mercoledì 23 settembre 2020

La teologia di papa Francesco - Il sogno di una Chiesa evangelica - sintesi del libro di Roberto Repole

 Ripubblico, con integrazioni

La teologia di papa Francesco

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Il sogno di una Chiesa evangelica

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sintesi del libro di Roberto Repole

 

   Tempo fa si accesero  aspre polemiche intorno alla presentazione di una collana di libri divulgativi pubblicati dalla Libreria Editrice Vaticana sulla teologia di papa Francesco, con il titolo  La teologia di papa Francesco. Era stata resa pubblica una lettera del Papa emerito Joseph Ratzinger, eminente teologo, nella quale la si apprezzava, sostenendo che era da stolti dire che Papa Francesco fosse privo di formazione teologica o filosofica. Proseguendo, parlava dei volumi della collana come di libretti  e conteneva riserve verso uno degli autori, con il quale il Ratzinger era stato in passato in disaccordo su questioni teologiche. Il Papa emerito dichiarava di non aver potuto ancora leggere i testi, per le sue condizioni di salute e per precedenti impegni. In ciò si è voluta vedere una presa di distanza dalle posizioni teologiche di Papa Francesco.

  In effetti si tratta proprio di libretti, nel senso di volumi di piccolo formato, tascabili.  Una persona se li può portare con sé durante il giorno e leggerli nei ritagli di tempo, ad esempio in metropolitana.

  Parlano della teologia di papa Francesco, ma non sono libri di teologia. Non sono rivolti agli studiosi di teologia, ma ad un pubblico colto di non specialisti. Possono essere compresi da chi ha fatto le superiori o, comunque, si sente in grado di leggere tutte le parti di un quotidiano.

 Che cos’è la teologia?

  Può essere intesa come disciplina scientifica: la riflessione con metodo rigoroso, quindi sistematico e conseguente alla premesse, sulla fede della Chiesa. Si è riconosciuti come teologi dopo aver seguito un percorso di formazione specifico ed aver dimostrato di saper ragionare con quel metodo. Un teologo deve innanzi tutto essere istruito sulle Scritture, conoscere tutto il pensiero di fede espresso sul settore specialistico a cui si è dedicato ed essere sufficientemente informato su pensiero espresso negli altri settori. Questo modo di procedere non è diverso da quello di altri campi della scienza.

 Può essere però essere  intesa anche come il complesso delle convinzioni di fede di una persona o di un determinato gruppo di fedeli. Allora esprime il modo in cui quella persona o quel gruppo dicono e vivono la loro fede religiosa. Ogni credente ha quindi una propria teologia. Quando si parla di teologia di un  Papa  è questo il senso che si utilizza.

  Nel presentare la collana, il teologo Roberto Repole ha ricordato che i Papi in maggioranza non sono stati teologi di professione, vale a dire scienziati della teologia. Il caso del Ratzinger è un’eccezione. Tuttavia essi, come tutti i preti, hanno avuto una formazione teologica approfondita. Hanno saputo esprimere la loro fede in termini teologici, che troviamo utilizzati nei loro documenti ufficiali, ad esempio nelle encicliche, che contengono leggi per la Chiesa. I Papi si avvalgono della collaborazione di teologi di professione, come di altri scienziati di varie discipline, ma hanno una loro teologia, nel senso di concezioni e progetti di fede.

  Anche il Ratzinger, durante il suo ministero pontificio, ha scritto libri divulgativi in cui ha parlato anche di teologia ai non teologi di professione. Si tratta dei testi su Gesù di Nazareth, che io ho letto e che consiglio a tutti di leggere. Contengono, tra l’altro, molta della teologia di Ratzinger come papa Benedetto 16°, intesa come convinzioni e programmi riguardanti la fede e la Chiesa, non come studio scientifico su certi temi.

  C’è una continuità tra la teologia di papa Francesco e quella di papa Benedetto 16°, come è stato sostenuto e alcuni dubitano? Come potrebbe non esservi? Per tanto tempo hanno collaborato negli  stessi ambienti di capi religiosi: il collegio cardinalizio e il sinodo dei vescovi. Sono quasi coetanei. Papa Francesco ha studiato anche in Germania: è probabile che abbia accostato anche testi di Ratzinger come teologo. Poi ha sicuramente studiato quelli firmati dal Ratzinger come Papa, come tutti noi. Lo scienziato di teologia Ratzinger e  il Ratzinger come Papa hanno sicuramente influito sulla teologia di Papa Francesco. Ci sono, però, in quest’ultima elementi di novità.

  Alcuni sono portati ad apprezzare le novità, altri le temono. Conoscendo meglio la teologia di papa Francesco si può arrivare a capire che i timori sono ingiustificati. La novità, infatti,  è l’accentuazione e lo sviluppo del tema del Vangelo della misericordia, come fonte e criterio di riforma ecclesiale.

   Propongo una sintesi del primo  volume della collana quello sull’ecclesiologia, vale a dire su come il Papa pensa la Chiesa, le sue prospettive, le riforme necessarie, scritto dal teologo Roberto Repole: Il sogno di una Chiesa evangelica. L'ecclesiologia di papa Francesco, pubblicato nel 2017. Questo per invogliare ad approfondire mediante la lettura integrale del testo e come base del dibattito sul tema "Come siamo popolo?" che ho proposto per la prima riunione on line del grupppo.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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Roberto Repole, Il sogno di una Chiesa evangelica. L’ecclesiologia di papa Francesco, Libreria editrice Vaticana, 2017, €12.00

Sintesi

nota: il testo è tratto dal volume. Gli elementi di raccordo tra parentesi quadre sono inseriti da chi ha estratto la sintesi.

Sintesi di Mario Ardigò

 

 

Prefazione alla collana

 

 Il pontificato di Francesco [si presenta] all’insegno di una novità di stile. In questi anni, l’immagine del papato ne [è] uscita decisamente trasformata. Ciò  - com’era prevedibile- ha ingenerato pareri anche molto discordanti tra loro. Alcuni [sono] giunti a mettere in forse l’esistenza stessa di una teologia nell’insegnamento di Francesco.

  Bergoglio ha alle spalle, soprattutto e primariamente, la lunga e radicale esperienza del religioso e del pastore. Ciò non significa, però, che il suo magistero sia privo di teologia.

  Avvalendosi della competenza e dello studio rigoroso di teologi provenienti da diversi contesti e dalla serietà ormai assodata, si  è inteso ricercare quale sia il pensiero teologico che supporta l’insegnamento del Papa. Il risultato è racchiuso negli 11 volumi che vengono a formare la collana dal titolo semplice e immediato: “La teologia di papa Francesco”.

  L’intento non è di tipo apologetico [=di difesa degli orientamenti del Papa], [ma] di cercare di vedere e di aiutare a vedere quale sia il pensiero teologico su cui si basa Francesco.

 Nell’insegnamento di Francesco  appare ormai come un punto di non ritorno ciò che tanto  la teologia  recente quanto il magistero conciliare [=del Concilio Vaticano 2° (1962-1965)] hanno insegnato:  che la dottrina, cioè, non è né può essere qualcosa di estraneo rispetto alla cosiddetta pastorale. La teologia non potrà mai ridursi ad un asettico esercizio da tavolino, sganciato dalla vita del popolo di Dio.

 

Prologo. Per custodire e far crescere un sogno

 

    Ai suoi primordi la Chiesa ha potuto “prendere il largo” grazie a un sogno. In una visione, confina con un sogno, Pietro comprende come la Chiesa non possa essere circoscritta al gruppo dei giudeo-cristiani, ma sia invece destinata a tutti (leggi At 10). Alla comunità cristiana primitiva diverrà sempre più evidente che anche i pagani dovranno essere accolti nell’unità della Chiesa. La Chiesa non [è] una conventicola o una setta destinata ad alcuni, ma [rappresenta], al contrario, luogo di riconciliazione dell’umanità intera. [Fu] una conversione dello stesso Pietro e della comunità cristiana delle origini. [Nella] sua bimillenaria storia, la Chiesa ha sempre avuto bisogno di cristiane e di cristiani capaci di riattivare quello stesso sogno.

  [Nell’esortazione apostolica La gioia del Vangelo - Evangelii Gaudium,  il Papa ha scritto:] “Sogno una Chiesa missionaria capace di trasformare ogni cosa”.  [E nel 2015, all’incontro con i rappresentanti del 5° Convegno della Chiesa italiana, ha detto:] “Mi piace una Chiesa inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà”.

  Il sogno di papa Francesco è in fondo molto semplice e proprio per questo piuttosto spiazzante: si potrebbe in modo immediato affermare che si tratti del sogno di una Chiesa evangelica.  Di una Chiesa capace di confrontare costantemente se stessa, la sua vita, le sue scelte e le sue strutture con la freschezza del Vangelo. L’aggettivo “inquieta” è tutt’altro che peregrino al fine di esprimerne la costituzione. Si tratta dell’inquietudine di chi ha un’ “identità aperta” e “relazionale” in diverse direzioni; è l’inquietudine che, in definitiva, deriva alla Chiesa dal suo essere al servizio [del] Signore del cosmo e di tutti gli uomini.

  [Nel magistero di papa Francesco], ci si trova alle prese con una nuova recezione dell’insegnamento ecclesiologico [=sulla Chiesa] espresso dal Vaticano 2° [=il Concilio Vaticano 2° (1962-1965].

  Francesco è il primo papa [dopo il Concilio Vaticano 2°] che non ha preso parte ai lavori conciliari. Egli è, però, pienamente figlio del Concilio e del rinnovamento ecclesiale che da esso ha preso l’avvio.  Ciò non significa che le prospettive offerte da Francesco siano prive di una certa originalità. Esse portano l’eredità di quella particolare versione della teologia latino-americana che va sotto il nome di “teologia del popolo (di cui uno dei primi e più importanti esponenti fu il pensatore italo-argentino Luciano Gera, 1924-2012).

  Con Francesco la recezione del Concilio entra in una fase nuova. Il fatto che ci sia un papa proveniente dall’America Latina, che possa far tesoro  dell’esperienza d quella Chiesa oltre che dell’elaborazione teologica lì sviluppatasi, è giù un primo frutto del Concilio se è vero che uno degli aspetti di maggiore novità del Vaticano 2° consiste in una chiesa divenuta mondiale. Una chiara prospettiva ecclesiologica  è rinvenibile nel suo insegnamento.

 

Capitolo 1°

Il primato del Vangelo

 

   Il modo con cui Francesco afferma che il centro della Chiesa non è la Chiesa è di richiamare  che essa deve se stessa al Vangelo che è, etimologicamente [=la parola viene dal greco antico e significa buona notizia], fonte di gioia per gli uomini.

  Non esiste la Chiesa se non come frutto del Vangelo. La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia.  L’affermazione della resurrezione di Cristo non è l’asserzione di un evento passato, ma del fatto che Egli continua ad essere vivo nello Spirito. Incontrare il Risorto significa, per i cristiani, una relazione viva che perdura.

  Una novità di accento con cui Francesco esprime [il] primato di Dio sulla Chiesa è data dalla centralità che nel suo insegnamento esprime il “Vangelo della misericordia”.  Per Francesco, la misericordia non è un aspetto accessorio: essa esprime qualcosa di fondamentale del volto di Dio che si è rivelato compiutamente in Cristo. Bergoglio, rifacendosi a Beda il Venerabile [monaco inglese dell’8° secolo], scelse come motto episcopale Miserando atque eligendo («Mentre ha guardato me con gli occhi della misericordia, egli mi ha scelto»). Con la misericordia si esprime qualcosa di centrale del Vangelo riassumibile in Cristo. Francesco asserisce infatti che, a partire dall’atteggiamento e dalla prassi di Gesù in quanto rivelativa di Dio, si può affermare che la misericordia è la carte d’identità del nostro Dio. Entrare in contatto con la Persona di Cristo, in cui è sintetizzabile il Vangelo, significa essere messi in relazione con il Dio che ha cuore per i miseri, specialmente con quanto sono afflitti da quella singolare miseria che è il peccato.

  La misericordia è per il Papa il nucleo del Vangelo e della nostra fede, la forza che tutto vince, che riempie il cuore di amore e che consola con il perdono.

 L’ultimo Concilio, riconsiderando lo “statuto” della verità cristiana, ha permesso di evidenziare come si tratti di una verità che coinvolge l’uomo: non agisce dal di fuori. [Questa convinzione] nel magistero di Francesco trova un nuovo sviluppo. Il Vangelo non [è] riducibile a “dottrina”. Dio [incontra] gli uomini nella diversità delle loro culture e li afferra nella singolarità della loro vita e della loro situazione esistenziale; l’incontro [implica] il libero assenso dell’uomo. Il Vangelo consiste nell’amore misericordioso di Dio, non è pensabile ridurlo ad “idea astratta” o a “dottrina”. Le formule [della dottrina] non possono rappresentare un pretesto per oscurare la verità del Vangelo della misericordia.  [Esse] sono vere nella loro finitudine e nel loro essere sempre necessariamente “figlie” di un determinato contesto. Sono perciò sempre definitive  e provvisorie  al tempo stesso. Non possono costituire un divieto allo sforzo di esprimere in altri modi quella medesima verità. [Altrimenti] si potrebbe arrivare alla situazione paradossale di sentire un linguaggio formalmente ortodosso che non indirizza al vero Vangelo di Cristo.

  «La predica cristiana - [sostiene il Papa] - trova nel cuore della cultura del popolo una fonte d’acqua viva, sia per sapere che cosa dire, sia per trovare il modo appropriato per dirlo».

  [Ad esempio], esiste un inequivocabile Vangelo della famiglia. Esso  è, però, tale, quando raggiunge le famiglie nelle loro concrete situazioni esistenziali. [È], per questo, indispensabile un costante discernimento e accompagnamento, affinché ciascuno sia aiutato a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale. Nessuno può essere condannato per sempre - sostiene il Papa - perché questo non è la logica del Vangelo, riferendosi a tutti, in qualunque situazione si trovino.

  La misericordia è una meta da raggiungere e che richiede impegno e sacrificio, [Il Papa fa] una netta distinzione tra peccatori e  corrotti. Mentre i primi si sentono costantemente  bisognosi della Misericordia Divina e sanno di doversi percepire in cammino, in stato di costante conversione, i secondi si auto-giustificano ed arrivano a non avvertire nemmeno più il senso del peccato. La misericordia, pur essendo gratuita, va a buon fine laddove incontra degli uomini che, nella loro libertà, si lasciano toccare da Cristo e si convertono.

 Soltanto una Chies realmente evangelica può consentire al Vangelo di continuare la sua strada nel mondo. [E] il Vangelo della misericordia può continuare a toccare le donne e gli uomini solo attraverso il servizio della Chiesa. In quest’orizzonte si deve inquadrare la preoccupazione di Francesco per una riforma della Chiesa, per una Chiesa povera per i poveri, per una Chiesa misericordiosa. [La riforma] non si esaurisce nell’ennesimo paino per cambiare le strutture.  Solo una Chiesa povera e indirizzata  anzitutto ai poveri, agli emarginati, agli esclusi, agli scartati dalla società può farsi, infatti, trasparenza di quel Cristo  nel quale si condensa tutto il Vangelo di Dio. [Ciò era stato] già messo in evidenza nel fondamentale paragrafo 3 [ del n.8 della Costituzione dogmatica Luce per le genti - Lumen gentium]:

 

Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa e chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo « che era di condizione divina... spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo » (Fil 2,6-7) e per noi « da ricco che era si fece povero » (2 Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l'umiltà e l'abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre « ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito » (Lc 4,18), « a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda d'affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l'immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo. Ma mentre Cristo, « santo, innocente, immacolato » (Eb 7,26), non conobbe il peccato (cfr. 2 Cor 5,21) e venne solo allo scopo di espiare i peccati del popolo (cfr. Eb 2,17), la Chiesa, che comprende nel suo seno peccatori ed è perciò santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, avanza continuamente per il cammino della penitenza e del rinnovamento. La Chiesa « prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio » , annunziando la passione e la morte del Signore fino a che egli venga (cfr. 1 Cor 11,26). Dalla virtù del Signore risuscitato trae la forza per vincere con pazienza e amore le afflizioni e le difficoltà, che le vengono sia dal di dentro che dal di fuori, e per svelare in mezzo al mondo, con fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di lui, fino a che alla fine dei tempi esso sarà manifestato nella pienezza della luce.

 

 Non è certo casuale che il tema venga riproposto da un papa che proviene dall’America Latina e da una Chiesa che in questi decenni lo ha recepito e sviluppato.

 E’ per mezzo di una Chiesa misericordiosa che il Vangelo della misericordia può, infatti, raggiungere l’umanità di oggi, ridivenendo udibile e “sperimentabile” per le donne in carne ed ossa e dal di dentro delle loro situazioni di miseria e di peccato,

 Dice il Papa: “ Sì io credo che questo sia il tempo della misericordia. La Chiesa mostra il suo volto materno all’umanità ferita”.  [È] una delle metafore preferite da Francesco, per parlare della Chiesa: quella materna. Francesco ha espressamente riconosciuto  un debito teologico nei confronti del suo confratello gesuita Henri de Lubac [teologo francese 1896-1991] (in particolare per la sua opera Méditation sur l’Èglise - Meditazione sulla Chiesa9, per il quale tale immagine ha avuto un peso considerevole. L’immagine materna  è utile per dire come sia per mezzo della Chiesa che si viene generati, con il battesimo, alla via in Cristo; ed è solo per suo tramite che si viene raggiunti dal Vangelo.  Dal momento, poi, che il Vangelo è quello di un Dio che ha cuore per le miserie dell’umanità, tale maternità si esprime anche nell’agire misericordioso della Chiesa: dove per Chiesa si deve intendere la totalità dei cristiani.

 È attraverso i sacramenti, l’annuncio del Vangelo, l’esistenza stessa di tutti i cristiani, la loro compassione e il loro chinarsi sulle ferite dell’umanità, che il Vangelo continua ad essere udibile e vivo nel mondo. È, dunque, la maternità della Chiesa che consente di rimettere al centro la questione di Dio; non un “Dio qualunque”, ma il Dio che ha a cuore e si prende cura di un’umanità misera e peccatrica.

  Si tratta di una realtà di cui, nonostante le apparenze, l’umanità contemporanea ha, secondo il Papa, una sete infinita.

 

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Capitolo 2°

Il “santo popolo fedele di Dio”

parte prima

 

  Se ci si domanda a chi si riferisca Francesco quando parla di Chiesa, la risposta appare nitida: al santo popolo di Dio.

  La categoria più importante con cui li [Concilio] Vaticano 2°  ha parlato della Chiesa è stata quella del popolo di Dio.

  Con l’intenzione di arginare un’interpretazione sociologica e democratizzante del popolo di Dio, il Sinodo dei Vescovi del 1985 affermò che idea centrale e fondamentale dei documenti conciliari  è stata l’ecclesiologia di comunione (1). [Ciò] servì a chiarificare che quanto sta a fondamento della Chiesa è la comunione con Dio.

  Uno degli effetti di questa nuova fase di recezione e di interpretazione  del Concilio fu, però, anche quello di far cadere il sospetto sulla categoria [di popolo di Dio], con il pericoloso conseguente di mettere in primo piano una visione di Chiesa nella quale l’idea di comunione può facilmente indurre o a una eccessiva spiritualizzazione o a un eccessivo giuridicismo.

 

L’immagine della Chiesa che mi piace - ha affermato - è quella del santo popolo fedele di Dio. Non c’è identità piena senza appartenere a un popolo. Nessuno si salva da solo, come individuo isolato. Il popolo  è soggetto. E la Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia, con gioia e dolori.

[da A. Spadaro, Intervista a papa Francesco, pubblicata su Civiltà Cattolica, 19-8-2013]

 

  Nell’insegnamento di Francesco vengono nuovamente valorizzati, occorre menzionare, anzitutto il fatto che con la Chiesa si manifesta l’intenzione di Dio di salvare  gli uomini non individualmente  ma in quanto appartenenti al suo popolo.  In un mondo occidentale come quello contemporaneo, l’individuo si percepisce [invece] sganciato da ogni vincolo o legame e quale soggetto di diritti infiniti.

 Considerare la Chiesa quale popolo di Dio  permette, poi, di mettere maggiore evidenza la sua destinazione universale. Una delle preoccupazioni più vive di Francesco  è che la Chiesa rimanga aperta a tutti, che chiunque vi si possa sentire chiamato, che ciascuno vi si possa sentire a casa. Questa universalità [è] connessa con l’idea di una Chiesa misericordiosa, dove tutti possano trovare ospitalità. Esiste, infatti, un nesso intrinseco tra questa universalità e la misericordia - di Dio prima e della Chiesa di conseguenza - che permette di mettere in primo piano i più lontani, i poveri e i peccatori; soltanto quando siano raggiunti anche loro, si può realizzare una reale universalità; quest’ultima non si può mai costituire, al contrario, partendo dai “più vicini”.  Egli è il primo papa proveniente dall’America Latina e con lui le periferie  del sud del mondo vengono collocate al centro della Chiesa. L’America Latina è, infatti, «il subcontinente più diseguale e segnato dall’inequità - dice il teologo argentino Galli -, il che interpella la coscienza cristiana. In esso si sovrappongono la povertà e il cristianesimo: molti vivono la povertà a partire dalla propria fede e tutti dobbiamo vivere la fede per superare la povertà ingiusta. L’opzione per i poveri e la religione cattolica popolare segnano la fisionomia di una Chiesa dei poveri».

  L’aspetto inequivocabilmente più importane consegnato da un’ecclesiologia del popolo di Dio è, però quello della pari dignità e della corresponsabilità di tutti i cristiani. Il soggetto evangelizzatore non può essere solo qualcuno, ma tutti il popolo di Dio e, dunque, tutti i cristiani.

 Dice Francesco:

«Tutti facciamo il nostro ingresso nella Chiesa da laici. Il primo sacramento è il Battesimo. Ci fa bene ricordare che la Chiesa non è un’élite dei sacerdoti, dei consacrati, dei vescovi, ma che tutti formiamo il santo popolo fedele di Dio».

 Ciò non toglie né sminuisce, naturalmente, il senso e l’importanza dei ministri ordinati, [ma] essi sono dentro la Chiesa , a servizio del suo esistere: «Un pastore non si concepisce senza un gregge, che è chiamato a servire. Il pastore è pastore di un popolo, e il popolo lo serve dal di dentro».

  Francesco dichiara di apprezzare la «santità quotidiana» di questo popolo, quella riscontrabile in ogni soggetto ecclesiale in qualunque situazione di vita. Dalla visione della Chiesa quale popolo di Dio, Francesco [desume] una concezione “popolare” della Chiesa, per la quale la voce e l’apporto di ciascuno sono realmente indispensabili e nessun gruppo - né di chierici, né di laici -  può avanzare la pretesa di essere tutto o di sostituire gli altri. Tale prospettiva si traduce nella visione di un popolo di Dio che è tale in forza di legami tra i cristiani, come qualcosa di dato e al tempo stesso di perseguito, nella forza dello Spirito Santo.  Il Papa rintraccia nella fraternità mistica  la vera medicina contro la malattia dell’individualismo:

«dal momento che il modo di relazionarci con gli altri, che realmente ci risana invece di farci ammalare, è una fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare  alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano, che sa sopportare le molestie del vivere insieme aggrappandosi all’amore di Dio, che sa aprire il cuore all’amore divino per cercare la felicità degli altri come la cerca il loro Padre buono».

 

note:

(1) Assemblea straordinaria del Sinodo dei Vescovi del dicembre 1985 sul tema "20° anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II".

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Osservazioni mie

 

  Un teologo si interesserà a rintracciare le vicende storiche della teologia del popolo di Dio per cercare di fondarle rigorosamente nelle origini. Una persona che voglia semplicemente rendere ragione della propria fede, una volta acquisita consapevolezza dei riferimenti alle Scritture di tale pensiero, noterà i suoi elementi pratici di novità rispetto ad un’immagine di Chiesa che è ancora piuttosto radicata nella gente, quella che la presenta essenzialmente come gente radunata intorno ai chierici e ai religiosi consacrati, Papa e vescovi innanzi a tutti, gli elementi veramente caratterizzanti. Sempre nell’esperienza pratica si renderà conto della difficoltà di costruire una Chiesa di popolo sfrondata di tutti gli elementi culturali che di solito definiscono dal punto di vista antropologico e sociologico il popolo, salvo che di quello di origine teologica individuato nella misericordia reciproca. Un’unità  di popolo di tipo spirituale, mistica, quindi,  mentre solitamente ci si riconosce in un popolo in base alla condivisione di una certa cultura storicamente data. Ma la visione universalistica del popolo di Dio, destinato a comprendere nell’unità misericordiosa tutti i popoli della Terra, porta anche a superare, relativizzandole, anche se non annullandole, tutte le culture che caratterizzano quei popoli. [E ciò mentre la  religione popolare, quella ad esempio centrata su certi santuari e feste locali, è fortemente legata a specifici elementi culturali locali, spesso con una storia di commistioni tra elementi religiosi e non e tra elementi religiosi di diversa origine, anche non cristiana. Tra questi, i nazionalismi, legati all’idea di popolo come nazione, che si è sviluppata a partire dall’Europa solo alla fine del Settecento.

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Parte seconda

 

 Il popolo di Dio è[…] immerso nella storia: da ciò e dal fatto di essere universale consegue che esso non possa venir pensato al margine dei diversi popoli che abitano la terra e delle loro culture.

 […]

 La Chiesa non si può esaurire evidentemente nei popoli e nelle loro culture; ciò nondimeno, essa non può neppure esistere se non inculturata al loro interno e in esse.

[…]

 Il Vaticano 2° è stato […] l’espressione di una Chiesa desiderosa di entrare finalmente in dialogo con la cultura moderna, rispetto alla quale si erano da secoli create abissali distanze. […] La fedeltà al Concilio [passa] perciò anche per una Chiesa capace di inculturarsi e di inculturare il Vangelo di cui vive nei diversi popoli e nelle loro culture.

[…]

  Senza alcun dubbio tale “compito”, all’indomani del Concilio, è stato assunto con generosità e creatività dalle Chiese latino-americane e, in un modo peculiare, dalla Chiesa argentina. Ciò ha dato vita anche al rinnovamento teologico avutosi con la cosiddetta teologia della liberazione e con la versione tipicamente argentina di tale teologia, denominata “teologia del popolo”. […] Essa si caratterizza per il fatto di considerare il popolo alla luce della sua unità  e interpreta, pertanto, l’ingiustizia sociale come anti-popolo, […] non come classe oppressa dal sistema capitalista, ma in una prospettiva socio-culturale, quale soggetto di una storia e di una cultura comune; ed è ritenuto portatore di una propria cultura, intesa come “stile di vita comune di un popolo”.[…] In questa prospettiva teologica, il popolo di Dio […] è l’unico popolo di Dio, che esiste però concretamente come abitato dalla pluralità dei popoli e delle culture in cui vive.

«Questo popolo di Dio – dice infatti Francesco -  si incarna nei popoli della Terra, ciascuno dei quali ha la propria cultura. La nozione di cultura è uno strumento prezioso per comprendere le diverse espressioni della vita cristiana presenti nel popolo di Dio. Si tratta dello stile di vita di una determinata società, del modo peculiare che hanno i suoi membri di relazionarsi tra loro, con le altre culture e con Dio. Intesa così, la cultura comprende la totalità della vita di un popolo.» [dall’esortazione apostolica La gioia del Vangelo (2013)

[…]

L’evangelizzazione [comporta] che si incida e si trasfigurino  le culture. […] La visione di un popolo di Dio che vive nei diversi popoli comporta, però, che non vi sia una cultura dentro cui si possa  pensare di esaurire la Chiesa.

[…]

 Una tale prospettiva ecclesiologica […] risulta difatto critica rispetto ad una visione che non implichi una reale pluralità e con la quale si finisce, inesorabilmente, con il sacralizzare e con l’estendere a tutti i popoli una unica cultura.

[Questa] teologia [comporta e invoca] una riforma strutturale della [Chiesa], che preveda un reale superamento del centralismo e favorisca, di conseguenza, una effettiva decentralizzazione.

[…]

Dice […] il Papa:

«in tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare. Il popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile “in credendo”  [=nel credere].Questo significa che quando crede non si sbaglia, anche se non trova parole per esprimere la sua fede.»

 […]

  La teologia argentina ha […] interpretato la pietà popolare come espressione del sensum fidei fidelium [=il senso della fede dei fedeli]. […] La pietà popolare deve essere vista, per Francesco, «come spiritualità incarnata nel cuore dei semplici». [dall’esortazione apostolica La gioia del Vangelo,  n.124. […] Nella pietà popolare è in rilievo  più lo slancio personale con cui i credenti, specie i più poveri si abbandonano  filialmente a Dio, che non conoscenza credente di Dio e del suo piano salvifico.

[…]

  La pietà popolare [è] vista da Francesco anche  come espressione dell’attività evangelizzatrice  di tutti, a cominciare dai più semplici e più poveri. Essa è uno dei modi attraverso cui i poveri non sono solo destinatari del’attenzione ecclesiale, ma protagonisti della sua menzione.

[…]

 La pietà popolare  può essere anche ciò che rimane di un mondo assoggettato ad una logica strumentale ed una “via di fuga” rispetto ad esso. E’ pertanto evidente, che in tale contesto la pietà popolare più che l’espressione di una fede inculturata potrebbe essere l’espressione di una fede marginalizzata.