martedì 27 ottobre 2020

La dimensione pubblica e comunitaria della fede

 La dimensione pubblica e comunitaria della fede

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  Il 22 aprile  2010 -era allora Papa Joseph Razinger - Benedetto 16° -, nella cappella dell'Università La Sapienza - Roma si è tenuto l'incontro del Gruppo Uniroma 1 Sapienza del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale con mons. Ugo Ughi, all’epoca  vice-assistente nazionale dell'Azione Cattolica e assistente nazionale della Consulta regionale delle aggregazioni laicali, sul tema "La dimensione pubblica e comunitaria della fede".

Il presidente ha presentato il conferenziere e ha ricordato che quell'anno stavano riflettendo, nei vari incontri programmati, su "I laici nella Chiesa e nel mondo", per ricercare come influire sulle vicende del mondo alla luce della nostra fede e sulla base della nostra esperienza comunitaria.

  Mons. Ughi ha iniziato leggendo un brano degli Atti degli apostoli (4,13-11). Pietro e Giovanni sorpresi a predicare al popolo, vengono condotti davanti al tribunale ebraico. Si contesta loro il potere di predicare pubblicamente, dopo che Pietro aveva guarito uno storpio. Gli apostoli  si difendono con franchezza, dicendo che quell'uomo era stato guarito perché avevano invocato Gesù, quello che era stato ucciso per ordine di chi li stava giudicando: avevano predicato per proclamare che non c'era altra via di salvezza che in Gesù. Dopo aver discusso, i giudici comandarono loro di non parlare assolutamente di Gesù e di non insegnare più nel suo nome. Pietro e Giovanni rifiutarono di obbedire, dichiarando di ritenere giusto ubbidire a Dio piuttosto che al tribunale. Tornati nella loro comunità, raccontarono quello che era loro capitato. Pregarono insieme agli altri e la comunità ricevette lo Spirito Santo:   ciascuno di loro cominciò allora a proclamare la Parola di Dio senza paura.

  Il brano evangelico, ha detto mond. Ughi, ci presenta una comunità incompresa, ma coraggiosa e unita. Nel brano neotestamentario commentato, viene usato il termine del greco antico "parrèsia", che, pin quel passo degli Atti degli Apostoli, viene tradotto con "franchezza". Quest'ultima viene presentata come una caratteristica degli apostoli e della loro comunità: significa agire senza timore delle minacce e delle sofferenze. I primi cristiani, in quella comunità presentataci nel brano evangelico, riteneva di trovarsi all'interno di un progetto divino per il popolo di Israele, che si compiva nella carne del popolo di Dio.

  La Chiesa prega con il salmo 2: "Insorgono i re della terra/ e i principi congiurano insieme/ contro il Signore e contro il suo Messia... Annunzierò il decreto del Signore/Egli mi ha detto: Tu sei mio figlio,/ io ti ho generato./Chiedi a me, ti darò il possesso le genti/ e il dominio i confini della terra./Le spezzerai con scettro di ferro,/come vasi di argilla le frantumerai/". Ripercorre il passato, che trova compimento nella passione del Signore e nella sofferenza del popolo di Dio. Da qui poi scaturisce un certo stile. I discepoli seguono le orme del maestro. La preghiera occupa una funzione centrale in questo, la preghiera comune, concorde. Essa manifesta la dimensione della concordia della comunità: la concordia determina l'efficacia della preghiera e l'efficacia dell'azione. Nella preghiera non si domanda di essere liberati dalle difficoltà, ma di essere fortificati nello stile di franchezza.

  Alla parola seguono segni e prodigi.

  Così nel coraggio della testimonianza pubblica, la parola cresce e coinvolge anche altri, con l'annuncio e con le opere. 

  Il termine "parrèsia", che in quel brano degli Atti degli apostoli, viene tradotto in italiano con "franchezza", in latino venne tradotto con "constantia", termine che vuol significare anche fermezza e perseveranza o fiducia, sicurezza e arditezza Originariamente però indicava la libertà nel parlare.

  La Chiesa di oggi opera secondo lo stile della "parrèsia" o è timida e paurosa? E' un interrogativo che va rivolto ad ogni singolo cristiano come alla comunità.

  La "parrèsia" è una dote che i cristiani ricevono come dono dallo Spirito Santo. Definisce appunto un certo stile di presentarsi al pubblico, naturalmente nel rispetto delle libere scelte e delle decisioni umane. E' lo stile di Dio: Dio cerca di convincere, non intende opporsi facendo violenza. Esso è rappresentato dalla lampada, la cui luce non va nascosta.

  C'è una dimensione comunitaria della fede che è imprescindibile. Il conferenziere ha ricordato che il motto dell'Azione Cattolica per il triennio in corso è "Essere santi insieme". Esso è rappresentato dall’immagine evangelica della  vite e dai tralci. Nel brano degli Atti degli apostoli, Pietro e Giovanni tornano nella comunità per riferire che cosa era loro successo. Un senso di appartenenza alla Chiesa è necessario per vivere la fede.

  Nella fede è anche molto importante la preghiera. Il relatore cita Madelaine Delbrel ("se Dio esiste lo incontro nella preghiera”). La preghiera comunitaria genera e manifesta concordia e suscita quello stile pubblico di franchezza che è descritto nel brano evangelico degli Atti degli apostoli. L'unanimità è cosa a cui tendere: ma occorre cercare l'unità in Cristo.

  Oggi i laici contano poco rispetto alla gerarchia. E tuttavia il discernimento ecclesiale, per capire il senso delle situazioni storiche e per decidere che fare concordemente, non può funzionare se non è tutta la Chiesa a farlo, in tutte le sue componenti: ci deve essere un contributo di tutti, pastori e laici. La Chiesa deve divenire una Chiesa di corresponsabili, ha concluso mons. Ughi.

  Negli interventi del dibattito che è seguito c'è stato chi ha espresso qualche dubbio sulla corrispondenza alla realtà dell'immagine che la Chiesa italiana di oggi ha di sé stessa, come comunità minoritaria sotto attacco. Ad esempio è ancora difficile proclamarsi atei in Italia, i cattolici conservano un notevole potere di interdizione. Altri si sono invece detti preoccupati della situazione: ritengono che effettivamente siano in atto ostilità contro la Chiesa e vorrebbero che si reagisse. E' stato osservato che la dottrina sociale della Chiesa, distaccandosi da atteggiamenti del passato, pone obiettivi di pacificazione sociale all'azione dei cattolici. Atteggiamenti più combattivi potrebbero stonare. E' stato replicato che in alcuni brani evangelici questa non è sempre la via prospettata, come quando Gesù sostiene di non essere venuto per portare la pace nel mondo, ma per essere segno di divisione (Mt 10, 34-36). La divisione però oggi sembra attraversare il popolo di Dio, separare i pastori dal resto del popolo. Spesso i pastori sembrano impegnati in battaglie per principi arretrati. E tuttavia essi, nelle loro pronunce, prendono molto dall'ambiente che li circonda. E infatti appaiono circondati da stuoli di professori.