lunedì 11 maggio 2020

Non tutti si potrà


Non tutti si potrà

  Dal 18 maggio prossimo, un lunedì,  si potrà partecipare nuovamente alle messe in parrocchia.  Si dovranno adottare delle precauzioni igieniche, perché siamo ancora nel pieno di una pandemia causata da un virus molto contagioso che si trasmette per via aerea. Dovremo distanziarci, indossare delle protezioni davanti alla bocca e al naso per ridurre il rischio di infettare gli altri con nostre secrezioni, emesse anche solo parlando o cantando, dovremo ricevere la Comunione nelle mani evitando di toccare quelle del sacerdote, non ci sarà il coro.
  Dal lunedì al sabato mattina, nelle messe feriali quindi, non ci saranno problemi. Il sabato pomeriggio e la domenica, sì. Con quelle precauzioni di distanziazione, nella chiesa parrocchiale potrà entrare  circa un terzo di coloro che abitualmente frequentano le messe festive e prefestive. Non potremo entrare tutti. Non ci si potrà accalcare sul sagrato. Ci sarà chi aiuterà a regolare l’accesso, ma tutto dipenderà dell’autodisciplina.  Se quest’ultima mancherà, non resterà che sospendere le celebrazioni festive e prefestive, perché, come concordato tra le autorità civili e quelle religiose, possono farsi solo con il rispetto di quelle precauzioni. Il rischio di contagio infatti, al contrario di quanto alcuni sembrano ritenere, è ancora serio.
  In parrocchia stanno pensando come fare a regolare l’accesso nella chiesa parrocchiale per le messe festive e prefestive. “Ci inventeremo qualcosa”, ha detto il parroco domenica scorsa. Ma, comunque, qualcuno non potrà partecipare: gli spazi sono quelli che sono. Ora l’aver eliminato circa cinquanta posti a sedere per costruire un grande altare in posizione centrale aggrava il problema.  Fare dei turni? Richiedere delle prenotazioni? E se una persona si intrufola dentro ansiosa di rispettare il precetto festivo, disattendendo le regole? E, se non si riesce ad entrare, si fa peccato? Se non si riesce ad entrare, si rimane tagliati fuori dallo Spirito e si boccheggia (spiritualmente), come chi rimane privo di ossigeno? Sarebbe la morte  spirituale? Perché, se l’alternativa è vita o morte, è chiaro che si è spinti a tentare il tutto per tutto. Si provi poi a far uscire chi si  è piazzato dentro e si aggrappa, orante pervicace, al consueto banco della chiesa parrocchiale.
  La questione pratica ne richiama altre, molto più complesse.
  Secondo una certa visione, se c’è un milione di fedeli laici, senza nemmeno un prete, allora lì non ci sarebbe la Chiesa; se c’è un prete da solo, su un’isola deserta come il  Robinson Crusoe del romanzo di Daniel Defoe, lì c’è la  Chiesa. Questa concezione, ad un certo punto, non è stata più ritenuta soddisfacente, almeno nelle sue estreme conseguenze, per cui, all’inizio della Costituzione Luce per le genti,  deliberata dal Concilio Vaticano 2°, troviamo questa frase: «[…] la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano.». E, un po’  più in là:
«[…] la Chiesa universale si presenta come ‘un popolo che deriva la sua unità dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo’» e, proseguendo:«[…] i credenti in Cristo, essendo stati rigenerati non di seme corruttibile, ma di uno incorruttibile, che è la parola del Dio vivo (cfr. 1 Pt 1,23), non dalla carne ma dall'acqua e dallo Spirito Santo (cfr. Gv 3,5-6), costituiscono « una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo tratto in salvo... Quello che un tempo non era neppure popolo, ora invece è popolo di Dio » (1 Pt 2,9-10).
  Questo popolo messianico ha per capo Cristo « dato a morte per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione » (Rm 4,25), e che ora, dopo essersi acquistato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, regna glorioso in cielo. Ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr. Gv 13,34). E finalmente, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento, quando comparirà Cristo, vita nostra (cfr. Col 3,4) e « anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio » (Rm 8,21). Perciò il popolo messianico, pur non comprendendo effettivamente l'universalità degli uomini e apparendo talora come un piccolo gregge, costituisce tuttavia per tutta l'umanità il germe più forte di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo per una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui assunto ad essere strumento della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cfr. Mt 5,13-16), è inviato a tutto il mondo.».
 Questa idea della Chiesa come popolo  ci consola un po’ quando ci accade di non avere vicino a noi abbastanza preti o, come ora, di non poter partecipare tutti ai riti da loro celebrati. Perché, come parti di quel popolo a cui sopra ci si riferisce, in qualche modo rimaniamo sacramento anche al di là del rito. Gli effetti sacramentali si estendono anche a chi è rimasto escluso dal rito perché non c’è abbastanza posto: si rimane popolo fedele.  Non ci sono i salvati, quelli che sono riusciti ad entrare, e i perduti, quelli rimasti fuori. Ma la vita di fede di tutto il popolo sorregge anche coloro che sono riusciti ad entrare, e rimangono pur sempre bisognosi di misericordia.
 Adesso quella conclusione non ci scandalizza, credo,  ma non andava così fino a qualche decennio fa. Su quelle questioni si sono fatte stragi tra i cristiani.
  Chi, come i più anziani tra noi, è stato educato regnante il papa Pio 12°, morto nel 1958, ha ricevuto inculcata, come si dice tra  i chierici con parola piuttosto urtante, un’idea diversa, secondo la quale, in definitiva, senza il rito non ci si salva e il sacramento è strettamente connesso con il rito, e anzi si identifica con esso: non c’è sacramento senza rito formale.
  Le teologie degli ultimi cinquant’anni hanno invece molto lavorato sulle implicazioni dell’idea di popolo radunato dalla fede come sacramento. E, in particolare, sull’idea di Chiesa domestica, che trae spunto da un altro brano della Costituzione Luce per le genti:
 «[…] i coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio, col quale significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa (cfr. Ef 5,32), si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale; accettando ed educando la prole essi hanno così, nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio [21]. Da questa missione, infatti, procede la famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo diventano col battesimo figli di Dio e perpetuano attraverso i secoli il suo popolo. In questa che si potrebbe chiamare Chiesa domestica, i genitori devono essere per i loro figli i primi maestri della fede e secondare la vocazione propria di ognuno, quella sacra in modo speciale.
 Urtò molti quell’espressione di Chiesa domestica, perché Chiesa  senza preti. Ora per noi, che non vogliamo fare a meno dei nostri preti, ma che di questi tempi dobbiamo cercare una consolazione al fatto di non poter tutti  partecipare ai loro riti sacramentali, in quest’epoca di pandemia, possiamo meditare attentamente su quest’esigenza di potere e quindi di dover essere sempre e dovunque  popolo – sacramento  e, nelle nostre famiglie, Chiesa domestica. Perché, se riusciamo a convincerci di questo, allora ne deriva che lo Spirito vivificante scorre pur sempre in noi, anche se siamo costretti a rimanere lontani dai riti. Siamo pur sempre fatti per le cose grandi  della fede, chiamati per esse,  come ci ha insegnato ieri, nell’omelia, il parroco. La nostra vita quotidiana, vissuta secondo la nostra fede, è appunto tra quelle cose grandi. Non è che, mancando il rito formale, essa divenga senza senso, se è piena di sollecitudine misericordiosa e solidale anche oltre i propri consanguinei, la propria tribù (il concetto sociale tribale è stato rievocato dalle disposizioni per la fase 2 della reazione alla pandemia, quando sono state raccomandate relazioni da vicino solo con parenti, comprendendovi anche quelli per così dire  in elezione, quindi relazioni sociali propriamente tribali).
  Probabilmente, ad un certo punto, la malattia verrà vinta, come è accaduto per tante altre terribili malattie pandemiche.  Allora forse, troveremo che l’aver imparato a sapere essere Chiesa con la vita oltre che con il rito, ed anche oltre le nostre tribù,  ci sarà utile, ad esempio per temperare le tante asprezze che nel passato ci hanno portato a dividerci, ad odiarci, a combatterci anche.  Per essere invece germe più forte di unità, di speranza e di salvezza.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli