Note per un tirocinio di democrazia -
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Notes for a apprenticeship in democracy -
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La questione dell’educazione alla
democrazia come origine degli attuali problemi politici italiani
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The question of education to democracy
as the origin of current Italian political problems
Note: after the
text in Italian, I insert the translation in English, made with the help of
Google Translate
In Italia, socialisti e cattolico-sociali considerarono a lungo la
democrazia un metodo politico che avvantaggiava la borghesia, la classe che
controllava la produzione industriale, la classe dei padroni. Infatti, osservavano, essa, basata sul dominio delle
maggioranze, finiva per favorire le minoranze più ricche.
In effetti questo, in Italia, fu
vero fino a che a) dal 1913 i ceti sociali meno ricchi non vennero ammessi al voto,
almeno i cittadini maschi, e b) i partiti di massa socialisti e cattolico-sociale non
organizzarono politicamente i propri aderenti per la partecipazione consapevole
alle elezioni: alle elezioni del 1921, le prime dopo la Prima guerra mondiale (1914-1918),
essi furono i più votati.
Il fascismo mussoliniano, in un clima di gravi violenze sociali, prese
piede dall’anno successivo prima che il lavoro potesse essere consolidato. Il
Concordato tra il Regno d’Italia e il Papato, trattato con il fascismo
mussoliniano e concluso nel 1929, consolidò il dominio del fascismo italiano,
spingendo verso di esso le masse italiane. Il fascismo, poi, organizzò un
proprio nazionalismo condizionato dall’adesione di massa al suo partito. Il 25
luglio 1943, durante la Seconda guerra mondiale, Mussolini fu arrestato per
ordine del Re e dall’8 settembre di quell’anno, dopo l’armistizio concluso con
gli allegati dal nuovo governo italiano, l’Italia fu in gran parte occupata
dall’esercito tedesco.
Nel Nord Italia fu organizzata una guerra partigiana, detta di
Resistenza, contro gli occupanti
tedeschi e il nuovo stato costituito dal Mussolini, la Repubblica sociale
italiana. Contemporaneamente le forze che animavano quella guerra iniziarono a
progettare una nuova repubblica democratica.
Dopo la resa delle forze armate tedesche e fasciste, nell’aprile /
maggio 1945, e soppresso il partito fascista, i partiti democratici, azionisti,
cattolico sociali, comunisti, liberali, repubblicani e socialisti
organizzarono quella repubblica, deliberandone la Costituzione nel 1948, che
entrò in vigore il 1 gennaio 1948.
Da quel momento era necessario organizzare una formazione delle masse
alla democrazia, dopo il lungo dominio su di esse del fascismo clericale.
Tuttavia negli anni ’50 l’unità delle forze che avevano vinto in Europa
il nazismo tedesco e i vari fascismi ad esso alleati si divisero in due blocchi
contrapposti, uno egemonizzato dagli statunitensi e l’altro dai sovietici dell’Unione
Sovietica, il primo ad economia capitalista e istituzioni liberali
democratiche, l’altro ad economia e istituzioni comuniste, di tipo leninista /
staliniano. Questo impedì in Italia, dove la polarizzazione si produsse tra la
Democrazia Cristiana, il partito sostenuto dal Papato e dagli altri vescovi
italiani e in linea con la politica statunitense, e il Partito Comunista
Italiano, in linea con la politica sovietica pur nell’accettazione leale e
partecipe della nuova democrazia repubblicana, quel lavoro di formazione democratica di massa su base nazionale.
La partecipazione alla politica venne sempre mediata per i più dall’appartenenza
a partiti politici di massa che avevano vinto il fascismo: quindi si era prima democratici cristiani, comunisti o
socialisti e poi democratici, e
questo anche per la forte ripresa della diffidenza che aveva fin dalle origini
caratterizzato l’assimilazione della democrazia da parte dei cattolici e dei socialisti, dai quali si erano staccati
i comunisti divenendo, dal 1948, la maggior forza di opposizione. Cattolici e
socialisti temevano di veder negati i propri valori da maggioranze politiche
formate in ambito democratico. Gli uni e
gli altri ritenevano di avere valori non negoziabili da difendere e fecero
fatica ad assimilare i valori della democrazia, che in realtà non li negava ma
che dai primi scaturivano.
Tutto questo è spiegato molto bene in questo brano, tratto dal libro di
Pietro Scoppola (storico di tendenza cattolico-democratica - 1925-2007), Lezioni sul Novecento, che vi consiglio di acquistare (è
disponibile anche in e-book - richiede una preparazione culturale a livello di
quella che ci si attende da chi ha un titolo di studio di scuola media
superiore):
«La democrazia non si fonda sui valori
dell’odio verso il nemico, sui principi di un Paese armato che deve affermare la
sua potenza nel mondo; essa, al contrario, si basa sul senso di solidarietà fra
gli uomini e sul riconoscimento del binomio diritti-doveri come costitutivi della
cittadinanza democratica. Il problema,
dunque, non è quello di sostituire alla Resistenza armata la Resistenza civile,
come alcuni hanno cercato di fare, ma di ammettere la presenza, sullo stesso
piano, di varie forme di Resistenza: la Resistenza armata; quella [dei militari] italiani (quali 600.000) che rifiutarono di obbedire ai nazisti e
furono deportati in Germania nei campi di concentramento; ancora, più
molecolarmente, per passaggi continui, la solidarietà spontanea popolare agli
ebrei, agli sfollati, e perfino l’azione, a tutela della cittadinanza, delle autorità
italiane che teoricamente erano legate ai tedeschi. L’insieme di questi
elementi ha costituito una riserva morale radicalmente alternativa all’ideologia
fascista e ha permesso al Paese di ricostruirsi su valori democratici.
[…]
Perché, allora, partendo da questa
cittadinanza nascente ci ritroviamo dopo cinquant’anni, di nuovo, con un’identità
nazionale in crisi?
[…]
Le risposte alle domande sulle
attuali difficoltà italiane devono essere cercate nell’evoluzione dei primi
cinquant’anni della Repubblica, e non all’atto della sua fondazione. Fra i temi
da esaminare per cercare di affrontare l’argomento, uno non è stato probabilmente ancora analizzato: la
mancata formazione alle cittadinanza.
[…]
E’ evidente che il
legame tra nazione e cittadinanza consapevole diventa un elemento
indispensabile per raggiungere una forte coesione nazionale.
[…]
Mentre declina la prospettiva di un’educazione
alla democrazia, emergono con forza le identità di partito. Il passaggio dal
fascismo alla democrazia avviene principalmente sulla base dell’eredità della
mobilitazione di massa creata - con obiettivi chiaramente differenti - dal
fascismo. La capacità dei partiti popolari di mobilitare un’adesione diffusa -
al partito come allo Stato nato dalla nuova Costituzione - appare comunque cosa
diversa dal rispetto al consenso pieno alla democrazia, al sentimento di una
cittadinanza comune. Questo meccanismo, che presuppone un canale di
appartenenza partitica come strumento necessario di adesione alle basi del
nuovo Stato - legato al clima di guerra fredda e della contrapposizione
ideologica -, contribuì alla formazione delle cosiddette “identità separate”.
Prima ancora che cittadini italiani, si era cattolici, comunisti, laici, tutti
rappresentanti di identità separate e concorrenti.
[…]
Riassumendo: nei venti mesi dell’occupazione
tedesca abbiamo avuto il formarsi spontaneo di una nuova identità collettiva
fondata non più su quell’idea di nazione proveniente dalla tradizione
risorgimentale [Risorgimento:
nell’Ottocento, il movimento per l’unificazione nazionale italiana sotto un
regime politico di democrazia liberale] che
il fascismo aveva impoverito dissociandone l’idea di libertà, ma su diverse
forme di Resistenza e di solidarietà spontanea, molecolare. La successiva
istituzionalizzazione non avviene nel
senso della cittadinanza democratica complessiva, ma attraverso identità
separate. E’ questa la prima fase di un lungo e articolato processo che spiega
l’attuale crisi nazionale. E’ chiaro che
nel momento in cui entrano in crisi i partiti tradizionali rimane un vuoto, non
essendosi formata un’identità collettiva comune; la debolezza delle “identità
di parte” restituisca così il senso di una crisi d’insieme.»
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa, Roma, Monte Sacro, Valli
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The question of education to democracy
as the origin of current Italian political problems
In Italy, socialists and
social-catholics long considered democracy a political method that benefited
the bourgeoisie, the class that controlled industrial production, the class of
the bosses. In fact, they observed, based on the domination of majorities,
ended up favoring the richest minorities.
In fact this, in Italy, was true until a) since 1913 the less wealthy social classes were not allowed to vote, at least the male citizens, and b) the socialist and Catholic-social mass parties did not organize their members politically for conscious participation in the elections: in the 1921 elections, the first after the First World War (1914-1918), they were the most voted.
Mussolini's fascism, in a
climate of serious social violence, took hold the following year before work
could be consolidated. The Concordat between the Kingdom of Italy and the
Papacy, dealt with Mussolini's fascism and concluded in 1929, consolidated the
dominion of Italian fascism, pushing the Italian masses towards it. Fascism, then,
organized its own nationalism conditioned by mass adherence to its party. On 25
July 1943, during the Second World War, Mussolini was arrested by order of the
King and from 8 September of that year, after the armistice concluded with the
annexes by the new Italian government, Italy was largely occupied by the German
army.
In Northern Italy a partisan war was organized, called the Resistance,
against the German occupiers and the new state constituted by Mussolini, the
Italian Social Republic. At the same time the forces that animated that war
began to design a new democratic republic.
After the surrender of the
German and fascist armed forces, in April / May 1945, and suppressed the
fascist party, the democratic parties, shareholders, Catholic social, communists,
liberals, republicans and socialists organized that republic, deciding on the
Constitution in 1948, which entered into force on 1 January 1948.
From that moment it was
necessary to organize a formation of the masses for democracy, after the long
domination of them by clerical fascism.
However, in the 1950s the
unity of forces that had won German Nazism in Europe and the various fascisms
allied to it were divided into two opposing blocs, one dominated by the
Americans and the other by the Soviets of the Soviet Union, the first with an
economy. capitalist and liberal democratic institutions, the other a communist
economy and institutions, of the Leninist / Stalinist type. This prevented in
Italy, where the polarization occurred between the Christian Democrats, the
party supported by the Papacy and the other Italian bishops and in line with US
politics, and the Italian Communist Party, in line with Soviet politics even in
loyal acceptance and participating in the new republican democracy, that work
of democratic formation of mass on a national basis.
Participation in politics was always mediated for the most part by
belonging to mass political parties that had conquered fascism: so we were
first Christian democrats, communists or socialists and then democrats, and
this was also due to the strong recovery of the mistrust that had from the
origins characterized the assimilation of democracy by Catholics and
socialists, from which the communists had detached themselves, becoming, from
1948, the greatest opposition force. Catholics and socialists feared that their
values were denied by political majorities formed in a democratic
environment. Both believed that they had non-negotiable values to defend and
found it difficult to assimilate the values of democracy, which in reality
did not deny them but originated from them.
All this is very well
explained in this passage, taken from the book by Pietro Scoppola (a historian
of Catholic-democratic tendency - 1925-2007), Lessons on the Twentieth Century,
which I recommend you buy (it is also available in e-book - requires
preparation) cultural at the level of what is expected from those with a high
school diploma):
«Democracy
is not based on the values of hatred towards the enemy, on the principles of
an armed country that must assert its power in the world; on the contrary, it
is based on the sense of solidarity among men and on the recognition of the
binomial rights-duties as constitutive of democratic citizenship. The problem,
therefore, is not that of replacing the armed resistance with civil resistance,
as some have tried to do, but of admitting the presence, on the same level, of
various forms of Resistance: armed resistance; that of [the Italian military]
(such as 600,000) who refused to obey the Nazis and were deported to concentration
camps in Germany; still, more molecularly, for continuous passages, the
spontaneous popular solidarity to the Jews, the displaced persons, and even the
action, to protect citizenship, of the Italian authorities that were
theoretically linked to the Germans. The combination of these elements has
constituted a moral reserve radically alternative to the fascist ideology and
has allowed the country to rebuild itself on democratic values.
[...]
Why, then, starting from this nascent
citizenship we find ourselves again after fifty years, again, with a national
identity in crisis?
[...]
The
answers to the questions on the current Italian difficulties must be looked for
in the evolution of the first fifty years of the Republic, and not at the time
of its foundation. Among the topics to be examined to try to address the topic,
one was probably not yet analyzed: the lack of citizenship training.
[...]
It is evident that
the link between nation and conscious citizenship becomes an indispensable
element to reach a strong national cohesion.
[...]
While
the prospect of education for democracy declines, party identities emerge
forcefully. The transition from fascism to democracy takes place mainly on the
basis of the legacy of mass mobilization created - with clearly different
objectives - from fascism. The capacity of the popular parties to mobilize
widespread adhesion - to the party as well as to the State born of the new
Constitution - appears however something different from respect for the full
consensus of democracy, the feeling of a common citizenship. This mechanism,
which presupposes a channel of party affiliation as a necessary instrument of
adhesion to the foundations of the new state - linked to the climate of cold
war and ideological opposition -, contributed to the formation of the so-called
"separate identities". Even before being Italian citizens, they were
Catholics, Communists, lay people, all representatives of separate and
competing identities.
[...]
To sum up: in the
twenty months of the German occupation we had the spontaneous formation of a
new collective identity founded no more on that idea of nation coming from the
Risorgimento tradition [Risorgimento: in the nineteenth century, the movement
for the Italian national unification under a regime political of liberal
democracy] that fascism had impoverished by dissociating the idea of freedom,
but on different forms of resistance and spontaneous, molecular solidarity. The
subsequent institutionalization does not take place in the sense of overall
democratic citizenship, but through separate identities. This is the first
phase of a long and complex process that explains the current national crisis.
It is clear that when the traditional parties are in crisis it remains a void,
as a common collective identity has not been formed; the weakness of the
"part identity" thus restores the sense of an overall crisis.»
Mario Ardigò - Catholic Action Group in
the Catholic parish of "Saint Clemente pope" - Rome, Monte Sacro
district, Valli