martedì 20 ottobre 2020

Coesione comunitaria

 

Coesione comunitaria

 

  Nei Vangeli non  troviamo molti elementi pratici  per organizzarci come comunità: c’è, invece,  prevalentemente un’etica delle relazioni interpersonali.

  Vi vediamo all’opera un piccolo gruppo di discepoli itineranti al seguito di un Maestro, capo riconosciuto della piccola comunità, ma non affiancato da luogotenenti o vicari.  Anche l’investitura di Pietro come pietra  di fondazione sociale sembra più proiettata verso un futuro non immediato e l’autorità di questo apostolo sembra aver trovato qualche resistenza nella sua affermazione, nel tempo in cui ci si andò organizzando come società di fedeli, dopo la Passione.

  Le  attuali dimensioni della nostra Chiesa sono enormemente maggiori  di quelle dei primi e antichi gruppi di fedeli, e così anche i problemi organizzativi.  Quando pensiamo ad un ritorno alle origini come soluzione per i mali d’oggi, ci proponiamo l’impossibile. Qualsiasi operazione del genere non può avere successo senza una mitizzazione  del lontano passato idealizzato, vale a dire trasfigurato, e, quindi, senza costruire  in realtà un passato alternativo a quello reale, adeguato ai nostri attuali fini. Del resto, delle prime aggregazioni della nostra fede sappiamo poco e, per questo, abbiamo meno difficoltà ad immaginare.  In generale, si va poco lontano senza narrazioni trasfiguranti, per le quali in certe persone o certe storie o certe cose ci si convinca di vedere più di quello che appare.

 Bisogna anche tener conto che, a differenza delle effervescenti nostre comunità del Primo e Secondo secolo le quali sembravano avere l’anatema  facile, abbiamo un atteggiamento più sereno verso  il pluralismo sociale, e quindi anche culturale, e cerchiamo di tenere insieme le diversità, invece che di tentare di sopprimerle, silenziarle, raddrizzarle o escluderle. E, certamente, la visione di un Popolo di Dio quale quella che oggi ci affascina è molto diversa, ad esempio, da quella piuttosto bellicosa impersonata bella Bibbia dagli antichi israeliti nelle loro guerra di faticosa conquista di Canaan. Appare mutata la mitologia trasfigurante.

  Ma come mantenere la  coesione comunitaria  di collettività tanto numerose e con caratteristiche divergenti?

   In Italia abbiamo ancora una popolazione che, in larga misura, fa riferimento all’etica cattolica per orientarsi tra giusto e sbagliato, anche se i più sembrano aver perso dimestichezza con la pratica liturgica e con la spiritualità personale consigliata. Ma questo non basta a costruire quella comunità attiva, partecipe, misericordiosa e solidale che risponde all’ideale di Popolo di Dio  proposto nell’ultimo Concilio ecumenico.

  Essere popolo  implica una durevole rete di relazioni e una mitologia che serva a trasfigurarla, in modo da consentire quell’identificazione personale in un ambiente collettivo che, se da un lato supera  l’individuo, dall’altro lato, proprio superandolo e dandogli prospettive più larghe e lungimiranti, lo sostiene. Nelle società umane questo elevarsi ad una dimensione più vasta  viene solitamente mediato  dai simboli, che costituiscono potenti fattori culturali di coesione. Può trattarsi di persone, o della memoria di persone del passato o anche solo immaginate, di ambienti sociali, luoghi, edifici, segni, indumenti, consuetudini, riti, oggetti e altro. Il simbolo media la relazione collettiva quando essa supera le nostre capacità cognitive e i legami interpersonali sfumano in masse indistinte: assimilandolo, ci si lascia da esso assimilare e questo unisce.

  E, tuttavia, nemmeno questo basta: lo vediamo con le nostre liturgie, tanto piene di simboli. Evocano l’unità, radunano  ma non uniscono  veramente e, soprattutto, stabilmente.

 Poi, naturalmente, ci sono le istituzioni, nelle quali le collettività vengono come irreggimentate da un complesso di norme che in parte sono sorrette da un’autorità e in parte sono anche condivise. Ma, se una collettività non è animata  anche da  una rete interpersonale viva, come accade ad esempio, in genere, sul lavoro, l’appartenenza non ci appaga. Ci si raduna per dovere o necessità, o per entrambi, ma come elementi di un ingranaggio sociale: finito il tempo del lavoro si è soli e ci si sente tali. Si vorrebbe anche altro.

  D’altra parte, il piccolo gruppo di mondo vitale,  come le sfere parentali, possono al massimo sorreggere piccole collettività tribali  che vivono  finché e nella misura in cui si riesce a mantenere relazioni personali forti, come nel gruppo dei Dodici  al seguito del Maestro, e così siamo tornati da dove si era iniziato.

 L’esperienza insegna che non è assolutizzando uno degli elementi di coesione che ho descritto a danno degli altri che si può trovare la soluzione al nostro problema di costruzione sociale. In realtà tutti rispondono ad esigenze che derivano dalla nostra umanità, per la quale siamo viventi limitati che tuttavia pensano   in grande e ambiscono a forme di socialità sempre più vaste  e, nello stesso tempo, intense.  Il difficile è, appunto, la loro armonizzazione, in modo che la collettività sorregga ma non schiacci o emargini e che l’individualismo non disgreghi nella competizione senza fine per il dominio sociale. E’ una sfida che non riguarda solo gli aggregati maggiori, come ad esempio gli stati o le organizzazioni ecclesiali complesse, ma ogni comunità  che si sviluppi oltre le dimensioni sociali di prossimità, oltre i mondi vitali  interpersonali, nei quali tutti si conoscono e riescono ancora a chiamarsi per nome.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli