domenica 22 dicembre 2019

Il compleanno di Gesù


Il compleanno di Gesù

1.   Ieri al supermercato una signora si lamentava perché il traffico cittadino sembra incattivirsi avvicinandosi il Natale. Non dovrebbe essere così, perché, in fondo, ha proseguito, a Natale si celebra il compleanno di Gesù… e, quindi, aggiungo io, poiché lui era molto buono bisogna essere molto buoni (almeno) il giorno della sua festa. Invece, ha concluso, si festeggia senza sapere perché e chi si festeggia, non si sa che si festeggia Gesù. E questo qualche volta  l’ho sento dire a messa dai celebranti, anche se loro non si fermano lì e spiegano anche altro, che mi pare utile dire per far capire meglio il senso religioso del Natale, perché, altrimenti, c’è il rischio di scivolare verso il Natale come compleanno. Quella signora ha terminato il suo ragionamento dicendosi non molto praticante e questa mi pare una condizione oggi molto comune in Italia. L’espressione significa in genere che si va  poco a messa, solo quando ci si sente di andarci e, in particolare,  nelle solennità liturgiche maggiori. Ma, a volte, è più che altro un eufemismo che nasconde, dietro la perdita dell’aggancio liturgico, il distacco interiore  dalla fede, per cui rimane in gran parte solo l’esteriorità della  festa. Altri, quando capita di trattare temi religiosi, mettono le mani avanti dicendosi  non credenti, per avvertire che non sono disposti a ricevere sollecitazioni alla fede, ma comunque di buon grado praticanti le feste religiose, come il Natale, che il consumismo di origine nord-americana ha profondamente trasformato, in particolare nel mito di Babbo Natale, il pupazzo biancorosso vestito che avrebbe una fabbrica di giocattoli al Polo Nord e che a Natale li andrebbe a distribuire personalmente ai bambini buoni. La sua icona venne inventata dalla Coca Cola corporation come trovata pubblicitaria per la famosa bibita analcolica. In questa fantasia, i grandi, a Natale, per un giorno sentirebbero la nostalgia di quando erano bimbi e cercavano di fare i buoni  in vista dei regali portati dal pupazzo e così, in definitiva, la festa diventa cosa per bambini o rimbambiti.
  Che bisogna dire riguardo all’idea del Natale (cristiano) come  compleanno di Gesù?
  Non sono stato e non sono un buon evangelizzatore. Fin da bimbo piccolo tendo ho il difetto di tendere ad astrarmi dai discorsi delle persone intorno a me, le quali  nella dimensione del mio personale sognare scompaiono. L’evangelizzazione è, però, innanzi tutto relazione sociale e presuppone un certo interesse per gli altri e poi un attivarsi per fare loro del bene. La religiosità cristiana ha una forte dimensione di sapienza pratica, è innanzi tutto un fare agli altri e poi, di seguito a quel fare, pensiero e discorsi. Se si è distratti o addirittura insofferenti verso gli altri, che indubbiamente sempre presentano aspetti fastidiosi o noiosi, poi non si fa bene quel lavoro, non dico di evangelizzare, ma almeno di  rendere ragione  delle proprie convinzioni di fede, che però rientra, per una persona religiosa, nei suoi doveri..  Così, l’evangelizzazione a cui ho collaborato con i migliori risultati mi pare essere quella verso le mie figlie, ma un genitore è molto agevolato perché quando sente i detti evangelici «[…]io ho avuto fame e voi mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato in casa vostra, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete dato i vestiti, ero malato e siete venuto a curarmi […] in verità vi dico: tutte le volte che avete fatto ciò  a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, lo avete fatto a me!» [Matteo 25,35-44 - traduz. italiana interconfess.], si rende conto di aver messo in pratica, per spinta di natura, il vangelo, e, per questo, di essere stato più credibile per i figli. La religiosità, e talvolta la fede, paterna e materna rimane sempre nel cuore e, nonostante tutti i casi della vita, riemerge spesso, inaspettatamente.
 A chi la pensa come quella signora di cui ho scritto prima, inizierei con il dire che, no, il Natale non è  il compleanno di Gesù, per il motivo che in Cielo non si contano gli anni, si è liberati dalla schiavitù al Tempo, il tremendo Crono  dell’antica religione greco-romana, quello che divorava i suoi figli e dal quale si salvò Giove, divenendo il supremo ordinatore dell’universo, padre di Dike, la giustizia. E’, in realtà, la festa dell’unità del genere umano, che vorrebbe rendere un’idea della pace/agàpe, pace tra Cielo e Terra, pace in Terra tra umani e, in prospettiva, tra tutti i viventi e addirittura tra tutte le realtà dell’universo, che ora, ad uno sguardo realistico, appare fondamentalmente gemito e sofferenza, assoggettato alla crudele legge di natura per cui si sopravvive a spese degli altri e il forte prevale sul debole e lo divora. Il principio della pace/agàpe  è al centro della fede cristiana, che lo declina con questa particolarità: ciò che si desidera non è alla portata degli umani, ma lo diventa perché il Fondamento si fa come loro e, in questo modo, trasfigura l’umano e, così, lo libera, questo il senso cristiano dell’universo, con parola del greco antico riempita di moltissimi significati, il suo Lògos. Agàpe, anch’essa parola del greco antico che nel suo senso cristiano può anche essere tradotta con pace, ma pace caratterizzata dalla benevolenza universale: la sua etimologia richiama l’idea di meraviglia  e di venerazione e in origine indicava un lieto convito amicale; in una concezione cristiana nessuno, veramente nessuno, deve esservi escluso e questo, perché, come è scritto, O Theòs agàpe estìn, espressione che un italofono intende bene, così com’è,  per quella che significa,  leggendola translitterata o udendola nell’originario greco antico, a prova dei profondi legami culturali che abbiamo con l’antichità. Questa idea del farsi come noi dal Cielo per rendere possibile l’agàpe,  liberandoci da ciò che per natura ci spinge ad infierire gli uni contro gli altri per la sopravvivenza, secondo legge di natura,   e dunque per trasfigurare le nostre vite, noi stessi nelle nostre relazioni sociali,  e alla fine le nostre civiltà e addirittura l’universo intero, è implicato in ciò che, nel gergo teologico cristiano, è detta Incarnazione, la realtà che si vuole evocare, ad esempio, nell’allestimento del presepe. Questo rende evidente l’assurdità dei  presepi da combattimento,  da scagliare  contro  quelli di diverse tribù, che di questi (tristi) tempi si vedono talvolta branditi.
2.  Ho cercato di spiegare qualcosa del Natale cristiano senza usare termini esplicitamente religiosi, tranne Gesù,  Lògos, Incarnazione, Agàpe.  Se siete interessati alla questione del senso cristiano del Natale, teneteli a mente. C’è una progressione: da Gesù incarnato  (significa che s’è fatto come noi) all’Agàpe. Quest’ultima non è faccenda di un giorno, di una festa, ma il senso cristiano di tutto l’universo e di ogni vivente umano in esso. Essa non è alla nostra portata, la speriamo come dono dal Cielo, ma nella festa i cristiani cercano di manifestarla evocandone la gioia. Non solo in essa, e nemmeno solo nel tempo di Natale, che nella liturgia cattolica dura dalla Vigilia di Natale alla solennità del Battesimo di Gesù passando per Capodanno e l’Epifania e in cui  si celebra sempre lo stesso evento, appunto il Natale, una grandiosa visione rivoluzionaria di universo e di società umane liberate dal duro servaggio della lotta di tutti contro tutti, ma ogni giorno dell’anno, ora e sempre, volti verso un futuro che religiosamente si spera  beato, che significa pieno di gioia.
  Tutto quello a cui ho accennato (ci si sono scritti sopra milioni di libri) è al centro della predicazione cristiana, non solo naturalmente di quella cattolica, anzi talvolta molto più efficacemente in quella di altre confessioni. Nella predicazione abbiamo recentemente imparato ad apprendere gli uni dagli altri, dopo esserci a lungo massacrati fisicamente e moralmente. Queste tragedie che nei rapporti tra cristiani abbiamo vissuto rende chiaro come sia stato difficile storicamente, e ancora lo sia, passare dalle parole ai fatti. Ecco, nel festeggiare il Natale, si cerca anche di provare a farlo.
  L’altro ieri  con  persone del mio ufficio abbiamo partecipato a una messa celebrata nello stesso palazzo dove lavoriamo, ma negli ambienti di una famosa associazione tra i mutilati e invalidi di guerra, sorta in epoca fascista, che ancora lo abita. E’ un palazzo costruito tra il ’25 e il ‘36, l’anno di massima espansione culturale e politica del fascismo mussoliniano,  di fronte a Castel Sant’Angelo, su progetto dell’architetto Marcello Piacentini, appunto per attività assistenziali per i combattenti ritornati invalidi dalle guerre ma anche per mantenere il senso del valore sociale del sacrificio personale in combattimento, ed è pieno di simboli guerrieri, è un vero sacrario militare laico, in particolare nella grande Sala delle adunate al piano terra. Nel cortile, grandi affreschi celebrano importanti battaglie della Prima Guerra Mondiale e delle guerre africane del regime; lo sovrasta una statua, che penso simboleggi la vittoria, con una spada sguainata. La costruzione del grande edificio fu patrocinata dal fondatore e primo presidente dell’ente, Carlo Delcroix, mutilato di guerra e Medaglia d’argento al Valor militare, poi deputato fascista. Entrandovi e facendo caso alle iscrizioni e alle opere d’arte intorno, si è proiettati nel bel mezzo del fascismo storico trionfante e della sua ideologia bellicista, di rigenerazione del popolo mediante la guerra. In quella messa, però, il celebrante ha spiegato molto bene  il senso della pace  cristiana che è al centro delle celebrazioni natalizie e quella predicazione è molto risaltata, per contrasto, in quell’ambiente architettonico guerriero. Infatti, come ho osservato dialogando con alcuni colleghi,   poiché quando il cristiano, a Natale, ma in ogni messa, e sempre,  augura "Pace a te, Pace a voi", augura l’agàpe,  augura anche  un mondo nuovo, la fine dell'ingiustizia, la consolazione dei sofferenti, la cessazione di ogni guerra, la liberazione dei prigionieri, il rovesciamento dei potenti superbi dai troni e l'innalzamento degli umili (sta scritto nel "Magnificat" che si recita ogni giorno nella preghiera dei Vespri),  la luce di una nuova alba, una nuova "città", una nuova convivenza, addirittura un universo pacificato, il Regno, appunto quel mondo nuovo che religiosamente si cerca di  evocare e al quale si anela.  Tutto questo , ma anche molto altro che può essere scoperto approfondendo, è  il Natale dei cristiani.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli