Settimana Santa in famiglia per Covid-19
Con l’espressione “Settimana
Santa” si indica una serie di liturgie in preparazione della celebrazione della
Pasqua cristiana, che avviene di domenica, precisamente quella che segue la prima luna piena successiva all'equinozio di
primavera. Esse, tra i cattolici, vanno
dalla domenica che precede quella di Pasqua, detta “delle Palme”, alla Veglia
pasquale che si celebra con inizio nel Sabato Santo, il giorno che precede la
domenica di Pasqua.
Queste liturgie sono molto importanti nelle concezioni teologiche dei
cristiani, perché celebrano la
convinzione che la morte sia vinta e dunque un senso nuovo per la vita.
Esse, come ha ricordato ieri Alberto Melloni su La Repubblica, sono innanzi
tutto azioni di popolo, questo appunto significa l’etimologia greca della
parola “liturgia”, ma, nella religione
cattolica e in altre confessioni cristiane, vi hanno indubbiamente un ruolo
importante coloro che hanno ricevuto uno specifico mandato per la predicazione
e, dove se ne è mantenuta l’istituzione, per la celebrazione sacramentale. Come
azioni di popolo richiedono che la
gente converga per parteciparvi. Non sono semplici spettacoli a cui si assista,
per cui, in definitiva, lo si possa fare di persona o per via telematica, in
diretta o in differita. Questo crea grossi problemi di questi tempi, in cui,
per ragioni sanitarie, si è disposto il divieto di simili celebrazioni con
afflusso di altre persone oltre ai celebranti e ai loro assistenti.
Da più parti si sono poste
obiezioni, in ambito cattolico, in particolare innanzi tutto dagli studiosi di
diritto canonico ed ecclesiastico. Ci sono infatti dei limiti costituzionali a
ciò che la Repubblica può disporre in materia religiosa.
Altre obiezioni sono venute da coloro che sono legati a una concezione
della Chiesa secondo la quale tutte le liturgie sono monopolio di una classe di
sacerdoti ordinati, con tutti gli altri relegati in una posizione per così dire
accessoria, per cui possono esserci o
non esserci, e vedono quindi con
sospetto quelle eventualmente celebrate da laici in contesti di famiglia, e
questo anche se nella teologia cattolica si è da qualche decennio molto
affermata, sulla base di antiche tradizioni, l’idea della famiglia come Chiesa domestica. Tra chi pone questo
problema ci sono anche esponenti del
clero e dei religiosi, che vivono le misure di prevenzione che limitano le
liturgie religiose come una coartazione illegittima del loro potere sul popolo
dei fedeli e temono il conseguente disordine nella Chiesa, e, in particolare, che, una volta che i laici abbiano imparato a
fare da sé, poi mantengano la pretesa di continuare anche finita l’emergenza
sanitaria.
Da questi ambienti viene ciclicamente lanciata a chi dissente dalle loro
posizioni l’accusa di protestantizzazione,
che significa voler imitare le consuetudini liturgiche dei protestanti, tra i
quali, in genere, c’è sicuramente maggiore capacità del popolo dei fedeli di fare da sé, innanzi tutto per una maggiore
consuetudine con la riflessione biblica e poi per la loro specifica tradizione.
In realtà, a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, tra i cattolici si
è molto imparato dai protestanti, e direi anche, per quello che ne so, che si è imparato gli uni dagli altri, per cui
vedo che in genere si è diventati amici, venendo da un passato molto diverso e
veramente orrendo.
Per rendere l’idea del problema,
ricordo che, alla fine degli anni ’80, si svolse, nella Diocesi di Milano, una
procedura canonica dopo che un periodico cattolico aveva rivolto a Giuseppe
Lazzati, morto da poco, l’accusa di
degenerazione protestante e un gruppo cattolico aveva denunciato il fatto al
Vescovo chiedendo giustizia contro quelle insinuazioni ritenute ingiuste e diffamatorie. Io da giovane mi ero formato anche in quel gruppo
e se qualcuno dicesse che ho imparato dai protestanti certamente non
mi sentirei affatto diffamato, anzi ne sarei lusingato. In particolare stimo
molto i protestanti italiani, dei quali so di più, e questo pur rimanendo parte
viva della Chiesa cattolica. E, infatti,
ho effettivamente imparato dai protestanti, in particolare dal pensiero di un
grande loro teologo, Karl Barth, per quanto ne sono stato capace di capire come
persona che cerca di essere colta ma che ha solo una competenza teologica di
base, di prima informazione. Aggiungo che più conosco i protestanti italiani, e
ora che lavoro a due passi dalla libreria Claudiana di Roma avevo iniziato ad
approfondire questa conoscenza (ora è chiusa come le altre librerie), più li
stimo. E, insomma, anche nei discorsi
sulla questione del divieto delle liturgie pubbliche nella Settimana Santa che
si è aperta ieri, si è sentita quell’accusa di protestantizzazione di cui dicevo.
Per finire si è aggiunta la polemica politica di un esponente dell’opposizione
contro il Governo, mediante la quale in qualche modo appare che si sia cercato di dare
più voce e copertura a chi, tra i cattolici italiani, vorrebbe la rimozione o l’attenuazione
del divieto di liturgie pubbliche. Si tratta, vorrei ricordare, anche di una polemica contro i vescovi italiani,
che hanno aderito pienamente all’impostazione governativa, vietando liturgie
con afflusso di popolo, riconoscendo assolutamente giustificate le misure di
prevenzione sanitaria disposte dall’autorità civile. Quindi la polemica da
parte di quegli ambienti cattolici di cui dicevo, condotta talvolta con toni particolarmente aspri, ha anche un
aspetto intra-ecclesiale e si rivolge pure contro il Papa in carica, vescovo di
Roma.
Le chiese parrocchiali cattoliche comunque, e solo quelle, rimangono
aperte e vi si può andare a pregare individualmente, nel rispetto del
distanziamento prescritto dalle disposizioni governative. Va ricordato che una
pratica molto importante tra i cattolici è quella dell’adorazione religiosa fatta in chiesa, in forma individuale e
collettiva: questo comporta che le chiese cattoliche, in particolare quelle
parrocchiali, sono solitamente aperte per gran parte del giorno, naturalmente
dove vi sia gente sufficiente per svolgervi il servizio di aprire, presenziare
e chiudere, svolto da preti, religiosi o laici, perché anche l’adorazione fatta
in quel modo rimane una liturgia,
quindi un’azione di popolo, sebbene
non avvenga nel corso di una specifica celebrazione, come quella che qualche
giorno fa ha concluso la spettacolare preghiera straordinaria del Papa in
occasione dell’epidemia, svolta sul sagrato della basilica di San Pietro, nel
deserto di popolo. L’adorazione, in definitiva, non è come quando si va in
certe lavanderie automatiche, in cui non ci sono addetti, ma solo le macchine,
e uno va, fa quello che vuole fare e se ne va, in un’azione self service. Per come mi è stato
insegnato fin da piccolo, quando si prega lo si fa sempre in unità di preghiera, e quindi anche nel chiuso della propria
stanza o in una chiesa deserta si è popolo.
Di questi tempi, si cerca di supplire all'impossibilità di celebrazioni liturgiche
cattoliche in chiesa con partecipazione
fisica del popolo con quelle trasmesse via network. Il popolo assiste da casa e
i preti celebrano nelle chiese deserte. A volte vi è la presenza di altre
persone, laiche e non, che svolgono un
qualche altro ministero, come quello dell’accolito, del ministrante o del lettore, ma di nessun altro. E’ la stessa cosa? Non è la stessa cosa. Lo ha
ricordato l’arcivescovo di Milano qualche giorno fa nel suo Messaggio di speranza per questa Pasqua 2020:
«Quando
le celebrazioni sono state impedite, quando sono state sostituite da
trasmissioni televisive, quando ogni prete ha dovuto inventarsi un qualche modo
virtuale per entrare nelle case, per far sentire un segno di prossimità e di
premura pastorale, quando catechisti e catechiste, educatori e ministri
straordinari hanno raggiunto i “loro ragazzi”, i “loro malati” tramite il
cellulare, i credenti hanno percepito che mancava la cosa più importante. Sì,
sono gradite la premura, la parola buona, la frase del Vangelo; sì, aiuta la
proposta di non perdere tempo, di rendersi utili in casa e dove si può. Sì,
tutto vero. Ma trovarsi per la celebrazione della messa, cantare, pregare,
stringere le mani amiche nel segno della pace, ricevere la comunione è
tutt’altro. Di questo sentiamo la mancanza. Quando abbiamo fame, non potremo
mai sfamarci guardando una fotografia del pane. Quando siamo sospesi
sull’abisso del nulla, l’espressione intelligente “credente ma a modo mio,
credente ma non praticante” suona ridicola, un divertimento da salotto,
impropria là dove per attraversare la tempesta abbiamo bisogno di una presenza
affidabile, di un abbraccio, di una comunione reale con Gesù, per essere nella
vita di Dio. Niente di meno. Poter “andare a messa” sarebbe il segno che è
tornata la normalità non solo nella libertà di movimento, ma nella convinzione
che non si tratta di buone abitudini, ma di una questione di vita e di morte.
Il pane della vita non è infatti una bella frase, ma la rivelazione che senza
Gesù non possiamo fare niente: le buone idee, la buona educazione, i buoni
propositi sono tutte cose importanti. Ma abbiamo bisogno di una parola che
illumini il nostro passo, di un credere che sia vivere della relazione decisiva
con Dio, di uno spezzare il pane della vita per non morire in eterno. Abbiamo
bisogno di diventare un solo corpo e un solo spirito spezzando l’unico pane. Se
in questo tempo abbiamo provato l’emozione di pregare insieme in casa, abbiamo
imparato che è possibile, che unisce, che non esaurisce il desiderio di
incontrare il Signore e anzi fa crescere il desiderio di “andare a messa”. Si
deve raccomandare che nella “chiesa domestica” si conservino sempre i riti
della preghiera e che il ritrovarsi in casa aiuti a sentirsi parte della grande
Chiesa che ci raduna da tutte le genti.»
E tuttavia, lo ha ricordato Melloni nell’articolo
che ho citato, in realtà le famiglie cattoliche, costrette nel loro limitato
ambito ma pur sempre Chiese domestiche,
non sono veramente obbligate a limitarsi alla partecipazione televisiva a
liturgie celebrate dai preti da soli, in chiese vuote, in definitiva
limitandosi ad assistere più che partecipare. Dovunque il popolo si raduni con l’intento
di fare Chiesa, di celebrare la Parola, di condividere vita e pane, lì esso è
già sacramento (nel senso inteso dai cattolici), è Chiesa (secondo la
concezione condivisa dai cristiani). E’ così che accade nei tanti luoghi dove
la presenza del prete non può che essere che estremamente saltuaria o
addirittura non vi possa proprio essere, perché, ad esempio, impedita dalla
politica del luogo. I cattolici, in particolare, hanno la convinzione teologica
che “la Chiesa è, in
Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento
dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano” [espressione che apre la Costituzione dogmatica sulla Chiesa Luce per le genti, deliberata dal
Concilio Vaticano 2° (1962-1965)]. E’ scritto infatti: «Perché, se due o tre si riuniscono per invocare il mio nome,
io sono in mezzo a loro» [Vangelo secondo Matteo 18, 20]. Quest’idea che si è Chiesa radunandosi nel nome del
Fondatore, condividendo la Parola e il pane, mi pare che sia condivisa dalle
altre Chiese cristiane, a prescindere dalle antiche questioni teologiche sulla
questione dei sacramenti. Il problema,
naturalmente, sta nella capacità delle famiglie di auto-organizzare liturgie
domestiche e, in questo campo, certamente potremmo imparare molto dagli amici
protestanti. In realtà, in genere, tra i cattolici si è ancora molto, troppo
(lo riconoscono gli stessi preti), dipendenti dal clero, per cui se non c’è
fisicamente un prete tra noi spesso non sappiamo che fare. E si è persa anche l’antica
e un tempo radicatissima consuetudine liturgica del Rosario recitato in
famiglia. Dico questo anche se in diversi gruppi cattolici, di varia
spiritualità, si è acquisita quella
capacità, vi è anche una specifica attività di formazione. Non si tratta di
fare a meno dei preti, ai quali in
genere i cattolici rimangono molto legati, ma di aggiungere ciò che di questi
tempi, per le misure sanitarie di contenimento in atto, non è possibile
ottenere nelle nostre chiese, perché non ci si può andare tutti insieme, in
molti, ciò che appunto si può conseguire
facendoci Chiesa domestica negli
ambienti in cui si è confinati.
Siamo nel mezzo di un pericolo molto grave.
Le misure di contenimento sanitario delle autorità pubbliche sono giustificate.
La malattia virale che dobbiamo fronteggiare è molto contagiosa e può causare
gravi conseguenze per la salute e anche
la morte, ma il distanziamento sociale, il confinamento sociale e la deconcentrazione
sociale dove il confinamento sia impossibile, così come le prescrizione
igieniche di non toccarsi occhi, naso e bocca con mani non accuratamente lavate
e di areare spesso gli ambienti chiusi dove si soggiorna, così come di cercare
di coprirsi naso e bocca dove non sia possibile mantenere un distanziamento
interpersonale minimo, valgono sicuramente, ce lo dicono gli esperti, a ridurre
molto il pericolo di contagio. Alcune importanti consuetudini liturgiche vanno
contro quelle prescrizioni, dove comportino ad esempio il riunirsi in tanti in
ambienti chiusi poco areati, e di scambiarsi abbracci, baci, strette di mano, o
di passare alimenti e bevande di mano in
mano o di condividere calici: ma quando è questione di vita o di
morte sarebbe insensato oltre che una cosa cattiva mantenerle. Né siamo obbligati,
anche da persone persuase della loro fede, a condividere certe convinzioni
magico sacrali dei secoli antichi. La salvezza non ci verrà per azione
prodigiosa, magico-sacrale, non illudiamoci, se non per quel grandissimo
prodigio che è l’agàpe in senso
cristiano, che si ha quando, abbandonando il servaggio alla crudele natura
dalla quale biologicamente discendiamo e che ci determina, non agiamo più come
le antiche belve nostre progenitrici secondo la carne, ma esercitando
misericordia, benevolenza e soccorso anche oltre le nostre tribù familiari o
etniche, secondo ciò che in religione ci è stato insegnato sul senso di quell'espressione che fa “Padre nostro” e che tanto ricorre nel nostro pregare da cristiani, ma a
cui spesso ci mostriamo impari.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli