venerdì 30 ottobre 2020

Unità di popolo come ricerca e costruzione dell’armonia

 

Unità di popolo come ricerca e costruzione dell’armonia

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A questo link YouTube trovate un video le istruzioni dettagliate per partecipare alle nostre riunioni in Meet

https://www.youtube.com/watch?v=GorIYoaHGjk

 E' stata spedita per posta, ai soci che non erano presenti all'ultima riunione del gruppo, la Lettera ai soci  distribuita in quell'occasione

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1.  Il popolo   è la società nel suo aspetto politico, in particolare nella sua unità politica. Lo può essere in quanto popolazione sottomessa ad un qualche sistema di potere che lo governa o come sistema di potere, quindi di governo, molto partecipato, pertanto strutturato secondo un complesso di  norme con limiti all’arbitrio di potere che prevenga la caduta nell’autocrazia dispotica. Quel complesso di norme è lo statuto  di una società democratica e organizza la partecipazione del popolo in modo che ciascuno possa avervi voce.  Il potere autocratico rifiuterà confini  e quindi  si limiterà a imporre  la sua legge.

  Un sistema di potere è autocratico quando non ritiene di aver bisogno di una legittimazione da parte del popolo che ha sottomesso, e quindi non la ricerca né la promuove. In ogni autocrazia vi è sempre una fase di presa del potere in cui con la violenza si sottomette un popolo e gli si impongono precetti normativi.  L’autocrazia risponde alla legge di natura dei viventi sociali, per la quale comanda chi riesce a prevaricare con la forza, e finché mantiene la capacità di farlo.

  Anche il passaggio da una autocrazia ad un governo di popolo, quindi più partecipato e con limiti ad ogni centro di potere, di solito avviene nel corso di una fase violenta.

  Ogni sistema di potere, tuttavia, una volta affermatosi al governo di una società, cerca, per uscire dalla violenza politica che rende instabili le società, una propria giustificazione che, dall’antichità, viene solitamente costruita su una qualche ministerialità dell’autorità pubblica, nel senso che chi comanda pretende che gli si riconosca che lo fa per il bene  dei governati. Storicamente si è in genere osservato il passaggio a questa condizione, salvo che in poteri che mantengono una certa primitività di concezione, e allora essi basano la sottomissione dei governati essenzialmente sulla paura dello sterminio.

  Su questo passaggio alla ministerialità  del governo si basano sempre  le forme di potere pubblico più partecipate.

   A lungo questa ministerialità venne configurata come un mandato, un incarico quindi,  ricevuto da divinità: pertanto come un potere fondato su un mandato soprannaturale. Il potere pubblico in tal modo sacralizzato viene imposto come sovrano, nel senso che pretende di non avere altro sopra di sé che la divinità da cui il mandato di governo deriva.

 A quel  punto, si  regna per Grazia di Dio. Questa formula, o altre analoghe, come “In nome di Dio”, veniva premessa agli atti deliberati dai monarchi del passato, generati da dinastie delle quali si affermava il potere e la legittimazione sacrale.

  Accadde anche nella  monarchia sabauda, da cui derivò l’unità nazionale, nel 1861, nel Regno d’Italia. In quel sistema politico, nel passaggio un sistema politico democratico, nel 1848, venne adottata la diversa formula “Per grazia di Dio e volontà della nazione, Re d’Italia”.  

 Il Trattato Lateranense concluso l’11 febbraio 1929 tra il Regno d’Italia dominato dal fascismo mussoliniano e la Santa Sede, regnante il papa Pio 11° - Achille Ratti, ha la premessa “In nome della santissima Trinità, quindi un preambolo di natura sacrale. Il Papato, nel governo della Città del Vaticano (entità politica distinta da quella della Chiesa cattolica) è, con le monarchie islamiche del Vicino Oriente,  uno degli ultimi poteri pubblici  veramente autocratici, sovrani, sacrali, assoluti, essendo previsto nella Legge fondamentale  dello Stato [termine non contemplato, ed evidentemente accuratamente evitato, nel Trattato Lateranense da cui quell’entità politica deriva] della Città del Vaticano che «Il Sommo Pontefice, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario». Quella legge fondamentale, infatti, fu deliberata con Motu proprio, quindi d’iniziativa e d’autorità del solo Pontefice il 26 novembre 2000. Sostituì quella deliberata in analogo modo il 7 giugno 1929 dal papa Pio 11°, che ebbe la responsabilità personale, storica, etica, politica,  diretta ed esclusiva di aver impegnato la Chiesa cattolica nel trattato di cui sopra, sottoscritto per il Regno d’Italia dal Capo del Governo di allora, Benito Mussolini, e per la Santa Sede dal cardinale Segretario di Stato, Pietro Gasparri.  

  Il principale problema che oggi si ha nei propositi di riforma della nostra organizzazione ecclesiale è quello di costruirvi un potere pubblico più partecipato dai fedeli, laici, chierici e religiosi, conformemente allo spirito dei tempi e, in fondo, di quello delle comunità delle prime origini, piuttosto effervescenti e pluralistiche. Cosa praticamente impossibile, invece, nella Città del Vaticano, che non dispone di un vero e proprio popolo, ma solo di uno stuolo di dipendenti,  in  servizio a vario titolo nelle sue varie articolazioni e in quelle centrali della Chiesa cattolica, con i loro famigliari.

 La riscoperta di una teologia del popolo  nel corso del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) ha realizzato le basi ideologiche per quella svolta, che tuttora, però, è solo, ancora, alle fasi iniziali, e questo a tutti i livelli, anche in quello di base delle parrocchie.

  Qual è lo scopo di unificare  politicamente una popolazione per farne un popolo? E’ quello di rendere possibile le articolate organizzazioni sociali e istituzionali indispensabili per far vivere società molto complesse, caratterizzate da una marcata divisione del lavoro, nelle quali, quindi, nessuno, senza la collaborazione altrui riesce ad ottenere ciò che gli necessita.

  Una delle più importanti istituzioni delle società non primitive è il mercato, dove, appunto, si attua quella collaborazione mediante un sofisticato sistema di scambi. Alle origini delle democrazie occidentali vi è proprio l’istituzione del mercato, che può esistere solo se a tutti gli operatori vengono  riconosciute sicurezza e pari dignità.  Se questi requisiti non sono assicurati, il mercato muore, e rimane solo l’esercizio della reciproca rapina, quindi della violenza per sottrarre agli altri ciò che loro hanno e che invece non si ha.

  La società, quindi, rimane in un certo grado pluralistica anche se dominata da autocrazie.

  Finora nessun despota si è mai proposto di realizzare un effettivo totalitarismo, perché, in fondo non  è indispensabile, e nemmeno funzionale, ad un potere di quel tipo. Il despota si propone di ottenere obbedienza ai suoi comandi, mantenendo quel livello di pluralismo che consenta le dinamiche sociali dalle quali deriva la ricchezza pubblica, ma anche il suo potere di riservarsi una parte privilegiata della sua distribuzione.

   Nelle forme democratiche di potere, essa si fa, invece, tendenzialmente  nell’interesse generale e cercando di diffonderla anche alle classi che contano meno in società: questo richiede una specifica organizzazione politica che istituisca un certo pluralismo nelle strutture istituzionali di comando mediante un sistema di limiti ad ogni potere pubblico o privato.

  In ogni caso, finita la fase, in genere violenta, della presa del potere da parte di una struttura di comando, si cerca di organizzare una convivenza sociale pacifica, in modo da armonizzare il pluralismo sociale, impedendo i suoi esiti distruttivi, ma nello stesso tempo mantenendolo vivo quel tanto che consenta la produzione della ricchezza pubblica e un sistema efficiente di scambi, vale a dire il mercato.

  L’idea di armonia  richiama il canto corale o la musica sinfonica, nei quali ognuno fa la sua parte, ma il risultato piacevole è di tutti e non può essere conseguito individualmente: richiede una direzione che si distingua, per posizione e funzione, dagli altri operatori, i quali né individualmente né collettivamente riuscirebbero ad produrre quel coordinamento necessario a realizzarlo.

2. Le società umane sono sempre in movimento: cambiano nel tempo e nello spazio. L’armonia deve quindi  essere sempre riconquistata e questo richiede costanti processi di riforma, per realizzarla in nuove condizioni sociali. Fu detto che la Chiesa necessita sempre di riforma.

  L’idea di congelare  le società in un determinato assetto è irrealistica. Questo vale anche per quel particolare tipo di società che sono le Chiese cristiane, e la storia lo dimostra.

  In religione si sono molto mitizzati le Chiese e i loro popoli, del resto sulla base di esempi che troviamo nelle Scritture. Si cerca così di rendere l’idea di una armonia sacralizzata,  realizzata e garantita dal Cielo, nonostante le dinamiche pluralistiche, anche di scontro, che ci sono state storicamente. Questi miti sono utili  - gli esseri umani non possono farne a meno - in quanto idealizzano l’armonia sociale  e ne fanno un fine anche religioso. L’agàpe, l’ideale cristiano di convivenza sociale, è il principale di questi miti, che fonda quelli di Chiesa  e di popolo.

 Per millenni, tuttavia, nella ricerca della realizzazione dell’unità religiosa si sono impiegate dosi impressionanti di violenza, in particolare, su larghissima scala, dal Cinquecento. Dove c’è violenza non c’è armonia e il sistema sociale funziona come una macchina di cui le persone sono semplici ingranaggi. L’evangelizzazione delle Americhe ne fu tragicamente pervasa. Questo perché, dal Quarto secolo, l’espansione della nostra fede fu sorretta religiosamente da autocrazie sacralizzate.

  Il recente affermarsi delle democrazie moderne, dalla fine del Settecento, ha gradualmente prodotto diverse concezioni sui modi per costruire e mantenere l’unità, sia politica che religiosa.

  In particolare, la nostra Chiesa, nel corso del Novecento, maturò la convinzione che la pace sia un valore politico che richiede anche un impegno religioso. In passato i metodi delle autocrazie religiose, non solo cattoliche, non differivano dalle autocrazie politiche. Però la nostra Chiesa, dal punto di vista politico, è pur sempre una autocrazia e addirittura, nel governo della Città del Vaticano, un’autocrazia assolutistica territoriale, dotata quindi di tutte le istituzioni degli stati, come esercito, polizia, tribunali e via dicendo. Difficilmente il passato potrà essere superato senza una sua riforma. Da decenni se ne parla, ma i risultati sono stati veramente scarsi: ora il tema è tornato di grande attualità perché rientra nelle proposte di riorganizzazione ecclesiali di papa Francesco.

  Date le dimensioni attuali globali della Chiesa cattolica, il millenari residuo ideologico autocratico e gli ingenti patrimoni e flussi finanziari controllati dal Papato, dagli episcopati e dagli ordini religiosi, difficilmente la riforma  potrà veramente essere coordinata dall’alto. In questo lo stesso Papa regnante sembra in realtà prigioniero nei suoi palazzi, che effettivamente ha preso ad abitare come un ospite,  risiedendo   nell’albergo per chierici e religiosi che vi si trova.

  La riforma dovrebbe cominciare dalle realtà sociali di prossimità, cercando di conquistare progressivamente ai fedeli spazi di governo molto più partecipato, iniziando ad esempio dalla programmazione delle attività collettive. La materia  è tutta da sperimentare, perché di un lavoro simile in genere non si fa né formazione né tirocinio ecclesiali, salvo che in realtà come la nostra Azione Cattolica, che in  questo indica la via. In particolare occorrerebbe elevare i laici a quella dimensione. Ora, in particolare, i laici non contano nulla, se non, a volte e precariamente, come semplici consiglieri, in un’organizzazione burocratica diretta dal clero.

  Mi pare di constatare che il principale istituto di potenziale partecipazione organizzato nei decenni scorsi, il Consiglio pastorale, funzioni poco nelle realtà di base, perché i suoi membri sono in gran parte espressione dei gruppi organizzati  o di un mandato ricevuto dal clero, e non si organizzano spesso le elezioni per sceglierne di quelli effettivamente rappresentativi dei fedeli.

  Del resto, anche individuare il corpo elettorale, facendo della popolazione parrocchiale un popolo,  come ha dimostrato l’esperienza elettorale dove è stata realizzata, è difficile. 

  La parrocchia, ad esempio, è di chi  ci vive  o di chi  ci va? Questo dilemma è cruciale in una parrocchia come la nostra, nella quale negli anni passati, almeno fino all’inizio del nuovo corso nel 2015, la gente che ci viveva aveva preso a non andarci, mentre gente che non ci viveva aveva preso a frequentarla.

 Ricordo che, in uno dei nostri incontri del gruppo di AC, l’assistente di allora disse che la parrocchia  è di chi ci va, e io gli obiettai che, in tal modo, la si snaturava, trasformandola in altra cosa.

  Naturalmente, organizzando elezioni, è sempre possibile introdurre un correttivo, come si fa in quelle politiche per gli italiani residenti all’estero: una quota minoritaria degli eletti potrebbe essere riservata alla scelta di chi in parrocchia non vive ma ci va. Tuttavia una quota maggioritaria degli eletti dovrebbe derivare da chi nella parrocchia vive. Ciò perché la parrocchia è istituita come ente territoriale. Il rischio, in caso contrario, è di colpire l’armonia tra la parrocchia e il quartiere.

 Partecipare  a un qualsiasi collegio deliberante, anche solo consultivo come in genere accade ai laici, richiede una formazione democratica, quindi ad una partecipazione attiva in cui si cerchi di produrre l’armonia sociale tenendo conto degli altri, senza limitarsi a ribadire le proprie posizioni ed interessi (ciò che rende spesso un inferno le assemblee condominiali).

  In questo è molto importante che ad ogni presa di posizione corrisponda un impegno congruo: in genere infatti ci si sente pronti  a fare il direttore del coro, ma molto meno  a impersonare coristi od orchestrali. Ho sperimentato che, quando si richiede un impegno di questo tipo, le persone si ritraggono. Sono state formate essenzialmente per assistere  e per recitare una parte secondo copione, leggendo il foglietto durante le liturgie.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli