lunedì 7 settembre 2020

Pensare in piccoli gruppi in tempo di pandemia

 

Pensare in piccoli gruppi in tempo di pandemia

 

 Nella Settimana teologica  del Movimento ecclesiale di impegno culturale  che si è conclusa on line qualche giorno fa, il monaco Emanuele Bordello ha osservato:

 «Vorrei partire dalla difficoltà, ma anche della necessità, di parole che reggano la sfida, di parole che siano all’altezza di questo tempo eccezionale che abbiamo vissuto e che per certi versi stiamo ancora vivendo in questi giorni.

 Non è facile trovare parole che siano all’altezza. Non tanto perché ci sia richiesto di dire cose complicate, raffinate, ma perché mi pare sempre che le nostre parole si logorino, diventino banali, diventino convenzionali.

  Forse come Chiesa siamo stati anche un po’ ossessionati dalla questione sacramentale, in particolare su come celebrare la Messa o come rendere accessibile qualche rapporto con l’Eucaristia, però forse è mancata come Chiesa una parola all’altezza della situazione, una parola pertinente.

  Lo si è detto ormai tante volte: la pandemia ci ha trovati impreparati. Ha manifestato anche l’impotenza, l’inadeguatezza, di tante nostre parole. Mi veniva in mente, mentre pensavo a questo, un versetto del profeta Geremia, dal capitolo 14. Siamo nel contesto di una grave siccità che colpisce il popolo, quindi di uno scenario desolato a causa della siccità. Dice Geremia:

"I miei occhi grondano lacrime, perché da grande calamità è stata colpita la figlia del  mio popolo. Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese e non sanno che fare". Questo senso di non saper bene che cosa fare e che cosa dire, che ci caratterizza di fronte a certi eventi, che ci trovano impreparati.

 Del resto mi pare che l’imbarazzo non sia stato condiviso solo dalla Chiesa, ma anche da buona parte del mondo intellettuale.»

   E’ quello che è accaduto, mi pare, anche nel nostro gruppo parrocchiale di Azione Cattolica.

  Abbiamo semplicemente sospeso tutto in attesa di ripartire.

  Nelle linee guida diffuse ieri dall’Ufficio catechistico nazionale leggiamo però:

 «Ed ora? Più o meno consapevolmente, molti vorrebbero tornare alla “normalità pastorale” di sempre. È questo un indice della fatica ad interiorizzare la portata del cambiamento in atto e la conseguente opportunità ecclesiale. È importante rifuggire la tentazione di soluzioni immediate e cercare piuttosto di discernere una nuova gerarchia pastorale: quali prassi pastorali mettere in secondo piano o persino tralasciare e quali mettere in cima e privilegiare? Si tratta di una salutare “potatura” per ricominciare e non soltanto ripartire. Il tempo nuovo che si è aperto ci interroga: cosa significa essere discepoli del Signore Gesù oggi? Ci basta andare in chiesa o siamo invitati a vivere diversamente la comunità? Che cosa è stato significativo in questi mesi? Come essere annunciatori del Vangelo in questo tempo specifico?

[…]

 Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla» (Francesco, Omelia di Pentecoste, 31 maggio 2020). Anche in questo tempo il Signore accompagna il suo popolo perché senta vicino il suo Pastore. Si tratta adesso di avere il coraggio di prendere l’iniziativa, di primerear [verbo dallo spagnolo usato da Papa Francesco, da intendere come prendere l’iniziativa], di fare il primo passo, senza subire le situazioni come una fatica. Siamo chiamati piuttosto ad essere una Chiesa dalle porte aperte, capace di prendere l’iniziativa, di coinvolgersi e di accompagnare (cfr. Francesco, Evangelii gaudium, n. 24).»

 

  Insomma, occorre ricominciare nel senso di cominciare qualcosa di nuovo.

  La prassi consueta dei nostri incontri del martedì era quella di una conferenza, accompagnata da immagini o video, e di un riflessione spirituale dell’assistente ecclesiastico. Il tempo degli interventi dei partecipanti era molto ridotto e, soprattutto, tendeva al dialogo con il conferenziere di turno e con il sacerdote.

 Ma, nella situazione in cui siamo caduti, e dalla quale per tutto il prossimo anno liturgico verosimilmente rimarremo, perché nella migliore delle ipotesi una campagna vaccinale non potrà essere iniziata su larga scale prima della primavera inoltrata del prossimo anno, non dobbiamo attenderci che conferenzieri e lo stesso prete che ci assiste possano darci le parole  che attendiamo. Si impara, tutti,  dall’esperienza, ma essa è troppo recente per aver prodotto parole all’altezza della situazione. Anche perché la situazione cambia di ora in ora.

   Il rischio è, incontrandoci nei modi e con la frequenza che saranno consentiti dall’evoluzione della pandemia, di perderci in un vano chiacchiericcio, ripetendo ciò che sentiamo qua e là, a volta colpiti più dalla veemenza che dalla bontà degli argomenti.

  Su Avvenire di domenica 6 ottobre, Giorgio Campanini, sociologo e storico, ci invia invece al pensiero in piccoli gruppi, ad organizzare un vero e costante colloquio in forma comunitaria, ad esempio prendendo spunto da un articolo, un saggio, un discorso pontificio, per pensare insieme. Questo richiede una reale condivisione di quegli spunti  e la capacità, nel prendere la parola, di agganciare  il proprio discorso a quello degli altri, non limitandosi a dire la propria. Perché, se ognuno si limita a dire la propria, non si pensa insieme. Un lavoro un po’ più impegnativo del semplice ascolto  e che comporta anche un prendersi cura degli altri, mostrare di accorgersi che ci sono e interagire con loro. Un  pensiero comunitario  così fatto può poi svilupparsi anche in preghiera comunitaria. E, in questo, Bordello ci ha invitati a usare la meditazione sui salmi. Riporto una sintesi delle sue parole:

 

«Anche noi monaci non siamo stati esenti dal rischio di un parola degradata, banale.

Mi sono chiesto come si possa cercare di ridurre almeno un po’ questo logorio, questa banalità delle parole.

 Quali parole in fondo resistono a questa usura, a questa deformazione, al rischio della banalità, della chiacchiera, fosse anche una chiacchiera devota?

 L’unica risposta che sono riuscito a darmi è legata all’esperienza che facciamo come monaci di scandire le nostre giornate con le parole dei salmi.

  Mi pare che le parole che ci consegna il salterio siano le meno inadeguate a farsi voce di ciò che abbiamo vissuto in questo tempo. Parole che naturalmente non sono al cuore dei monaci, ma che sono al cuore della preghiera di Israele  e della Chiesa da sempre, ma che certo nella vita di una comunità monastica assumono un peso particolare. Lo dice anche un gesto simbolico_ nel rito della professione monastica solenne al monaco viene consegnato il Salterio, quasi fosse la sua arma per affrontare la sua lotta spirituale. E anche il nostro padre Romualdo, nella cosiddetta Piccola regola, ha questa frase che mi ha sempre colpito: “l’unica via per te si trova nei salmi”.

 

  Sempre Avvenire  di domenica 26 ottobre, Luigino Bruni, nel presentare il salmo 109, che contiene la più potente imprecazione  del Salterio e di tutta la Bibbia, scrive:

 

«La Bibbia non è una raccolta di buoni sentimenti, non è un repertorio di storie edificanti per persone per bene. Contiene gesti efferati e parole tremende, eco del gesto e delle parole di Caino.

[…]

  Perché il Logos  potesse diventare vero uomo, per lui non c’era altra strada di quella polverosa che calchiamo da millenni.

[…]

 [Il salmo 109] contiene  la più potente imprecazione del Salterio e di tutta la Bibbia. In molti hanno pensato di cancellare quei tremendi versi 6-19, perché convinti che la Bibbia non dovesse ospitare tali parole cattive.

 

3. Mi investono con parole piene di odio, mi aggrediscono senza ragione. 

4. Mi accusano mentre io offro amicizia, ma io continuo a pregare. 

5. Mi rendono male per bene e odio in cambio di amicizia. 

6. Mi lanciano queste maledizioni «Sia nominato contro di lui un accusatore, un malvagio stia sempre al suo fianco. 

7.  Esca dal processo condannato, anche la sua preghiera risulti una colpa. 

8. Abbia i giorni contati, il suo incarico lo prenda un altro. 

9. I suoi figli rimangano orfani e sua moglie diventi vedova.

10.  I suoi figli siano vagabondi, vadano a chiedere l’elemosina lontano dalle loro case in rovina. 

11. L’usuraio divori tutti i suoi beni, un estraneo s’impadronisca dei suoi guadagni.

12.  Nessuno gli usi misericordia, nessuno abbia pietà dei suoi orfani. 

13. La sua famiglia si estingua, in una generazione scompaia il suo nome. 

14. Siano ricordate le colpe dei suoi padri, nulla cancelli i peccati di sua madre: 

15. il Signore se ne ricordi sempre, la terra dimentichi questa gente! 

16. Quest’uomo non ha avuto amore per nessuno, ha perseguitato a morte il povero, il misero e chi era sfiduciato. 

17. Gli piaceva maledire: sia lui maledetto! Non voleva benedire: nessuno lo benedica! 

18. La maledizione era la sua divisa: essa gli è penetrata come acqua nel corpo, come olio dentro le ossa! 

19. Lo copra come un mantello, lo stringa come una cintura!».

 20. Questo vogliono dal Signore i miei accusatori e coloro che mi calunniano. 

[Versione della Bibbia TILC interconfessionale  in lingua corrente]

 

  Altri esegeti hanno smorzato lo sconcerto proponendo di leggere quella serie di imprecazioni come una lunga citazione che l’accusato (il salmista) fa delle parole dei suoi accusatori: una strategia che si rivela inefficace.

[…]

  Propongo una via diversa. Dobbiamo accogliere, semplicemente, lo sconcerto e il disagio che ci nascono nell’anima di fronte a questa preghiera diversa. […] Finché non arriva il tempo della disperazione […] In quel giorno e in quel tempo […] ti ricordi che dentro la Bibbia, custodito nello scrigno del Salterio, c’è un salmo diverso. Ti nasce un desiderio inedito di ritrovarlo. E allora riprendi quella Bibbia lasciata da mesi, da anni, nello scaffale, scrolli la polvere, cerchi di ricordare dove si trovano in salmi. Li trovi dopo Giobbe, e finalmente capisci il perché.

[…]

 E finalmente giungi al salmo 109. e nel leggerlo senti che era stato scritto solo per te, solo per quel giorno tremendo. Ti aspettava e non lo sapevi. Inizi a leggere quella serie tremenda di maledizioni. Le senti come parole tue. Parola dopo parola, le lacrime scorrono. Senti che dentro qualcosa comincia a muoversi, quel cuore indurito dalla rabbia e dal dolore si scalda, quel nodo che ti aveva fin lì ridotto il fiato nei polmoni e il respiro nell’anima comincia a sciogliersi.

[…]

  La Bibbia è capace di fare anche questo. Il suo Dio  ci capisce.

  Se avessero vinto quegli antichi scribi che volevano cancellare il salmo 109, tu non avresti avuto le sole parole per ricominciare a vivere, per reimparare a pregare. A pregare, sì, perché se quella lettura è sincera, mentre leggi quelle maledizioni capisci che quelle parole che pur senti tue e vere non possono essere le ultime parole: sono solo le penultime. Ma per capire che erano le penultime dovevi fare l’esperienza  di sentirle come ultime e vere. E così la preghiera  può terminare con le parole con cui termina il salmo: «Essi maledicono, ma tu benedici» (Sal 109, 28).

[…]

 C’è una fraternità tra le parole della Bibbia. Alcune sue parole le capisci solo quando scopri che erano lì per consentirti di dirle altre. Per poter arrivare a chiedere a Dio che le maledizioni che tu stesso hai pronunciato diventino benedizioni, prima dovevi attraversare l’inferno della disperazione in compagnia della Bibbia e di Dio. Senza il salmo 109 la Bibbia avrebbe perso parole per raggiungere le zone più periferiche e più preziose  dell’area dell’umanità.

[…]

  Il primo Padre misericordioso della Bibbia è la Bibbia stessa, Nuovo e Antico Testamento.

[…]

  L’abbraccio  misericordioso della Bibbia sono le sue parole, che ci vedono, ci guardano, ci accompagnano mentre ci muoviamo tra il paradiso e gli inferi, e ci risorge accompagnandoci nelle nostre sventure.

[…] Noi […] non capiamo la Bibbia, come non capiamo la grande letteratura. Pensiamo che le parole di resurrezione siano quelle che iniziano dopo i peccati, dopo i tradimenti, dopo le cattiverie, dopo le maledizioni. […] la Bibbia salva e riscatta le vittime mentre  le vede, mentre si china su di esse, nell’accompagnare i loro drammi.

[…]

  Noi invece siamo in cerca degli happy end [dei finali felici], non amiamo i sabati santi, saltiamo dal venerdì alla domenica. Scartiamo le parole bibliche di maledizione e di disperazione, e perdiamo contatto con tutti gli uomini e le donne che ora stanno vivendo quelle parole nella loro carne.

[…]

  Il salmo 109 (il versetto 8) è entrato anche nel Nuovo Testamento. Gli Atti degli apostoli lo hanno usato per parlare della morte di Giuda. […] Anche Pietro trovò in quel salmo 109 parole per dire un dolore scandaloso e muto - non dobbiamo dimenticare che Giuda era stato un amico degli apostoli e di Gesù: “Egli infatti era stato del nostro numero”.»

 

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli