lunedì 27 gennaio 2020

Sull’etica economica del cristianesimo - sintesi di un articolo di Luigino Bruni


Sull’etica economica del cristianesimo  - sintesi di un articolo di Luigino Bruni

Sintesi dell’articolo dell’economista e giornalista Luigino Bruni dal titolo “E la cruna divenne ampia - Ricchi e poveri: così il cristianesimo ha fatto sua l’etica possibile dei romani”,  pubblicato il 26 gennaio 2020 sul quotidiano Avvenire.
Sintesi di Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli

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L’etica economica nel Nuovo Testamento non è semplice. Perché non è mai stato semplice mettere  insieme la parabola dei talenti con quella dell’operaio dell’ultima ora.
 Gesù chiamava i poveri “felici”, ma lui stesso non era “tecnicamente” un povero, e non escludeva i ricchi dai suoi.
 [Dopo il rifiuto del suo invito al   giovane ricco di disfarsi di tutto ciò che aveva per darlo ai poveri per seguirlo, formulò] una delle sue frasi economiche più celebri, quella sul ricco, il cammello e la cruna dell’ago.

Gesù stava per riprendere il cammino, quando un tale gli venne incontro, si gettò in ginocchio davanti a lui e gli domandò: — *Maestro buono, che cosa devo fare per ottenere la vita eterna?  Gesù gli disse: — Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne Dio!  I comandamenti li conosci: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire il falso contro nessuno, non imbrogliare, rispetta tuo padre e tua madre. E quello rispose: — Maestro, fin da giovane ho ubbidito a tutti questi comandamenti. Gesù lo guardò con amore e gli disse: — Ti manca soltanto una cosa: va’, vendi tutto quel che possiedi, e i soldi che ricavi dalli ai poveri. Allora avrai un tesoro in cielo. Poi, vieni e seguimi!  A queste parole l’uomo si trovò a disagio e se ne andò via triste perché era molto ricco. Gesù, guardando i discepoli che stavano attorno a lui, disse: «Com’è difficile per quelli che sono ricchi entrare nel *regno di Dio!».  I discepoli si meravigliarono che Gesù dicesse queste cose, ma egli aggiunse: «Figli miei, non è facile entrare nel regno di Dio!  Se è difficile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago, è ancor più difficile che un ricco possa entrare nel regno di Dio».  I discepoli si meravigliarono più di prima e cominciarono a domandarsi l’un l’altro: — Ma allora chi potrà mai salvarsi?  Gesù li guardò e disse: — Per gli uomini è una cosa impossibile, ma per Dio no! infatti tutto è possibile a Dio. [Dal Vangelo secondo Marco 10,17-24 - versione interconfessionale ABU LDC]

 Una visione critica della ricchezza, che si ricollega alla grande tradizione profetica biblica.
  L’altro grande luogo “economico” del Nuovo Testamento è li capitolo quarto degli Atti degli Apostoli dove si descrive la  comunione dei beni dei cristiani di Gerusalemme.

La comunità dei credenti viveva unanime e concorde, e quelli che possedevano qualcosa non lo consideravano come proprio, ma mettevano insieme tutto quello che avevano. Gli *apostoli annunziavano con convinzione e con forza che il Signore Gesù era risuscitato. Dio li sosteneva con la sua grazia.  Tra i credenti nessuno mancava del necessario, perché quelli che possedevano campi o case li vendevano, e i soldi ricavati li mettevano a disposizione di tutti:  li consegnavano agli apostoli e poi venivano distribuiti a ciascuno secondo le sue necessità.  Ad esempio: un certo Giuseppe, un levita nato a Cipro che gli apostoli chiamavano Bàrnaba (cioè uno che infonde coraggio),  aveva un campo, lo vendette e portò i soldi agli apostoli. [Dagli Atti degli apostoli 4,32 - versione interconfessionale ABU LDC].

 Qui, con la comunione, troviamo la distinzione tra uso  e proprietà  dei beni, che secoli dopo diventerà centrale con il movimento francescano.
  Si deve notare una differenza [tra le due visioni della povertà. In quella del brano degli Atti degli apostoli non si entrava nella comunità cristiana da povero, dopo aver donato i propri beni ai poveri.] Nella comunità di Gerusalemme, invece, «nessuno mancava del necessario, perché quelli che possedevano campi o case li vendevano, e i soldi ricavati li mettevano a disposizione di tutti:  li consegnavano agli apostoli e poi venivano distribuiti a ciascuno secondo le sue necessità.» Qui i beni non vengono donati ai poveri, l’enfasi è posta sulla redistribuzione  interna alla comunità. Più che la povertà in sé, è la  comunione intra-comunitaria a essere posta al cuore della Chiesa, perché l’ideale era “nessun bisognoso” tra  i fedeli. Infine le lettere di Paolo. Qui uno spazio importante è centrato sul concetto di uguaglianza.

Questa colletta infatti non ha lo scopo di ridurre voi in miseria perché altri stiano bene: la si fa per raggiungere una certa uguaglianza. In questo momento voi siete nell’abbondanza e perciò potete recare aiuto a loro che sono nella necessità. In un altro momento saranno loro, nella loro abbondanza, ad aiutare voi nelle vostre difficoltà. Così ci sarà sempre uguaglianza, come dice la Bibbia: Chi aveva raccolto molto non ebbe di più; chi aveva raccolto poco non ebbe di meno. [Dalla seconda lettera ai Corinzi 8, 13-14 - versione interconfessionale ABU LDC]

  Siamo sulla stessa linea degli Atti: il centro non è la povertà ma la comunione dei beni. Quindi nel Nuovo Testamento, se si eccettua la pagina (fondamentale) delle Beatitudini, a interessare è l’atteggiamento nei confronti della ricchezza, non tanto la povertà.
 La diffusione del cristianesimo determinò naturalmente l’arrivo crecesente di persone benestanti nelle comunità.
 Con Agostino[, molto interessato all’unità del popolo cristiano] si accentuò la lettura morale delle parabole e degli episodi “economici” di Gesù, già preene nei primi Padri [della Chiesa],  e le ricchezza  d cui disfarsi diventano le passioni cattive.
  Ad Agostino interessavano soprattutto la concordia, la filantropia, le elemosine e l’amor civicus  romano [=sensibilità istituzionale per la preservazione dello stato]. E così riprese in toto  [=totalmente] l’etica economica romana classica, inclusa l’idea che i ricchi erano necessari per la gestione del potere  e del buon governo.
 Pelagio [monaco bretone vissuto tra il 4° e il 5° secolo, anche a Roma e in Africa. Riformatore religioso, propose una dottrina teologica,  secondo la quale la persona umana può con le proprie forze morali osservare i comandamenti di Dio e salvarsi; la grazia le è data soltanto per facilitare l'azione, che fu rifiutata e condannata durante il Concilio di Cartagine del 411] e  i suoi seguaci svilupparono anche, per influenza della filosofia stoica, una visione negativa radicale nei confronti della ricchezza, che attecchì particolarmente  nelle élite  romane. Conseguenza della teoria pelagiana della salvezza legate alle opere, i ricchi per salvarsi dovevano rinunciare a tutti i loro averi e quindi cercare di passare per la cruna dell’ago. E’ la rinuncia volontaria  alla ricchezza l’opera  che ci salva.
  La battaglia fu vinta da Agostino, e insieme alla teologia di Pelagio fu sconfitta la sua visione della ricchezza. E così, il posto del  motto pelagiano «Togli i ricchi e nno ci saranno neanche i poveri» fu preso da quello agostiniano: «Togli la superbia e la ricchezza non ti recherà nocumento» (in Discorsi sul Vecchio Testamento,  sermone 39,4). Il cammello quindi riuscì a passare perché fu allargata di molto la cruna dell’ago. La vittoria  di Agostino orientò decisamente la morale economica dell’Europa e quindi la storia di Occidente.
 Ciò che noi chiamiamo visione cristiana della ricchezza e della povertà fu in gran parte una eredità che il cristianesimo raccolse dal mondo romano. Sull’uso delle ricchezze il cristianesimo medievale lasciò le forme   della civiltà romana (quasi) immutate. La mancanza nei Vangeli  di una vera e propria dottrina popolare  sulla ricchezza  (quella che c’era  fu considerata troppo esigente per diventare universale) fece sì che  i teologi e i Padri [della Chiesa] adottassero letica civica romana preesistente che ben si prestava a diventare etica possibile per tutti, ricchi e poveri.
 L’etica economica cristiana  nacque da un innesto  sull’albero  romano (e greco) e sulla sua etica privata e pubblica.
  Per poter diventare possibile per tutti l’etica economica cristiana fu costretta a pagare il prezzo di diventare molto romana.
 In quegli stessi  secoli iniziava il grande movimento del monachesimo. Incominciò in quel tempo a prendere piede l’idea che la radicalità richiesta dai Vangeli e dagli Atti in tema di rinuncia alle ricchezza e di comunione dei beni potesse finalmente diventare una prassi concreta per i monaci e per i monasteri. Ai laici si propose  un’etica possibile per tutti; nei monasteri, invece, si potevano rivedere le comunità carismatiche dei primi tempi, quell’antica comunione dei poveri, quella “sola cosa” mancante.
 Non capiamo l’economia occidentale medievale, la Riforma e poi l’economia capitalistica moderna senza questo “doppio binario” seguito dall’etica economica, ce se da una parte diede vita all’immenso movimento del monachesimo e ai suoi enormi frutti di civiltà (e di economia), dall’altra ha fatto sì che l’etica economica - pubblica e privata - dell’Europa cristiana fosse  molto, troppo simile a quella precedente il cristianesimo.
  Quale Europa sarebbe nata se ad affermarsi non fosse stata l’etica romana ma quella della comunione dei beni? Come sarebbe diventata l’economia occidentale se il cammello non fosse passato per quella ampia cruna?