lunedì 6 gennaio 2020

Epifania


Epifania

  L’Epifania [=manifestazione, da una parola del greco antico che suona più o meno come quella italiana] è un capitolo importante della teologia cristiana, nel più ampio trattato sull’Incarnazione [di Gesù]. Ad un certo punto, nel giro di qualche decennio dalla morte di Gesù, i suoi primi discepoli hanno preso piena consapevolezza di chi era, del senso della sua missione tra noi e, in particolare della sua Passione, Morte e Resurrezione. Ci si è quindi, allora, completamente manifestato in quella che definiamo sua gloria, che è profondamente legata alla sua umanità, al suo farsi come noi. Una volta resici conto della sua regalità universale  il suo vivere tra noi è stato concepito come una  discesa  e anche come una volontaria umiliazione. Ecco, ad esempio, l’insegnamento che troviamo nella Lettera ai cristiani di Filippi  [antica città della Grecia nord orientale] di Paolo di Tarso, la cui datazione si ritiene molto affidabile e viene posta a circa vent’anni dopo la morte di Gesù   [Lettera ai Filippesi 2, 1-11. Traduzione interconfessionale ABU - LDC]:
 Se è vero che Cristo vi chiama ad agire, se l’amore vi dà qualche conforto, se lo Spirito Santo vi unisce, se è vero che tra voi c’è affetto e comprensione, rendete completa la mia gioia. Abbiate gli stessi sentimenti e un medesimo amore. Siate concordi e unanimi! Non fate  nulla per invidia e per vanto, anzi, con grande umiltà, stimate gli altri migliori di voi. Badate agli interessi degli altri e non soltanto ai vostri. I vostri rapporti reciproci siano fondati sul fatto che siete uniti a Cristo Gesù. Egli era come Dio ma non conservò gelosamente il suo essere uguale a Dio. Rinunziò a tutto. diventò come un servo, fu uomo tra gli uomini e fu considerato come uno di loro. Abbassò se stesso, fu obbediente fino alla morte, alla morte di croce. Perciò Dio lo ha innalzato sopra tutte le cose e gli ha dato il nome più grande. Perché in onore di Gesù, in cielo, in terra e sotto terra, ognuno pieghi le ginocchia e per la gloria di Dio Padre ogni lingua proclami: Gesù Cristo è il Signore.
  La liturgia cristiana dell’Epifania richiama la nostra attenzione sulla nascita di Gesù, quindi sul Gesù neonato, debole e indifeso come tutti i neonati, come tutti noi siamo stati da neonati, e lo fa sulla base della narrazione evangelica della Natività che contiene proprio quell’insegnamento, per convincerci che realmente  Gesù fu uno di noi. Nel tempo quella narrazione è stata arricchita di molti particolari che corrispondono agli sviluppi del pensiero sull’Incarnazione. In particolare l’abbassamento  di Gesù nell’incarnarsi è stato presentato anche come il suo nascere povero.  Ecco, ad esempio come viene presentata al Natività in uno dei canti più belli e amati della nostra tradizione religiosa, il Tu scendi dalle stelle  composto nel Settecento dal vescovo campano Alfonso Maria De’ Liguori come catechesi popolare:
Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo,
e vieni in una grotta al freddo e al gelo,
e vieni in una grotta al freddo e al gelo.
O Bambino mio divino,
io ti vedo qui tremar;
o Dio beato!
Ahi quanto ti costò l'avermi amato!
ahi quanto ti costò l'avermi amato!
A te, che sei del mondo il Creatore,
mancano panni e foco(*), o mio Signore,
mancano panni e foco, o mio Signore.
Caro eletto pargoletto,
quanto questa povertà
più m'innamora,
giacché ti fece amor povero ancora,
giacché ti fece amor povero ancora.
Tu lasci il bel gioir del divin seno,(**)
per venire a penar su questo fieno,
per venire a penar su questo fieno.
Dolce amore del mio core,
dove amor ti trasportò?
O Gesù mio,
perché tanto patir? Per amor mio!
perché tanto patir? Per amor mio!
Ma se fu tuo voler il tuo patire,
perché vuoi pianger poi, perché vagire?
perché vuoi pianger poi, perché vagire?
Sposo mio, amato Dio,
mio Gesù, t'intendo sì!
Ah, mio Signore,
tu piangi non per duol, ma per amore,
tu piangi non per duol, ma per amore.
Tu piangi per vederti da me ingrato
dopo sì grande amor, sì poco amato,
dopo sì grande amor, sì poco amato!
O diletto del mio petto,
se già un tempo fu così,
or te sol bramo:
caro non pianger più, ch'io t'amo e t'amo,
caro non pianger più, ch'io t'amo e t'amo.
Tu dormi, Ninno mio, ma intanto il core
non dorme, no ma veglia a tutte l'ore,
non dorme, no ma veglia a tutte l'ore.
Deh, mio bello e puro Agnello,
a che pensi? dimmi tu.
O amore immenso,
"Un dì morir per te" – rispondi – "io penso",
"Un dì morir per te" – rispondi – "io penso".
Dunque a morire per me, tu pensi, o Dio
ed altro, fuor di te, amar poss'io?
ed altro, fuor di te, amar poss'io?(***)
O Maria, speranza mia,
s'io poc'amo il tuo Gesù,
non ti sdegnare
amalo tu per me, s'io nol so amare!
amalo tu per me, s'io nol so amare!
 Non abbiamo però veramente delle basi, in particolare basi bibliche, per sostenere che Gesù sia nato in una famiglia povera e poi sia vissuto da povero, fino a quando, da trentenne, iniziò la sua missione di insegnamento e salvezza. La sua famiglia non era conosciuta come una famiglia povera, stando a quello che leggiamo nel Vangelo secondo Matteo 13,53-56 [trad.interconfess. ABU-LDC]:
Quando Gesù ebbe finito di raccontare queste parabole partì da quel luogo. Andò nella sua città e si mise a insegnare nella sinagoga. I suoi compaesani, ascoltandolo, erano molto meravigliati e dicevano: «Ma chi gli ha dato questa sapienza e il potere di fare miracoli? Non è il figlio del falegname? Non è Maria sua madre? I suoi fratelli non sono forse Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non vivono, qui in mezzo  a noi? Ma allora, dove ha imparato a fare e dire queste cose?».
   Giuseppe, conosciuto come il padre di Gesù, era un artigiano, aveva quindi un certo reddito. L'episodio delle nozze di Cana ci presenta poi Gesù già adulto e la sua famiglia in un ambiente sociale di persone abbienti.
  Certamente, però, nel corso della sua missione Gesù fu fortemente critico verso l’attaccamento alle ricchezze e a chi voleva collaborare con lui più da vicino, seguendolo, consigliò di disfarsene, in particolare vendendo i loro bene regalando poi il ricavato ai poveri. Leggiamo nel Vangelo secondo Matteo [Matteo 19, 16-22 trad. interconfess. ABU-LDC]:
Un tale si avvicinò a Gesù e gli domandò: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna? Ma Gesù gli disse: «Perché mi fai una domanda su ciò che è buono? Dio solo è buono. Ma se vuoi entrare nella vita eterna ubbidisci ai comandamenti. Quello chiese ancora: «Quali comandamenti?». Gesù rispose: «Non uccidere; Non commettere adulterio; Non rubare; Non dire il falso contro nessuno; Rispetta tuo padre e tua madre; Ama il prossimo tuo come te stesso. Quel giovane disse: «Io ho sempre ubbidito a tutti questi comandamenti: che cosa mi manca ancora? E Gesù gli rispose: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto quello che hai, e i soldi che ricavi dalli ai poveri. Allora avrai un tesoro in cielo. Poi, vieni e seguimi.
 Lui stesso visse la sua missione da predicatore itinerante, risanando e insegnando, senza accumulare ricchezze, istituire santuari o potenti istituzioni. Quando mandò i suoi primi discepoli in giro per fare altrettanto, comandò di non prendere nulla con sé, salvo tunica, sandalo e un bastone, e di vivere di ospitalità. Insegnò anche nel grande Tempio di Gerusalemme, ma non tentò di conquistarlo rovesciando il ceto di sacerdoti che lo governava e vi praticava le liturgie sacre dell’ebraismo di quel tempo. Ma questo, dell’atteggiamento verso al condizione di povertà e anche verso i poveri (egli ritenne sostanzialmente che la povertà non dovrebbe esistere), è un capitolo del suo insegnamento diverso da quello contenuto nell’Epifania. Quest’ultimo è centrato sul farsi come noi di colui che «era come Dio ma non conservò gelosamente il suo essere uguale a Dio.», che è la sua  Incarnazione. A motivo della sua Incarnazione noi siamo chiamati a riconoscerlo nel nostro prossimo, in particolare nei sofferenti, come si legge nel Vangelo di Matteo 25,31-40 - trad. CEI 2008]:
Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri,  e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.  Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo.  Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato,  nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito?  E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?  Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me.
 Altrimenti la vita ricade nell’insensatezza e nella brutalità della natura dalla quale siamo emersi.
  Come ho scritto l’altro giorno citando il filosofo Heschel, la fede e la religione scaturiscono dal problema di rispondere nel  che cosa fare, nell’ineludibile esigenza di una nostra risposta di fronte al mistero della nostra esistenza. Ecco, il brano evangelico che ho sopra trascritto indica proprio che cosa fare e anche perché  farlo. Senza l’Incarnazione  e senza la sua Epifania  sarebbe però tutto vano: per quanto sapienti ed evoluti giungessimo ad essere, saremmo pur sempre imprigionati nella condizione delle antiche belve dalle quali, secondo la nostra biologia, discendiamo. Il divino, per noi, rimarrebbe solo una fantasia da primitivi. Nessuna agàpe  dunque, ognuno per sé finché può, poi si soccombe all’arbitrio e alla forza altrui. La prospettiva cristiana è molto diversa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli