Anziani
Nella riunione di ieri sera del
gruppo parrocchiale di Azione Cattolica, dopo aver letto il documento che ho
inserito sopra, abbiamo trattato del tema “Che cosa vorresti che la Chiesa
facesse per te?", domanda rivolta agli anziani. E’ l’equipe pastorale recentemente formata che sta sondando gli
anziani della parrocchia. Nel nostro gruppo vi sono indubbiamente diversi
anziani.
Chi è l’anziano? Lo scorso anno la Società
Italiana di Gerontologia e Geriatria l’ha definito come la persona che ha
compiuto i 75 anni. Prima veniva considerato tale chi aveva compiuto i 65 anni.
In realtà chi vive questa condizione personale sa bene che essa inizia a
manifestarsi in società, nel fisico e come mentalità intorno ai sessant’anni.
Da questo punto di vista, la nostra Chiesa è
anziana, nel senso che l’età media
dei fedeli si avvicina ai sessant’anni.
Porre il problema sotto il profilo della Chiesa e gli anziani non aiuta a
comprenderlo e, soprattutto, a tentare strategie utili. In questo modo, infatti, gli
anziani sono considerati fuori della Chiesa, come se la Chiesa li guardasse
dall’esterno, mentre, in realtà, quando tratta di anziani la Chiesa tratta anche di
se stessa.
Quando i capi delle nostre prime comunità vennero chiamati presbiteri cioè anziani,
da cui poi l’italiano prete, essi verosimilmente non erano tanto anziani come quelli che oggi consideriamo
tali. Attualmente, però, le uniche realtà sociali veramente dominate dagli anziani, e
da persone che sono considerate tali anche nella nostra cultura contemporanea, sono le Chiese
cristiane. Questo è vero particolarmente per la nostra Chiesa. L’uscita di
scena dei preti e dei religiosi anziani è sempre più ritardata a causa della
riduzione delle vocazioni alla loro
condizione di vita. In genere in società, coloro che consideriamo anziani sono
usciti dalla vita lavorativa e vivono di rendita o di assistenza. E' così che anche
il clero e i religiosi, che guidano le nostre comunità, li considerano, ma escludendo se stessi, anche se anziani. Già
chiedersi, ad esempio, che cosa l’anziano potrebbe ancora dare alla Chiesa segnala questa mentalità. Ce
lo si chiede perché, in realtà, non si crede che veramente potrebbe fare qualcosa di utile e il problema,
dunque, è visto come quello di intrattenere
e assistere psicologicamente e materialmente l’anziano, senza tanto distinguere tra l’autosufficiente
e quello che non lo è più. Così, alla fine, le soluzioni che vengono attuate
girano sempre, più o meno, intorno ad attività di animazione di centri per
anziani, come attività caritativa, analoga, ad esempio, al servizio nelle
mense per i poveri. Questo modo di porre la questione non può essere condiviso da persone che vivono l’Azione Cattolica, le quali, anche da anziane, sono parte viva della Chiesa, sono Chiesa, al modo ad esempio dei preti e dei religiosi. Ottenere questo riconoscimento è
difficile, ancora oggi, per qualunque fedele laico, ma particolarmente per chi è
considerato anziano, salvo che sia prete o religioso.
Ieri è emerso che la sofferenza maggiore per chi è anziano (ancor prima di
essere considerato tale in società, da quando soggettivamente comincia a sentirsi tale) è la solitudine, che di solito consegue alla perdita
della persona che è stata la compagna di vita. A questo punto è la vita stessa che perde senso. Questa
mentalità inizia in realtà, di solito, molto prima, al distacco dei figli dalla
famiglia di origine. Si aggrava al momento del pensionamento, ma ancor prima quando si rischia di perdere o si perde il lavoro e si constata quanto sia difficile trovarne un altro per una persona che ha più di cinquant'anni e che non ha maturato una elevata professionalità nel suo campo.
Ancora, è emerso che l’anziano trova soddisfazione nel partecipare ad
esperienze sociali, ma, per ciò che ho constatato personalmente , non a quelle che consistono
semplicemente in centri anziani, in
cui si va quando si viene considerati anziani e si lasciano altri impegni, e in realtà non si partecipa realmente ma più che altro si è degenti. Ricordo, ad esempio, che, in alcuni pensionati per anziani che ho frequentato, gli ospiti non di rado si mostravano insofferenti gli uni verso gli altri, sembravano non sopportarsi o addirittura arrivavano a detestarsi, cercando affannosamente la compagnia di gente più giovane, e in particolare dei figli, i quali però, occupati nel lavoro e nell'accudimento dei loro figli, avevano poco tempo per loro.
Penso che tra noi anziani (ho superato i sessant’anni) sarebbe necessaria una autoformazione alla condizione anziana nella Chiesa, per manifestare al meglio la realtà della Chiesa anziana, quale sempre partecipe della missione e di tutte le idealità di un’intera vita. Mio zio Achille, sociologo bolognese, lavorò e sperimentò molto in questo campo, facendo pratica su se stesso e sulla sua cerchia di amici coetanei. Animava, ad esempio, un gruppo di spiritualità. Questo comporta anche una rivendicazione nei confronti delle altre componenti della Chiesa: di essere sempre considerati Chiesa. E anche uno sforzo dell’anziano di superare la mentalità che lo vede molto, troppo, concentrato, sulle due condizioni maggiormente sconvolgenti per lui: il rapido declino fisico e l’approssimarsi della fine. Una dinamica di natura, certo, ma non per questo meno dolorosa e destabilizzante dal punto di vista della psicologia personale. Nella nostra antichità fu osservato che la vecchiaia in se stessa è malattia e certamente nel declino fisico la vecchiaia è assimilabile alla malattia, in particolare alla malattia grave, quella difficilmente curabile e inguaribile nella maggior parte dei casi. Il trapasso all'età anziana è accompagnato, dal punto di vista psicologico, dalle medesime manifestazioni che si osservano nelle persone alla diagnosi della malattia grave: negazione, protesta, accettazione vigile e attiva o abbandono arrendevole. Ma in società la vecchiaia non viene trattata realmente come una malattia perché la si considera, quale essa è, un fatto di tutti, che ad un certo punto tocca a tutti, naturale, legato all'inesorabile passare del tempo, per il quale, ad un certo punto, i viventi scompaiono e ci si limita a farne memoria. Ci si aspetta, allora, dall'anziano un atteggiamento che egli non sembra più tanto disposto ad assumere, quello di chi, ad un certo punto, avvicinandosi la propria fine, è chiamato a confermare il senso della vita che ha proclamato da più giovane e che gli è stato tramandato dalle generazioni precedenti. I più giovani è essenzialmente questo che cercano negli anziani, ma questi ultimi quel senso della vita faticano a mantenerlo soprattutto perché, nella nostra società che ha famiglie parentali piccole e in cui si sfilacciano gli altri legami tra le persone, parentali e non, la condizione anziana tende a separarli dagli altri e il senso della vita è sempre un senso sociale della vita, nessuno lo trova da sé, senza amici, ma direi di più, senza compagni, in una missione che è la vita stessa, nel susseguirsi delle generazioni. E' questa la ragione della perdurante vitalità del nostro gruppo di Azione Cattolica anche se reso vitale da molti anziani: l'essere tutti, anziani, altri adulti e giovani, compagni nella medesima missione ecclesiale, che non differisce da quella di preti e di religiosi. Noi anziani, come ho detto mi ci metto anch'io in quanto ultrasessantenne, cerchiamo il riconoscimento di questa nostra realtà viva, non l'intrattenimento. Ma è quest'ultimo che in genere viene offerto, l'invito alla tombolata, la serata musicale e via dicendo. Quando assistevo mia madre anziana nei pensionati in cui era andata a vivere, dopo una lunga esperienza religiosa come collaboratrice laica in un ordine religioso, una vita da compagna in una missione santa, la incoraggiavo a partecipare agli intrattenimenti offerti dalla direzione, ma lei era insofferente e l'unica occupazione che l'interessava era la vita liturgica con le suore, nel primo pensionato, e la messa domenicale nel secondo. Non solo il resto non l'interessava, ma addirittura lo ripudiava, perché, penso, le sembrava che, abbandonandosi ad esso, non le fosse più riconosciuto il ruolo attivo che nella Chiesa, e in società, aveva sempre svolto, nella nostra parrocchia con la lunga esperienza delle mamme catechiste, nella nuova linea catechetica appresa nella vicina università salesiana, alla quale fu bruscamente posto termine in un'era precedente della nostra vita comunitaria.
La Chiesa e l’esperienza religiosa certamente non risolvono il problema dell'esistenza anziana, ma possono essere l’occasione per dare un senso a una condizione di vita che si fa difficile, mantenendosi in un contesto sociale, evitando l’isolamento che, ancor prima dell’età avanzata e della malattia, separa dalla vita. L’anziano può sempre giovarsi , per conservare senso alla sua vita, del fatto di mantenersi in una di quelle che mio zio Achille definiva realtà di mondo vitale, come il nostro gruppo parrocchiale di Azione Cattolica indubbiamente è sempre stato e sempre è. Queste realtà di mondo vitale vanno costruite e mantenute dagli anziani stessi e chiedono un riconoscimento dal resto della Chiesa. Questo, credo, è il vero grido degli anziani che ancora riescono ad essere persuasi della nostra fede e cercano di viverla nella loro attuale condizione.
Penso che tra noi anziani (ho superato i sessant’anni) sarebbe necessaria una autoformazione alla condizione anziana nella Chiesa, per manifestare al meglio la realtà della Chiesa anziana, quale sempre partecipe della missione e di tutte le idealità di un’intera vita. Mio zio Achille, sociologo bolognese, lavorò e sperimentò molto in questo campo, facendo pratica su se stesso e sulla sua cerchia di amici coetanei. Animava, ad esempio, un gruppo di spiritualità. Questo comporta anche una rivendicazione nei confronti delle altre componenti della Chiesa: di essere sempre considerati Chiesa. E anche uno sforzo dell’anziano di superare la mentalità che lo vede molto, troppo, concentrato, sulle due condizioni maggiormente sconvolgenti per lui: il rapido declino fisico e l’approssimarsi della fine. Una dinamica di natura, certo, ma non per questo meno dolorosa e destabilizzante dal punto di vista della psicologia personale. Nella nostra antichità fu osservato che la vecchiaia in se stessa è malattia e certamente nel declino fisico la vecchiaia è assimilabile alla malattia, in particolare alla malattia grave, quella difficilmente curabile e inguaribile nella maggior parte dei casi. Il trapasso all'età anziana è accompagnato, dal punto di vista psicologico, dalle medesime manifestazioni che si osservano nelle persone alla diagnosi della malattia grave: negazione, protesta, accettazione vigile e attiva o abbandono arrendevole. Ma in società la vecchiaia non viene trattata realmente come una malattia perché la si considera, quale essa è, un fatto di tutti, che ad un certo punto tocca a tutti, naturale, legato all'inesorabile passare del tempo, per il quale, ad un certo punto, i viventi scompaiono e ci si limita a farne memoria. Ci si aspetta, allora, dall'anziano un atteggiamento che egli non sembra più tanto disposto ad assumere, quello di chi, ad un certo punto, avvicinandosi la propria fine, è chiamato a confermare il senso della vita che ha proclamato da più giovane e che gli è stato tramandato dalle generazioni precedenti. I più giovani è essenzialmente questo che cercano negli anziani, ma questi ultimi quel senso della vita faticano a mantenerlo soprattutto perché, nella nostra società che ha famiglie parentali piccole e in cui si sfilacciano gli altri legami tra le persone, parentali e non, la condizione anziana tende a separarli dagli altri e il senso della vita è sempre un senso sociale della vita, nessuno lo trova da sé, senza amici, ma direi di più, senza compagni, in una missione che è la vita stessa, nel susseguirsi delle generazioni. E' questa la ragione della perdurante vitalità del nostro gruppo di Azione Cattolica anche se reso vitale da molti anziani: l'essere tutti, anziani, altri adulti e giovani, compagni nella medesima missione ecclesiale, che non differisce da quella di preti e di religiosi. Noi anziani, come ho detto mi ci metto anch'io in quanto ultrasessantenne, cerchiamo il riconoscimento di questa nostra realtà viva, non l'intrattenimento. Ma è quest'ultimo che in genere viene offerto, l'invito alla tombolata, la serata musicale e via dicendo. Quando assistevo mia madre anziana nei pensionati in cui era andata a vivere, dopo una lunga esperienza religiosa come collaboratrice laica in un ordine religioso, una vita da compagna in una missione santa, la incoraggiavo a partecipare agli intrattenimenti offerti dalla direzione, ma lei era insofferente e l'unica occupazione che l'interessava era la vita liturgica con le suore, nel primo pensionato, e la messa domenicale nel secondo. Non solo il resto non l'interessava, ma addirittura lo ripudiava, perché, penso, le sembrava che, abbandonandosi ad esso, non le fosse più riconosciuto il ruolo attivo che nella Chiesa, e in società, aveva sempre svolto, nella nostra parrocchia con la lunga esperienza delle mamme catechiste, nella nuova linea catechetica appresa nella vicina università salesiana, alla quale fu bruscamente posto termine in un'era precedente della nostra vita comunitaria.
La Chiesa e l’esperienza religiosa certamente non risolvono il problema dell'esistenza anziana, ma possono essere l’occasione per dare un senso a una condizione di vita che si fa difficile, mantenendosi in un contesto sociale, evitando l’isolamento che, ancor prima dell’età avanzata e della malattia, separa dalla vita. L’anziano può sempre giovarsi , per conservare senso alla sua vita, del fatto di mantenersi in una di quelle che mio zio Achille definiva realtà di mondo vitale, come il nostro gruppo parrocchiale di Azione Cattolica indubbiamente è sempre stato e sempre è. Queste realtà di mondo vitale vanno costruite e mantenute dagli anziani stessi e chiedono un riconoscimento dal resto della Chiesa. Questo, credo, è il vero grido degli anziani che ancora riescono ad essere persuasi della nostra fede e cercano di viverla nella loro attuale condizione.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
