Sull’etica economica del cristianesimo - sintesi di un articolo di Luigino Bruni
Sintesi dell’articolo dell’economista
e giornalista Luigino Bruni dal titolo “E
la cruna divenne ampia - Ricchi e poveri: così il cristianesimo ha fatto sua l’etica
possibile dei romani”, pubblicato il
26 gennaio 2020 sul quotidiano Avvenire.
Sintesi di Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli
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L’etica economica nel Nuovo
Testamento non è semplice. Perché non è mai stato semplice mettere insieme la parabola dei talenti con quella
dell’operaio dell’ultima ora.
Gesù chiamava i poveri “felici”, ma lui stesso
non era “tecnicamente” un povero, e non escludeva i ricchi dai suoi.
[Dopo il rifiuto del suo invito al giovane
ricco di disfarsi di tutto ciò che aveva per darlo ai poveri per seguirlo,
formulò] una delle sue frasi economiche più celebri, quella sul ricco, il
cammello e la cruna dell’ago.
Gesù stava per riprendere il cammino, quando un
tale gli venne incontro, si gettò in ginocchio davanti a lui e gli domandò: —
*Maestro buono, che cosa devo fare per ottenere la vita eterna? Gesù
gli disse: — Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne Dio! I
comandamenti li conosci: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare,
non dire il falso contro nessuno, non imbrogliare, rispetta tuo padre e tua
madre. E quello rispose: — Maestro, fin da giovane ho ubbidito a tutti
questi comandamenti. Gesù lo guardò con amore e gli disse: — Ti manca soltanto una cosa: va’, vendi
tutto quel che possiedi, e i soldi che ricavi dalli ai poveri. Allora avrai un
tesoro in cielo. Poi, vieni e seguimi! A queste parole l’uomo si
trovò a disagio e se ne andò via triste perché era molto ricco. Gesù,
guardando i discepoli che stavano attorno a lui, disse: «Com’è difficile per
quelli che sono ricchi entrare nel *regno di Dio!». I discepoli si
meravigliarono che Gesù dicesse queste cose, ma egli aggiunse: «Figli miei, non
è facile entrare nel regno di Dio! Se è difficile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago, è
ancor più difficile che un ricco possa entrare nel regno di Dio». I
discepoli si meravigliarono più di prima e cominciarono a domandarsi l’un
l’altro: — Ma allora chi potrà mai salvarsi? Gesù li guardò e disse:
— Per gli uomini è una cosa impossibile, ma per Dio no! infatti tutto è
possibile a Dio. [Dal Vangelo secondo Marco 10,17-24 - versione interconfessionale
ABU LDC]
Una
visione critica della ricchezza, che si ricollega alla grande tradizione
profetica biblica.
L’altro
grande luogo “economico” del Nuovo Testamento è li capitolo quarto degli Atti
degli Apostoli dove si descrive la comunione dei beni dei cristiani di
Gerusalemme.
La comunità dei credenti viveva unanime e
concorde, e quelli che possedevano qualcosa non lo consideravano come proprio,
ma mettevano insieme tutto quello che avevano. Gli *apostoli annunziavano
con convinzione e con forza che il Signore Gesù era risuscitato. Dio li
sosteneva con la sua grazia. Tra i credenti nessuno mancava del
necessario, perché quelli che possedevano campi o case li vendevano, e i soldi
ricavati li mettevano a disposizione di tutti: li consegnavano agli
apostoli e poi venivano distribuiti a ciascuno secondo le sue
necessità. Ad esempio: un certo Giuseppe, un levita nato a Cipro che
gli apostoli chiamavano Bàrnaba (cioè uno che infonde
coraggio), aveva un campo, lo vendette e portò i soldi agli
apostoli. [Dagli Atti degli apostoli 4,32 - versione interconfessionale ABU
LDC].
Qui, con
la comunione, troviamo la distinzione tra uso
e proprietà dei beni, che
secoli dopo diventerà centrale con il movimento francescano.
Si deve
notare una differenza [tra le due visioni della povertà. In quella del brano
degli Atti degli apostoli non si entrava nella comunità cristiana da povero,
dopo aver donato i propri beni ai poveri.] Nella comunità di Gerusalemme,
invece, «nessuno mancava del necessario, perché quelli che possedevano campi o
case li vendevano, e i soldi ricavati li mettevano a disposizione di
tutti: li consegnavano agli apostoli e poi venivano distribuiti a
ciascuno secondo le sue necessità.» Qui i beni non vengono donati ai poveri, l’enfasi
è posta sulla redistribuzione interna alla comunità. Più che la povertà in
sé, è la comunione intra-comunitaria a essere posta
al cuore della Chiesa, perché l’ideale era “nessun bisognoso” tra i fedeli. Infine le lettere di Paolo. Qui uno
spazio importante è centrato sul concetto di uguaglianza.
Questa colletta infatti non ha lo scopo di
ridurre voi in miseria perché altri stiano bene: la si fa per raggiungere una
certa uguaglianza. In questo momento voi siete nell’abbondanza e perciò
potete recare aiuto a loro che sono nella necessità. In un altro momento
saranno loro, nella loro abbondanza, ad aiutare voi nelle vostre difficoltà.
Così ci sarà sempre uguaglianza, come dice la Bibbia: Chi aveva raccolto
molto non ebbe di più; chi aveva raccolto poco non ebbe di meno. [Dalla seconda
lettera ai Corinzi 8, 13-14 - versione interconfessionale ABU LDC]
Siamo
sulla stessa linea degli Atti: il
centro non è la povertà ma la comunione dei beni. Quindi nel Nuovo
Testamento, se si eccettua la pagina (fondamentale) delle Beatitudini, a
interessare è l’atteggiamento nei confronti della ricchezza, non tanto la
povertà.
La
diffusione del cristianesimo determinò naturalmente l’arrivo crecesente di
persone benestanti nelle comunità.
Con
Agostino[, molto interessato all’unità del popolo cristiano] si accentuò la
lettura morale delle parabole e degli episodi “economici” di Gesù, già preene
nei primi Padri [della Chiesa], e le
ricchezza d cui disfarsi diventano le
passioni cattive.
Ad
Agostino interessavano soprattutto la concordia, la filantropia, le elemosine e
l’amor civicus romano [=sensibilità istituzionale per la
preservazione dello stato]. E così riprese in
toto [=totalmente] l’etica economica
romana classica, inclusa l’idea che i ricchi erano necessari per la gestione del potere e del buon governo.
Pelagio [monaco bretone vissuto tra il 4° e il
5° secolo, anche a Roma e in Africa. Riformatore religioso, propose una
dottrina teologica, secondo la quale la persona umana può con le proprie forze morali osservare
i comandamenti di Dio e salvarsi; la grazia le è data soltanto per facilitare
l'azione, che fu rifiutata e condannata durante il Concilio di Cartagine
del 411] e i suoi seguaci svilupparono
anche, per influenza della filosofia stoica, una visione negativa radicale nei
confronti della ricchezza, che attecchì particolarmente nelle élite
romane. Conseguenza della teoria
pelagiana della salvezza legate alle opere, i ricchi per salvarsi dovevano
rinunciare a tutti i loro averi e quindi cercare di passare per la cruna dell’ago.
E’ la rinuncia volontaria alla ricchezza
l’opera che ci salva.
La battaglia fu vinta da
Agostino, e insieme alla teologia di Pelagio fu sconfitta la sua visione della
ricchezza. E così, il posto del motto
pelagiano «Togli i ricchi e nno ci saranno neanche i poveri» fu preso da quello
agostiniano: «Togli la superbia e la ricchezza non ti recherà nocumento» (in Discorsi sul Vecchio Testamento, sermone 39,4). Il cammello quindi riuscì a
passare perché fu allargata di molto la cruna dell’ago. La vittoria di Agostino orientò decisamente la morale
economica dell’Europa e quindi la storia di Occidente.
Ciò che noi chiamiamo visione
cristiana della ricchezza e della povertà fu in gran parte una eredità che il
cristianesimo raccolse dal mondo romano. Sull’uso delle ricchezze il
cristianesimo medievale lasciò le forme
della civiltà romana (quasi) immutate. La mancanza nei Vangeli di una vera e propria dottrina popolare sulla ricchezza (quella che c’era fu considerata troppo esigente per diventare
universale) fece sì che i teologi e i
Padri [della Chiesa] adottassero letica civica romana preesistente che ben si
prestava a diventare etica possibile per tutti, ricchi e poveri.
L’etica economica
cristiana nacque da un innesto sull’albero
romano (e greco) e sulla sua etica privata e pubblica.
Per poter diventare possibile
per tutti l’etica economica cristiana fu costretta a pagare il prezzo di
diventare molto romana.
In quegli stessi secoli iniziava il grande movimento del monachesimo. Incominciò in quel tempo a
prendere piede l’idea che la radicalità richiesta dai Vangeli e dagli Atti in
tema di rinuncia alle ricchezza e di comunione dei beni potesse finalmente
diventare una prassi concreta per i monaci e per i monasteri. Ai laici si
propose un’etica possibile per tutti;
nei monasteri, invece, si potevano rivedere le comunità carismatiche dei primi
tempi, quell’antica comunione dei poveri, quella “sola cosa” mancante.
Non capiamo l’economia
occidentale medievale, la Riforma e poi l’economia capitalistica moderna senza
questo “doppio binario” seguito dall’etica economica, ce se da una parte diede
vita all’immenso movimento del monachesimo e ai suoi enormi frutti di civiltà
(e di economia), dall’altra ha fatto sì che l’etica economica - pubblica e
privata - dell’Europa cristiana fosse
molto, troppo simile a quella
precedente il cristianesimo.
Quale Europa sarebbe nata se
ad affermarsi non fosse stata l’etica romana ma quella della comunione dei
beni? Come sarebbe diventata l’economia occidentale se il cammello non fosse
passato per quella ampia cruna?