sabato 31 ottobre 2020

Problemi di costruzione ecclesiale

 

Problemi di costruzione ecclesiale

 

  Ogni generazione, e dunque anche quelle viventi oggi in Italia, ha avuto il problema di costruire una propria religiosità, a partire dalla tradizione ricevuta dal passato. Nessuna persona è capace di inventare una fede e una corrispondente religione: questo perché la religione è un fatto culturale, e dunque sociale. Non si parte mai dal nulla. E, tuttavia, ciò che si è ricevuto, lo si modifica e quello che si tramanda alle nuove generazioni non è mai uguale a quello che si è ricevuto. Studiando la storia delle religioni ce se ne può convincere abbastanza presto. Dunque, l’immagine di un deposito di fede  che deve passare intatto di generazione in generazione è fuorviante, anche se esprime la realtà del carattere culturale della religiosità e dunque del collegamento  con quella appresa e, in tal modo, ricevuta.

   A lungo i cristiani furono ossessionati dalla pretesa di mantenere l’identità del deposito di fede, mentre ora si parla piuttosto di  integrità. Si è infatti accettata l’idea  che in religione vi siano elementi culturali legati a certe epoche storiche e altri che, anche se espressi in modi che variano, rimangono caratteristici e quindi non mutano. La concezione del cambiamento come peccato contro la divinità costituisce un retaggio culturale dell’antico ebraismo, dal quale i cristianesimi presero a separarsi nel corso del Primo secolo. Se fosse stata meno forte nelle questioni ecclesiali, probabilmente la storia dei cristianesimi sarebbe stata meno cruenta. Sebbene si cerchi sempre di collegarsi alle origini, è un bene che ai tempi nostri la si pensi diversamente: questa è la base del processo ecumenico, che ebbe una forte espansione durante il Novecento, in particolare, nella Chiesa cattolica, negli scorsi anni ’50.

  Ora che in molti sentiamo l’esigenza di una  riforma ecclesiale  e ci sentiamo anche impegnati a parteciparvi e a impersonarla, la questione dell’integrità  nella fede ricevuta, e quindi dell’individuazione di ciò che può cambiare senza lederla, è di grande attualità.

  La nostra Chiesa è organizzata secondo strutture che, nei principi fondamentali che le reggono, non sono molto cambiate dall’Undicesimo secolo. La nostra è ancora, in fondo, la Chiesa del Secondo Millennio: quella del Primo Millennio fu molto diversa. Nel Primo millennio, poi, bisogna distinguere le Chiese delle origini, vale a dire quelle del Primo secolo, da quelle dei successivi tre secoli e poi quelle dei rimanenti secoli del Millennio, quando il cristianesimo divenne la base di una nuova ideologia politica dell’Impero romano. La necessità di una riforma fu avvertita ed espressa con molta chiarezza e forza in particolare dal papa Karol Wojtyla, regnante come Giovanni Paolo 2°, dal 1978 al 2005. Dopo il regno del papa Joseph Ratzinger, Benedetto 16°, dal 2005 al 2013, nel quale si fu più attenti al rinnovamento spirituale come base per dinamiche ecclesiali più virtuose, il tema è ora al centro del magistero di papa Francesco, ma in un modo nuovo, per cui i processi di riforma dovrebbero partire dalle esperienze delle comunità periferiche, non dall’alto, né dalle singole persone, secondo l’esperienza fatta nelle Chiese Latino-americane a partire dagli anni Cinquanta.

  La sua lunga storia istituzionale pesa sulla Chiesa cattolica, così come la necessità di amministrare ingenti patrimoni accumulati nei secoli e addirittura una specie di stato su uno dei colli di Roma, la cui proprietà e condizione giuridica fu negoziata con Benito Mussolini come parte del prezzo per deporre l’ostinato astio derivato dal compimento dell’unità nazionale italiana, con la conquista di Roma nel 1870. Benché il diritto canonico e la teologia ci si provino, è piuttosto arduo convincersi che tutto ciò rientri veramente in ciò che è necessario mantenere per l’integrità  del deposito di fede. Ma, al tempo stesso, tutto ciò si è talmente fuso con quello che realmente la costituisce che appare complicato scindere i lasciti culturali inessenziali da ciò che invece non lo è, così come in un bel castello di carte da gioco è difficile estrarre una delle carte che lo compongono senza demolire tutto, e questo anche se si capisce che, costruendolo, si è andati un bel po’ avanti rispetto all’originaria struttura composta da due carte appoggiate l’uno all’altra, a formare una casetta stilizzata, l’essenziale.


   E non è detto che in questo lavoro aiuti la grande cultura. E’  stato scritto che il fatto di essere stata promossa da un professore di teologia non ha fatto tanto bene alla grande Riforma religiosa avviata nel Cinquecento. Un matematico come il gesuita Matteo Ricci, più o meno nella stessa epoca, ci riuscì meglio, ma, bisogna dire, con risultati meno duraturi. Nella costruzione sociale occorre molto pragmatismo e una certa capacità di aderenza alla realtà. Nella matematica e nelle scienze che ne fanno applicazione nello studio della realtà naturale e per la progettazione su di essa, l’immaginazione che c’è nella matematica viene messa alla prova della vera realtà e questo aiuta. Nella filosofia, e ancor più nella teologia, questo può a volte essere trascurato, con conseguenze spiacevoli quando si cerca di forzare certe concezioni dentro il mondo come veramente è, società e natura.

  Dunque, anche avviare processi di riforma in una realtà sociale tutto sommato piccola come una parrocchia può risultare macchinoso, perché, innanzi tutto, c’è di mezzo il diritto, e quindi l’istituzione, le cellule di quell’obsoleta organizzazione feudale che ordina chi comanda e chi non, poi c’è l’ordinaria amministrazione di proprietà immobiliare e di denaro che entra, che, come sempre in materia di ricchezza, può far gola agli ambiziosi, c’è una certa mitologia immaginata per dare l’idea del raccordo tra Cielo e Terra secondo la rappresentazione bucolica del Pastore con le sue greggi, e in base ad essa queste ultime non avrebbero titolo ad aver voce in capitolo, e infine ci sono diversi modi di immaginare l’essere Chiesa diffusi tra la gente, per cui ognuno si sente a suo agio nel proprio, diffida di quelli altrui, tutti diffidano del nuovo, e, insomma, ci si guarda tutti piuttosto sospettosi e critici. Mia madre, a lungo molto addentro alla vita della nostra parrocchia, mi diceva che piccoli cambiamento potevano suscitare risentimenti inestinguibili, ad esempio, mi raccontava, il fatto che una persona e non l’altra fosse incaricata da un certo momento in poi della raccolta della offerte a messa.  

 Ogni volta che si sperimenta qualcosa di nuovo, c’è un flusso di persone che va a lamentarsi dal parroco: se non trovano ascolta scrivono al vescovo, il cui ufficio è inondato costantemente da questa sciocca spazzatura generalmente a sfondo calunnioso, che difficilmente i suoi collaboratori riescono a fronteggiare, e mai a far cessare.

  In questa situazione, come cominciare?

  Beh, direi, innanzi tutto, armandosi di molta pazienza.

  Il suocero di mio fratello, un alto magistrato molto colto, nel tempo libero costruiva dei modelli di vascelli, addirittura in una bottiglia. Un lavoro che richiede una pazienza estrema, una costante e pervicace applicazione, la capacità di non demordere mai di fronte all’insuccesso. Ma che mirabili risultati! Un esercizio che torna utile, come tirocinio,  nella prassi giuridica, in cui, trovandosi ad operare sulla realtà sociale per scoprirvi la normazione che la pervade e mettere un po’ d’ordine tra i rissanti, bisogna praticare le medesime virtù.

  Penso che non sia male prendere esempio dalla prima comunità raccolta intorno al Maestro, nella quale, di fronte ad antiche istituzioni religiose ricevute dal passato, si iniziò un processo di riforma partendo da una delle periferie dell’epoca, la Galilea delle genti. Per approfondire il tema, l’ex assistente ecclesiastico del mio gruppo della FUCI, gli universitari cattolici, qualche anno fa mi consigliò di leggere di Gerhard Lohfink, Gesù come voleva la sua comunità - la Chiesa quale dovrebbe essere, Edizioni San Paolo, tuttora in commercio nella riedizione del 2015 ad €13,78.

 

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli