarebbe anche meno colpevole. La possibilità di una libera scelta da parte delle persone è, in quei campi, un assioma, un enunciato che non necessita di essere sottoposto a verifica, salvo che in casi particolari, come per i malati di mente, i bambini e per chi è sotto l'influsso di droghe o soggiogato psicologicamente da altri.

  La questione è stata, insieme ad altre ad essa collegate, tra quelle che furono al centro dell’aspra controversia, con enormi risvolti politici, che, dal Cinquecento, divise il partito dei riformatori  religiosi da quello del Papa. Essa nel 1999 è stata risolta tra Luterani e Cattolici e molta parte delle Chiese protestanti ha aderito: si tratta della Dichiarazione congiunta sottoscritta ad Ausburg – Augusta, in Germania. La Chiesa cattolica era rappresentata dal Cardinale  E.I. Cassidy e dal Vescovo W. Kasper, rispettivamente Presidente e Segretario del Pontificio Consiglio per l’Unità dei cristiani. Si concluse che la libertà che una persona possiede nei confronti delle altre  e delle cose del mondo non è una libertà dalla quale possa derivare la sua salvezza soprannaturale. Occorre essere sorretti dalla Grazia soprannaturale. Però la nostra libertà può dannarci: possiamo rifiutare la salvezza che dal Cielo ci viene come dono. Questo ci viene spesso spiegato nelle prediche che ci vengono fatte. Così c’è chi ha sostenuto che è meglio rinunciare a quella libertà, e ci ha anche costruiti sopra delle preghiere apposite. Ma nella catechesi ci viene anche spiegato che non si può veramente, perché essa è una caratteristica profondamente umana. E tuttavia, rispetto alle alternative che la società in cui viviamo ci propone nelle decisioni della vita, non siamo nemmeno completamente liberi.

  Di più, le neuroscienze cominciano a spiegare che ogni nostra decisione scaturisce dal nostro organismo, come la stessa nostra mente, per cui, anche sotto quel profilo la nostra libertà è questione di punti di vista, e dal loro punto di vista è un’illusione. Un bel problema, ad esempio nei ragionamenti giuridici, nei quali la responsabilità personale è strettamente collegata alla capacità naturale di scegliere con consapevolezza, quindi di esprimere una volontà libera.

  Lasciamo quei problemi agli esperti, e esaminiamo, in base alla nostra sapienza pratica e per come viviamo con gli altri,  se possiamo essere d’accordo sul fatto che la società ci condiziona, e certe alternative non ci vengono nemmeno in mente, e forse in una società diversa andrebbe in un altro modo. Ma non ci condiziona del tutto. A volte ci viene di desiderare di fare a modo nostro e, anche, di fare così contro il parere altrui, addirittura nonostante l'ostilità altrui e  contro ciò che viene ritenuto conveniente e lecito in società, affrontando  le critiche e le altre reazioni di chi ci circonda.

  Sembra cosa da niente, ma un grande filosofo tedesco del Settecento, Emanuele Kant, ci ragionò sopra e concluse che, in definitiva, nel perseguimento dell’interesse generale, basta che una sola persona si discosti dalla linea comune per pregiudicarlo e trasformarlo in particolare. Insomma prese realisticamente conto del carattere conflittuale delle società e osservò che la convergenza totale poteva essere raggiunta non sulle proposte particolari, ma su un metodo, costruendo istituzioni pubbliche che consentissero il dispiegarsi delle libertà individuali senza ledere gli altri. Ne scrisse come di una sorta di insocievolezza sociale. Però poi i socialisti osservarono che, in quella organizzazione istituzionale, chi non aveva da contrattare solo la propria forza lavoro aveva la peggio anche se era maggioranza. Kant però aveva concluso che costoro, non essendo veramente liberi, ma dovendo stare agli ordini altrui, non potevano essere a pieno titolo cittadini. L’epopea del socialismo europeo, dalla metà dell’Ottocento condusse a imporre una soluzione diversa, in particolare il suffragio universale, senza distinzione di censo o di istruzione. Volle che tutti gli adulti, anche chi era scarsamente possidente o colto, potesse partecipare in qualche modo al governo pubblico.  Parte del pensiero sociale cattolico li seguì per quella via, ma non il Papato e l’episcopato italiano, almeno fino all’inizio degli scorsi anni ‘40, quando laici provenienti dall’Azione Cattolica dettero un contributo importantissimo nella progettazione e istituzione della nostra Repubblica popolare democratica, che nacque il 1 gennaio 1948. Una svolta decisiva, sul lato politico, venne nel 1991, con l’enciclica Il centenario  - Centesimus Annus del papa san Karol Wotyla – Giovanni Paolo 2°. Sul piano religioso siamo invece, più o meno, come nell’Ottocento. I laici non contano nulla e la loro  maggiore libertà, rispetto ai limitati spazi concessi a chierici e religiosi, è vista con molto sospetto. Nonostante gli indirizzi del Concilio Vaticano 2°, tenutosi a Roma tra il 1962 e il 1965 a Roma, che ebbe tra i suoi principali fini una riforma ecclesiale per consentire una partecipazione maggiore ai laici, si ritiene in genere che la base si debba limitare a dare esecuzione alle decisioni del Papa e dei vescovi, e questo anche su temi politici e sociali.

 Tuttavia è un controsenso che, come ci dice la teologia, ci sia stata data la libertà di decidere, quel libero arbitrio di cui si diceva,  e poi scegliere prudenzialmente di rinunciarvi per non sbagliare, ma anche ritenere questo un atto virtuoso, degno della nostra umanità. Eppure si sono sviluppate spiritualità che vanno in questo senso.

  Ogni discorso sulla libertà dovrebbe iniziare con la descrizione di come si vorrebbe che fosse la società, e questo partendo dalla propria personale esperienza. In questo, naturalmente, si incontra il problema delle relazioni con le altre persone: infatti, da un lato, trattandosi di un progetto collettivo, richiede di essere largamente partecipato; dall’altro c’è di mezzo la libertà degli altri, che hanno anch’essi i loro progetti. Bisogna quindi imparare a intendersi, senza demonizzare, secondo i tremendi costumi dei secoli passati, chi dissente. 

 Su questa via, si potrebbe proseguire con il ragionare sui condizionamenti sociali che ci limitano, compresi quelli che derivano dalla libertà altrui. Per arrivare a convincersi che l’unanimità non solo non è alla portata degli esseri umani, ma nemmeno è desiderabile, perché congelerebbe la società. E’ questo che, mi pare, sia accaduto negli ambienti ecclesiali italiani, in cui, a fronte di una certa effervescenza negli anni ‘70, al tempo del rinnovamento della catechesi, si decise di fermare tutto d’autorità imponendo di manifestarsi sinodali, sopendo le obiezioni, sotto pena di emarginazione.  Dunque ora siamo la Chiesa che siamo, tanto diversa dai tempi in cui i cattolici italiani furono fermenti vivi nella nostra società.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli