sabato 29 agosto 2020

prof. Giuseppe Tognon storico delle idee - settimana MEIC online 25-28AG20 su “Pandemia: una sfida alla fede” - 27AG20 conferenza su “Cristiani e cittadini”

 

prof. Giuseppe Tognon

storico delle idee

settimana MEIC online 25-28AG20 su “Pandemia: una sfida alla fede

27AG20 conferenza su  “Cristiani e cittadini”

 

sintesi dai mei appunti, per come ho capito le parole del conferenziere. Mario Ardigò [sintesi non rivista dal conferenziere]

 

1. Il tema di questa iniziativa affronta un argomento molto interessante, e anche un po’ inedito, perché era da molti anni che non si poneva il tema di una sottomissione a un principio di natura eccezionale o superiore che tocca anche l’appartenenza eccesiale.

  Quello della sottomissione è un tema molto importante, per la storia politica e per quella religiosa.

 Ricordo semplicemente che lungo tutto il corso dei secoli il tema della servitù  è stato sempre impostato in due modi: la servitù  come condizione oggettiva, la servitù  come servitù volontaria, come adeguamento, come accettazione di un peso che ci viene offerto, ma che richiede che ciascuno di noi se lo metta sulle spalle. Il tema su come bisogna fare per sottomettersi alla verità, ai poteri, alla volontà di qualcun altro, alla forza dell’amore, è molto sfumato nell’età contemporanea, complicato, perché ha impattato con tutta la scienza della politica, con tutta la teoria della politica.

 Vorrei partire, in maniera molto semplice da questo, che rimanda a ciò che abbiamo vissuto durante il lockdown: la pandemia mostra che la politica è sempre di più decisione, cioè è governo, non è rappresentanza o altro. La politica quest’anno, in tutto il mondo, rimanda alla rapidità, all’abilità,  di prendere  decisioni, e poi di comunicarle. Questo argomento è molto delicato perché aggrava la crisi generale, antica, delle democrazia. La democrazia viene vista in molte parti del mondo come una malattia della decisione, come qualche cosa che impedisce di prendere  decisioni rapide ed efficaci. La democrazia come freno  dell’agire. Si considerino le esperienze degli Stati Uniti d’America, della Cina, delle Turchia, dell’India. Ma il tema del freno all’agire rappresentato dalle forme democratiche che noi pratichiamo e conosciamo si vede emergere un po’ anche nei paesi europei, anche dove c’è stata la storia più complessa, nella culla della democrazia rappresentativa. Quindi la pandemia è come una gara, sulla scena mondiale, tra chi è più bravo a prendere decisioni per salvare l’economia, prima di tutto le vite. E naturalmente anche le leadership dei paesi democratici si misurano sempre di più non sulla capacità di progettare, che è cosa da tempi normali, ma sulla capacità di decidere in presa diretta. Questo ha rilevanza politica, etica, ma anche per la vita quotidiana.

 Qual è il nodo del problema?

 Il nodo del problema è che quanto più c’è la volontà di decidere, tanto più mancano gli strumenti per poter fare delle decisioni qualcosa di sostanzialmente positivo. La decisione, se non è supportata da una istruttoria profonda, diventa sostanzialmente una fuga, la decisione diventa la manifestazione di impotenza. Si decide, ma non si sa bene come decidere. E’ ciò che abbiamo vissuto: il conflitto, o l’apparente conflitto, tra la scienza e la politica. Tra il Presidente del Consiglio e il Governo, da una parte, e i comitati tecnici, gli scienziati, dall’altra. Dentro questo grande marasma mediatico c’erano comunque dei ruoli ben precisi: è stato un grande spettacolo. La scienza dovrebbe però rappresentare la parte istruttoria sulla base della quale il decisore politico opera. Ma, da un lato, la scienza è senz’altro politica, lo sappiamo: le tecnologie, le ricerche, sono, in età moderna e contemporanea, il risultato di grandissimi investimenti, pubblici e privati. Il sapere è diventato uno degli elementi principali della competizione politica, basta vedere gli enormi investimenti che si fanno per la ricerca di un vaccino, o per le terapie. La scienza medica in questo momento sta diventando l’esempio supremo di quello che è stata la pretesa moderna di fare della scienza il volante  della storia. Ma la domanda è se la politica sia una scienza. Cioè se la politica è l’ultimo passo, il sigillo della decisione, da aggiungere a quello che la scienza ha mostrato. E’ qui appunto il nodo di quel problema che ho richiamato prima.

2. La politica è una scienza, nella misura in cui noi dobbiamo  studiarla con gli strumenti di analisi empirica, di confronto ecc., ma, per come è vissuta, non è una scienza: è sostanzialmente sempre un’utopia, è un universale concreto, diremmo oggi, qualcosa di cui tutti sentiamo l’esigenza, quello di governarsi, di convivere secondo delle regole, di esprimere degli ideali, delle idee, ma che risulta difficile perché è venuta meno la parte specifica, sua, di istruttoria politica, che era rappresentata dai partiti, dai luoghi di decisione, dalle associazioni, dalle democrazia rappresentativa e via dicendo.

  Un inciso: si voterà per la diminuzione di un terzo degli eletti nelle due Camere italiane. Senza entrare nella discussione, però è evidente che uno degli argomenti che accomuna sia il “no” che il “sì” è che si potrà decidere meglio perché saranno meno. Nessuno dice che più persone sono chiamate a riflettere e poi a prendere una decisione, più l’istruttoria è condivisa, perché questo cozza contro l’ansia di governo dei processi che sta emergendo prepotentemente.

  Fatto questo quadro, ritorniamo alla sottomissione. La sottomissione volontaria è un grande atto di libertà. Sottomettersi liberamente significa riconoscere la propria impotenza.  L’atto di sottomissione, il gesto della sottomissione, voi sapete, è presente in tutta la storia dell’arte, nelle liturgie, nelle consacrazioni, nell’inginocchiarsi, nel distendersi sulla terra, nel chinare il capo: sono tutte simbologie di qualcosa che dentro ciascuno di noi avviene in altro modo, avviene piano piano, avviene guardandosi dentro, avviene per un’urgenza forte di adesione a qualcosa che noi riteniamo essere invincibile. Ci si sottomette anche al desiderio di amore. Ci si sottomette anche a qualcosa che può non avere una enorme importanza, ma per che per noi è invincibile. Sapete che la scienza psicologica, psicanalitica, ma anche la filosofia, hanno dato un nome a questa attrazione verso qualcosa rispetto alla quale bisogna sottomettersi. A volte è l’inconscio, o il desiderio, qualche cosa che emerge dal profondo di noi. E questo ci fa capire che la dinamica psicologica, psicofisica, di ciascuno di noi si riproduce apparentemente in maniera molto grossolana anche nella rappresentazione della vita. E forse oggi, in tempo di pandemia, la politica del mondo è forse il più grande spettacolo a livello globale. Lo spettacolo pandemico non si sarebbe potuto immaginarlo più potente, non c’è serie televisiva più drammatica e più potente di quello, perché è il teatro della vita a livello mondiale.

  Veniamo alla fedeltà cristiana. Non era mai successo che un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri decidesse di chiudere le chiese. La polemica è stata più sul modo  con cui il Governo ha imposto la chiusura. Ma qui c’è una finzione di fondo, perché se è solo il modo, il Presidente del Consiglio avrebbe potuto dire che la Chiesa è sovrana, come molti vescovi pensano, esiste in Italia un Concordato, in cui è come se fossero due stati che si parlano, e quindi bisognerebbe bussare e attivare un processo tipico delle relazioni tra stati, un processo diplomatico. Le relazioni internazionali non possono esistere se non potenziando il processo diplomatico.

 Però questa diplomazia l’urgenza non l’ha permessa.

  Ma non è qui il problema. Il problema è un altro ed è quello sul quale vorrei richiamare la vostra attenzione.

  E’ che è mancata, da parte della politica del nostro Paese una domanda esplicita  di sottomissione dei cristiani. Non è stato chiesto, come un gesto di generosità, ai cittadini credenti di rafforzare la loro adesione al rispetto delle norme di tutela e di salvaguardia, di isolamento, nei confronti dei giovani, dei vecchi e via dicendo. E’ mancato qualcosa rispetto alla quale si sarebbe potuto dire: doppia sottomissione, come cittadini e come credenti,  benvenuta sottomissione volontaria, e allora il sacrificio della Messa, dei sacramenti, dei funerali,  della compartecipazione alla liturgia, sarebbe stato un dono alla comunità. In realtà lo è stato. Perché, in quanto cittadini credenti non abbiamo fatto valere la sovranità del nostro essere cittadini della Chiesa, ed è stata una cosa straordinaria, che ha funzionato in gran parte del mondo. Non ha funzionato del tutto all’interno della Conferenza Episcopale, c’è stato uno scontro molto forte, ci sono state tracce di un conflitto. C’è chi ha accusato di cedimento al Governo, addirittura a un partito del Governo o a un Presidente del Consiglio. C’è chi ha detto che si è trattato invece di un gesto di grande apertura e di rispetto. In sostanza: dobbiamo essere fieri del fatto che ci è venuto naturale di poterci sottomettere, in quanto cittadini, e anche per il nostro interesse, per il rispetto delle norme, ma anche in quanto credenti. E’ una privazione  - sottomissione  di cui dobbiamo andare fieri.

  Vorrei concludere con due considerazioni.

   Come è stato possibile che i cristiani cattolici italiani abbiano potuto vivere sostanzialmente con grande serenità questa assenza, questa rinuncia? La mia tesi è questo è il momento in cui si vede venire alla luce il faticoso cammino, l’aratura profonda a partire dal Concilio Vaticano 2° fino ad oggi, cinquanta, sessant’anni di grande lavoro, discussione, di crisi, di secolarizzazione, di resistenza ai modelli imperiali, sovranisti,  o ateisti più banali. Il travaglio dei cattolici italiani ha consentito con naturalezza di fare della doppia fedeltà [allo Stato e alla Chiesa. Nota mia] un gesto di cui andare fieri. E qualcosa che ha dato una grande pace interiore.

 C’è chi ha detto che bisognava surrogare  con altre cose, il Rosario in casa, la preghiera. Il Papa ha dato una testimonianza non di surroga: ha mostrato come viveva lui, da solo,  anche lui solo, la pandemia. La Chiesa ha cercato di comunicare e di essere vicina, attraverso i media, però quello che è stato molto importante è di mostrare che il confine tra credenti e non credenti non è un muro, non è un confine tra potenze, non è un confine da gesti: è il fluire interiore di quella che oggi è la condizione dei cristiani, soprattutto nel nostro mondo occidentale.

 L’ultimo pensiero è sul virus. C’è chi ha detto che la Chiesa si è trovata così impreparata, così spiazzata dalla politica  e dall’urgenza, che ha perso la sua capacità di lettura della realtà. Non sono d’accordo su questa tesi. Ci possono anche essere stati errori. Ma ad esempio la Conferenza Episcopale italiana ha distribuito alla Diocesi centocinquanta milioni di Euro di proventi dell’otto per mille, il meccanismo concordatario di finanziamento pubblico della Chiesa italiana per il sostentamento del clero e per altre opere, le missioni e via dicendo, finalizzando questo trasferimento di fondi a tutta una serie di azioni, quindi ha innestato in questa assenza di liturgia un grande gesto di carità. E l’ha sostanziato attraverso l’utilizzo di risorse che altrimenti sarebbero rimaste nel bilancio normale della Conferenza Episcopale. Questi fondi sono stati gestiti bene, a volte meno bene, il bilancio si dovrà farlo. Ma è importante che nessun cristiano vero si è sentito in dovere, a parte le proteste formali per le questioni che ho sollevato, di dire che questa assenza di liturgia ha diminuito la propria fede. Questo è un punto molto delicato. La domenica, l’Eucaristia, sono cose fondamentali, ma l’assenza dell’Eucaristia, se vissuta come sacrificio, potenzia, virtualmente potremmo dire, spiritualmente, la presenza di Dio in noi.  E’ questo che va fatto valere, non che debba diventare un costume, o che questo sia l’ultimo colpo alla scristianizzazione o per il crollo della pratica religiosa, ma l’aver vissuto questa esperienza storica, unica a memoria d’uomo, ci deve far comprendere che la frequente Comunione non è semplicemente un traguardo, o un esercizio, un’abitudine virtuosa. La frequente Comunione può anche essere trasformata in una consapevole Comunione, in gesti di maggior pregnanza, laddove c’è quella istruttoria, quella preparazione, quell’atto di sottomissione, per cui tutta la Messa, tutta la celebrazione, tutta la preghiera confluiscono poi, a seconda delle religioni, in un gesto che ha valore simbolico, valore sostanziale. Per i cristiani questo dovrebbe essere molto importante.