mercoledì 14 ottobre 2020

Tirocinio democratico in Meet

 

Tirocinio democratico in Meet

(il post è dopo lo spot di Meet)


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Sono una persona anziana: so di più!

        

          Lo so fare!

        Ecco l'AC
        in Meet!


 In Meet  ci possiamo assembrare fino in 100 persone senza ammalarci!

Comunica a
mario.ardigo@acsanclemente.net
la tua email di registrazione a Google: riceverai il codice di accesso per la riunione in Meet  del 17 ottobre, ore 17! Sarai riconosciuto con quella email.

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Nel programmare, in quest’anno associativo 2020/2021, un serie di incontri del gruppo in videoconferenza Meet, abbiamo voluto cogliere l’appello al rinnovamento che ci è venuto dall’episcopato nazionale e, da ultimo, dall’Ufficio catechistico nazionale.

  Lo strumento telematico richiede, certo, una diversa organizzazione del lavoro, in particolare tempi più stringenti e l’impegno  di tutti  i partecipanti ad una reale partecipazione, e quindi uno sforzo di preparazione personale. Non ci si collega solo per assistere, non basta esserci, perché l’esserci in modalità telematica si fa evanescente se non si prende la parola e questo comporta, per consentire a tutti  di farlo, interventi più concentrati, quindi più brevi. Nel programma della riunione in Meet  che avremo sabato prossimo 17 ottobre sono previsti tre minuti per ogni intervento, in un metodo in cui si prende tutti  la parola in ordine alfabetico e quindi, essendo previsti venti  interventi, se si è meno di venti a partecipare si potrebbe anche prendere di nuovo la parola. Ognuno si impegna non solo a dire la propria ma anche ad argomentare e, soprattutto, ad allacciarsi alle argomentazioni di chi ha parlato prima.

  Però c’è di più in questo nuovo metodo per incontrarsi: si può anche sperimentare la capacità di auto-organizzarsi in assemblea, che non è sicuramente il punto forte nel nostro modo abituale di farci Chiesa. Infatti, in questo ambito, si è ancora organizzati, prevalentemente, a tutti i livelli,  come una autocrazia, vale a dire con un sistema di potere in cui chi ha autorità non dipende da coloro che a quell’autorità sono soggetti, ma solo da chi sta più in alto,  con un popolo  il cui connotato principale è essenzialmente quello di essere sottoposto  ad una gerarchia  impersonata totalmente dal clero, quindi da uomini con uno stato di vita sacralizzato e molto diverso da quello degli altri fedeli.  Insomma, detto in altre parole: i laici nella nostra Chiesa, al dunque, quando si tratta di decidere qualsiasi cosa non contano nulla e, al più, li si accetta come consiglieri o come  esecutori. In un bel libro di qualche anno fa, lo storico Fulvio De Giorgi definì il nostro laicato come il brutto anatroccolo.

  Cambiare questa situazione, e la corrispondente mentalità in chi comanda e in chi subisce, è difficile, per gli ostacoli che derivano soprattutto dalle esigenze quotidiane ed ordinarie dell’amministrazione di un ingente patrimonio immobiliare e mobiliare accumulato nei secoli: finora mi pare che non si sia riusciti a trovare una forma di gestione comparabile agli esempi migliori delle pubbliche e private amministrazione, con ciò che purtroppo ne consegue e che anche in questi mesi è venuto tristemente alla luce.  La burocrazia necessaria per quell’amministrazione pesa  sulla vita ordinaria della Chiesa impedendo l’allargamento della condivisione nei processi decisionali, e questo a tutti i livelli (anche le parrocchie, ad esempio, sono proprietarie di complessi di immobili e gestiscono flussi finanziari non irrilevanti). E’ un problema antico, che potrebbe essere avviato alla soluzione introducendo con gradualità processi democratici, che comprendano anche una certa trasparenza.

  Così, siamo più che altro abituati ad “assistere” e, al più, a recitare parti nelle liturgie, in copioni in cui ci viene richiesto di leggere la nostra parte sul foglietto, mentre il celebrante recita la sua, contraddistinta con la lettera “C”.

  L’incontro in videoconferenza, esigendo una partecipazione attiva, ci spinge invece a costituirci in assemblea deliberante, innanzi tutto per approvare il metodo proposto dall’organizzatore, che deve deporre atteggiamenti dispotici. Infatti si partecipa veramente solo in ciò che si condivide. Quindi l’organizzatore  deve essere capace di affidare la sua creatura  alla collettività che si è da lui lasciata convocare e a cui l’iniziativa è destinata, e questo per far crescere  il gruppo come società capace di decidere: questo è uno dei modi in cui si può essere popolo. L’altro, l’ho scritto, è quello di esserlo semplicemente come sudditi all’autorità altrui.

 Dunque, un metodo che non sia una liturgia immodificabile, con un conferenziere nella veste di sacerdote  dell’evento, ma una riunione che comprenda anche una fase preliminare in cui i presenti in modalità telematica si costituiscano in assemblea anche per esaminare proposte di modifica del metodo inizialmente proposto e per deliberare su di esse, con possibilità di procedere diversamente.  Ciò che praticamente non accade mai  nei nostri ambienti religiosi, salvo che in Azione Cattolica, che è un’associazione con organizzazione democratica.

 Questo  implica anche la possibilità, e dal mio punto di vista il rischio, di tornare al passato, a quando semplicemente  si assisteva,  si ascoltava, si facevano domande e si attendeva dal conferenziere, al termine, l’esposizione della soluzione giusta, vale a dire come si dovesse pensarla sul tema in questione.  Del resto, una volta ammesso il metodo democratico, e l’AC è una palestra di democrazia, si deve ammettere anche quel risultato. Tutto dipende dalla capacità di argomentazione e di persuasione di chi propone il metodo più partecipativo.

 Gli argomenti a favore di questa soluzione sono:

a) adottandola, tutti i partecipanti partecipano realmente e, anche, realmente si collegano tra loro, assumendo l’impegno personale di argomentare tendendo conto degli altri, non limitandosi a  dire la propria;

b) secondo quell’impostazione, non si è costretti a subire una soluzione già precostituita dall’inizio, una qualche verità imposta d’autorità, ma si possono esplorare liberamente gli argomenti implicati in un progetto di soluzione e provare a costruirne una come prodotto del dialogo in assemblea, sulla base di persuasione e non di sottomissione; senza tuttavia che questo risultato sia sottratto ad un ulteriore esame in futuro, come una verità non negoziabile, dovendo, anzi,  essere sempre oggetto di ulteriore riflessione, quando sopraggiungano nuovi argomenti o la situazione storica di riferimento cambi. Ciò che è prodotto dal dialogo, al dialogo rimane soggetto.

  In particolare, quando si esamina l’idea che si ha del “popolo”, ci si accorge presto che non c’è in materia una verità  che si sia imposta sempre e dovunque, come è facile capire ragionando su tema “Come siamo popolo?”, invece che su “Che cosa è il popolo?”.  Il concetto di “popolo” e il modo di essere “popolo” sono storicamente variati a seconda delle culture di riferimento e, in particolare al contesto politico, quindi all’organizzazione del governo della società. Ogni politica ha costruito il suo popolo. E’ accaduto, ad esempio, nel processo di unificazione nazionale italiana, partendo da genti stanziate nell’Italia geografica, ma aventi connotati di popoli  diversi, a partire dalla lingua e da altri importanti elementi culturali. Così si capisce come si sia potuto osservare, a unità nazionale conseguita: “Si è fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani” (Massimo d’Azeglio).

  La distinzione fondamentale, in materia di popolo  e di popoli  è  tra popolo  come gente unita essenzialmente dall’essere soggetta  ad un certo sistema di potere, o come comunità attiva e partecipante, partecipe innanzi tutto del governo della società di riferimento.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli