Il compleanno di Gesù
1. Ieri al supermercato una
signora si lamentava perché il traffico cittadino sembra incattivirsi
avvicinandosi il Natale. Non dovrebbe essere così, perché, in fondo, ha
proseguito, a Natale si celebra il compleanno
di Gesù… e, quindi, aggiungo io, poiché lui era molto buono bisogna essere
molto buoni (almeno) il giorno della sua festa. Invece, ha concluso, si
festeggia senza sapere perché e chi si festeggia, non si sa che si festeggia
Gesù. E questo qualche volta l’ho sento dire
a messa dai celebranti, anche se loro non si fermano lì e spiegano anche altro,
che mi pare utile dire per far capire meglio il senso religioso del Natale,
perché, altrimenti, c’è il rischio di scivolare verso il Natale come compleanno. Quella signora ha terminato
il suo ragionamento dicendosi non molto
praticante e questa mi pare una condizione oggi molto comune in Italia.
L’espressione significa in genere che si va
poco a messa, solo quando ci si
sente di andarci e, in particolare, nelle solennità liturgiche maggiori. Ma, a
volte, è più che altro un eufemismo che nasconde, dietro la perdita dell’aggancio liturgico, il distacco
interiore dalla fede, per cui rimane in
gran parte solo l’esteriorità della festa. Altri, quando capita di trattare
temi religiosi, mettono le mani avanti dicendosi non credenti, per avvertire
che non sono disposti a ricevere sollecitazioni alla fede, ma comunque di buon
grado praticanti le feste religiose,
come il Natale, che il consumismo di origine nord-americana ha profondamente
trasformato, in particolare nel mito di Babbo
Natale, il pupazzo biancorosso vestito che avrebbe una fabbrica di
giocattoli al Polo Nord e che a Natale li andrebbe a distribuire personalmente
ai bambini buoni. La sua icona venne inventata dalla Coca Cola corporation come trovata pubblicitaria per la famosa
bibita analcolica. In questa fantasia, i grandi, a Natale, per un giorno
sentirebbero la nostalgia di quando erano bimbi e cercavano di fare i buoni in vista dei regali portati dal pupazzo e
così, in definitiva, la festa diventa cosa per bambini o rimbambiti.
Che bisogna dire riguardo all’idea del Natale (cristiano) come compleanno di Gesù?
Non sono stato e non sono un buon evangelizzatore. Fin da bimbo piccolo
tendo ho il difetto di tendere ad astrarmi dai discorsi delle persone intorno a
me, le quali nella dimensione del mio
personale sognare scompaiono. L’evangelizzazione è, però, innanzi tutto
relazione sociale e presuppone un certo interesse per gli altri e poi un
attivarsi per fare loro del bene. La religiosità cristiana ha una forte
dimensione di sapienza pratica, è innanzi tutto un fare agli altri e poi, di seguito a quel fare, pensiero e discorsi. Se si è distratti o addirittura
insofferenti verso gli altri, che indubbiamente sempre presentano aspetti
fastidiosi o noiosi, poi non si fa bene quel lavoro, non dico di evangelizzare,
ma almeno di rendere ragione delle proprie convinzioni di fede, che però
rientra, per una persona religiosa, nei suoi doveri.. Così, l’evangelizzazione a cui ho collaborato
con i migliori risultati mi pare essere quella verso le mie figlie, ma un
genitore è molto agevolato perché quando sente i detti evangelici «[…]io ho avuto fame e voi mi avete
dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi
avete ospitato in casa vostra, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero nudo
e mi avete dato i vestiti, ero malato e siete venuto a curarmi […] in verità vi
dico: tutte le volte che avete fatto ciò
a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, lo avete fatto a me!» [Matteo 25,35-44 - traduz. italiana
interconfess.], si rende conto di aver messo in pratica, per spinta di natura,
il vangelo, e, per questo, di essere stato più credibile per i figli. La
religiosità, e talvolta la fede, paterna e materna rimane sempre nel cuore e,
nonostante tutti i casi della vita, riemerge spesso, inaspettatamente.
A chi la pensa come quella
signora di cui ho scritto prima, inizierei con il dire che, no, il Natale non è
il compleanno di Gesù, per il motivo che in Cielo non si contano gli
anni, si è liberati dalla schiavitù al Tempo, il tremendo Crono dell’antica religione
greco-romana, quello che divorava i suoi figli e dal quale si salvò Giove,
divenendo il supremo ordinatore dell’universo, padre di Dike, la giustizia. E’, in realtà, la festa dell’unità del genere
umano, che vorrebbe rendere un’idea della pace/agàpe, pace tra Cielo e Terra, pace in Terra tra umani e, in prospettiva,
tra tutti i viventi e addirittura tra tutte le realtà dell’universo, che ora,
ad uno sguardo realistico, appare fondamentalmente gemito e sofferenza, assoggettato
alla crudele legge di natura per cui si sopravvive a spese degli altri e il
forte prevale sul debole e lo divora. Il principio della pace/agàpe
è al centro della fede cristiana, che lo declina con questa
particolarità: ciò che si desidera non è alla portata degli umani, ma lo
diventa perché il Fondamento si fa come loro e, in questo modo, trasfigura l’umano e, così, lo libera,
questo il senso cristiano dell’universo, con parola del greco antico riempita
di moltissimi significati, il suo Lògos.
Agàpe, anch’essa parola del greco antico che nel suo senso cristiano può
anche essere tradotta con pace, ma
pace caratterizzata dalla benevolenza universale: la sua etimologia richiama l’idea
di meraviglia e di venerazione
e in origine indicava un lieto convito amicale; in una concezione cristiana
nessuno, veramente nessuno, deve esservi escluso e questo, perché, come è
scritto, O Theòs agàpe estìn,
espressione che un italofono intende bene, così com’è, per quella che significa, leggendola translitterata o udendola nell’originario
greco antico, a prova dei profondi legami culturali che abbiamo con l’antichità.
Questa idea del farsi come noi dal Cielo per rendere possibile l’agàpe, liberandoci da ciò che per natura ci spinge ad
infierire gli uni contro gli altri per la sopravvivenza, secondo legge di
natura, e
dunque per trasfigurare le nostre
vite, noi stessi nelle nostre relazioni sociali, e alla fine le nostre civiltà e addirittura l’universo
intero, è implicato in ciò che, nel gergo teologico cristiano, è detta Incarnazione, la realtà che si vuole
evocare, ad esempio, nell’allestimento del presepe. Questo rende evidente l’assurdità
dei presepi da combattimento, da scagliare contro quelli di diverse tribù, che di questi
(tristi) tempi si vedono talvolta branditi.
2. Ho
cercato di spiegare qualcosa del Natale cristiano senza usare termini
esplicitamente religiosi, tranne Gesù, Lògos, Incarnazione, Agàpe. Se siete interessati alla questione del senso
cristiano del Natale, teneteli a mente. C’è una progressione: da Gesù incarnato (significa che s’è fatto come noi) all’Agàpe.
Quest’ultima non è faccenda di un giorno, di una festa, ma il senso cristiano
di tutto l’universo e di ogni vivente umano in esso. Essa non è alla nostra
portata, la speriamo come dono dal Cielo, ma nella festa i cristiani cercano di
manifestarla evocandone la gioia. Non solo in essa, e nemmeno solo nel tempo di
Natale, che nella liturgia cattolica dura dalla Vigilia di Natale alla
solennità del Battesimo di Gesù passando per Capodanno e l’Epifania e in cui si celebra sempre lo stesso evento, appunto il
Natale, una grandiosa visione rivoluzionaria di universo e di società umane
liberate dal duro servaggio della lotta di tutti contro tutti, ma ogni giorno
dell’anno, ora e sempre, volti verso un futuro che religiosamente si spera beato,
che significa pieno di gioia.
Tutto quello a cui ho accennato
(ci si sono scritti sopra milioni di libri) è al centro della predicazione
cristiana, non solo naturalmente di quella cattolica, anzi talvolta molto più
efficacemente in quella di altre confessioni. Nella predicazione abbiamo
recentemente imparato ad apprendere gli uni dagli altri, dopo esserci a lungo
massacrati fisicamente e moralmente. Queste tragedie che nei rapporti tra
cristiani abbiamo vissuto rende chiaro come sia stato difficile storicamente, e
ancora lo sia, passare dalle parole ai fatti. Ecco, nel festeggiare il Natale,
si cerca anche di provare a farlo.
L’altro ieri con persone del mio ufficio abbiamo partecipato a
una messa celebrata nello stesso palazzo dove lavoriamo, ma negli ambienti di
una famosa associazione tra i mutilati e invalidi di guerra, sorta in epoca
fascista, che ancora lo abita. E’ un palazzo costruito tra il ’25 e il ‘36, l’anno
di massima espansione culturale e politica del fascismo mussoliniano, di fronte a Castel Sant’Angelo, su progetto
dell’architetto Marcello Piacentini, appunto per attività assistenziali per i
combattenti ritornati invalidi dalle guerre ma anche per mantenere il senso del
valore sociale del sacrificio personale in combattimento, ed è pieno di simboli
guerrieri, è un vero sacrario militare laico, in particolare nella grande Sala delle adunate al piano terra. Nel
cortile, grandi affreschi celebrano importanti battaglie della Prima Guerra
Mondiale e delle guerre africane del regime; lo sovrasta una statua, che penso
simboleggi la vittoria, con una spada sguainata. La costruzione del grande
edificio fu patrocinata dal fondatore e primo presidente dell’ente, Carlo Delcroix,
mutilato di guerra e Medaglia d’argento al Valor militare, poi deputato
fascista. Entrandovi e facendo caso alle iscrizioni e alle opere d’arte
intorno, si è proiettati nel bel mezzo del fascismo storico trionfante e della
sua ideologia bellicista, di rigenerazione del popolo mediante la guerra. In
quella messa, però, il celebrante ha spiegato molto bene il senso della pace cristiana che è al centro
delle celebrazioni natalizie e quella predicazione è molto risaltata, per
contrasto, in quell’ambiente architettonico guerriero. Infatti, come ho
osservato dialogando con alcuni colleghi, poiché quando il cristiano, a Natale, ma in ogni
messa, e sempre, augura "Pace a te,
Pace a voi", augura l’agàpe, augura anche un mondo nuovo, la fine dell'ingiustizia, la
consolazione dei sofferenti, la cessazione di ogni guerra, la liberazione dei
prigionieri, il rovesciamento dei potenti superbi dai troni e l'innalzamento
degli umili (sta scritto nel "Magnificat" che si recita ogni giorno
nella preghiera dei Vespri), la luce di una nuova alba, una nuova
"città", una nuova convivenza, addirittura un universo pacificato, il
Regno, appunto quel mondo nuovo che religiosamente si cerca di evocare e al quale si anela. Tutto questo , ma anche molto altro che può essere scoperto approfondendo, è il
Natale dei cristiani.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli