Non tutti si potrà
Dal 18 maggio prossimo, un lunedì, si potrà partecipare nuovamente alle messe in
parrocchia. Si dovranno adottare delle
precauzioni igieniche, perché siamo ancora nel pieno di una pandemia causata da
un virus molto contagioso che si trasmette per via aerea. Dovremo distanziarci,
indossare delle protezioni davanti alla bocca e al naso per ridurre il rischio
di infettare gli altri con nostre secrezioni, emesse anche solo parlando o
cantando, dovremo ricevere la Comunione nelle mani evitando di toccare quelle
del sacerdote, non ci sarà il coro.
Dal lunedì al sabato mattina, nelle messe feriali quindi, non ci saranno
problemi. Il sabato pomeriggio e la domenica, sì. Con quelle precauzioni di
distanziazione, nella chiesa parrocchiale potrà entrare circa un terzo di coloro che abitualmente frequentano
le messe festive e prefestive. Non potremo entrare tutti. Non ci si potrà accalcare
sul sagrato. Ci sarà chi aiuterà a regolare l’accesso, ma tutto dipenderà dell’autodisciplina.
Se quest’ultima mancherà, non resterà
che sospendere le celebrazioni festive e prefestive, perché, come concordato tra
le autorità civili e quelle religiose, possono farsi solo con il rispetto di
quelle precauzioni. Il rischio di contagio infatti, al contrario di quanto
alcuni sembrano ritenere, è ancora serio.
In parrocchia stanno pensando come fare a regolare l’accesso nella
chiesa parrocchiale per le messe festive e prefestive. “Ci inventeremo qualcosa”,
ha detto il parroco domenica scorsa. Ma, comunque, qualcuno non potrà
partecipare: gli spazi sono quelli che sono. Ora l’aver eliminato circa
cinquanta posti a sedere per costruire un grande altare in posizione centrale aggrava
il problema. Fare dei turni? Richiedere delle
prenotazioni? E se una persona si intrufola dentro ansiosa di rispettare il
precetto festivo, disattendendo le regole? E, se non si riesce ad entrare, si
fa peccato? Se non si riesce ad entrare, si rimane tagliati fuori dallo Spirito
e si boccheggia (spiritualmente), come chi rimane privo di ossigeno? Sarebbe la
morte spirituale? Perché, se l’alternativa
è vita o morte, è chiaro che si è spinti a tentare il tutto per tutto. Si
provi poi a far uscire chi si è piazzato
dentro e si aggrappa, orante pervicace, al consueto banco della chiesa
parrocchiale.
La questione pratica ne richiama altre, molto più complesse.
Secondo una certa visione, se c’è un milione di fedeli laici, senza
nemmeno un prete, allora lì non ci sarebbe la Chiesa; se c’è un prete da
solo, su un’isola deserta come il
Robinson Crusoe del romanzo di Daniel Defoe, lì c’è la Chiesa. Questa concezione, ad un certo punto,
non è stata più ritenuta soddisfacente, almeno nelle sue estreme conseguenze,
per cui, all’inizio della Costituzione Luce per le genti, deliberata dal Concilio Vaticano 2°, troviamo
questa frase: «[…] la Chiesa è,
in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento
dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano.». E, un po’ più
in là:
«[…] la Chiesa universale si presenta come ‘un popolo che
deriva la sua unità dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo’» e, proseguendo:«[…] i credenti in Cristo, essendo stati rigenerati non di seme corruttibile,
ma di uno incorruttibile, che è la parola del Dio vivo (cfr. 1 Pt 1,23), non
dalla carne ma dall'acqua e dallo Spirito Santo (cfr. Gv 3,5-6), costituiscono
« una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo tratto
in salvo... Quello che un tempo non era neppure popolo, ora invece è popolo di
Dio » (1 Pt 2,9-10).
Questo popolo messianico ha per
capo Cristo « dato a morte per i nostri peccati e risuscitato per la nostra
giustificazione » (Rm 4,25), e che ora, dopo essersi acquistato un nome che è
al di sopra di ogni altro nome, regna glorioso in cielo. Ha per condizione la
dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo
come in un tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso
Cristo ci ha amati (cfr. Gv 13,34). E finalmente, ha per fine il regno di Dio,
incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente
dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento, quando
comparirà Cristo, vita nostra (cfr. Col 3,4) e « anche le stesse creature
saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gloriosa
libertà dei figli di Dio » (Rm 8,21). Perciò il popolo messianico, pur non
comprendendo effettivamente l'universalità degli uomini e apparendo talora come
un piccolo gregge, costituisce tuttavia per tutta l'umanità
il germe più forte di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da
Cristo per una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui assunto
ad essere strumento della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale
della terra (cfr. Mt 5,13-16), è inviato a tutto il mondo.».
Questa idea della Chiesa come popolo ci consola un po’ quando ci accade di non
avere vicino a noi abbastanza preti o, come ora, di non poter partecipare tutti
ai riti da loro celebrati. Perché, come parti di quel popolo a cui sopra ci si
riferisce, in qualche modo rimaniamo sacramento anche al di là del rito.
Gli effetti sacramentali si estendono anche a chi è rimasto escluso dal rito
perché non c’è abbastanza posto: si rimane popolo fedele. Non ci sono i salvati, quelli che sono
riusciti ad entrare, e i perduti, quelli rimasti fuori. Ma la vita di
fede di tutto il popolo sorregge anche coloro che sono riusciti ad entrare, e
rimangono pur sempre bisognosi di misericordia.
Adesso quella conclusione non ci scandalizza, credo,
ma non andava così fino a qualche
decennio fa. Su quelle questioni si sono fatte stragi tra i cristiani.
Chi,
come i più anziani tra noi, è stato educato regnante il papa Pio 12°, morto nel
1958, ha ricevuto inculcata, come si dice tra i chierici con parola piuttosto urtante, un’idea
diversa, secondo la quale, in definitiva, senza il rito non ci si salva e il sacramento è strettamente connesso con il rito, e anzi si identifica con
esso: non c’è sacramento senza rito formale.
Le teologie degli ultimi cinquant’anni hanno
invece molto lavorato sulle implicazioni dell’idea di popolo radunato dalla
fede come sacramento. E, in particolare, sull’idea di Chiesa domestica, che
trae spunto da un altro brano della Costituzione Luce per le genti:
«[…] i
coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio, col quale
significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre
tra Cristo e la Chiesa (cfr. Ef 5,32), si aiutano a vicenda per raggiungere la
santità nella vita coniugale; accettando ed educando la prole essi hanno così,
nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al
popolo di Dio [21]. Da questa missione, infatti, procede la famiglia, nella
quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia
dello Spirito Santo diventano col battesimo figli di Dio e perpetuano
attraverso i secoli il suo popolo. In questa che si potrebbe chiamare Chiesa
domestica, i genitori devono essere per i loro figli i primi maestri della
fede e secondare la vocazione propria di ognuno, quella sacra in modo speciale.
Urtò molti quell’espressione di Chiesa
domestica, perché Chiesa senza preti. Ora per noi, che non vogliamo
fare a meno dei nostri preti, ma che di questi tempi dobbiamo cercare una
consolazione al fatto di non poter tutti partecipare ai loro riti sacramentali, in
quest’epoca di pandemia, possiamo meditare attentamente su quest’esigenza di potere
e quindi di dover essere sempre e dovunque
popolo – sacramento e, nelle
nostre famiglie, Chiesa domestica. Perché, se riusciamo a convincerci di
questo, allora ne deriva che lo Spirito vivificante scorre pur sempre in
noi, anche se siamo costretti a rimanere lontani dai riti. Siamo pur sempre
fatti per le cose grandi della
fede, chiamati per esse, come ci ha
insegnato ieri, nell’omelia, il parroco. La nostra vita quotidiana, vissuta
secondo la nostra fede, è appunto tra quelle cose grandi. Non è che,
mancando il rito formale, essa divenga senza senso, se è piena di sollecitudine
misericordiosa e solidale anche oltre i propri consanguinei, la propria tribù
(il concetto sociale tribale è stato rievocato dalle disposizioni per la fase 2
della reazione alla pandemia, quando sono state raccomandate relazioni da vicino
solo con parenti, comprendendovi anche quelli per così dire in elezione, quindi relazioni sociali propriamente tribali).
Probabilmente, ad un certo punto, la malattia verrà vinta, come è
accaduto per tante altre terribili malattie pandemiche. Allora forse, troveremo che l’aver imparato a
sapere essere Chiesa con la vita oltre che con il rito, ed anche oltre le nostre tribù, ci sarà utile, ad
esempio per temperare le tante asprezze che nel passato ci hanno portato a
dividerci, ad odiarci, a combatterci anche.
Per essere invece germe più forte di unità,
di speranza e di salvezza.
Mario Ardigò – Azione
Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli