Se potessimo riunirci in parrocchia, qui alle Valli, noi tutti che frequentiamo abitualmente questo blog, io a scrivere e voi a leggere, tutti riflettendo e progettando, probabilmente riempiremmo la chiesa, che sarebbe l'unico locale in grado di accoglierci. Per noi dell'AC parrocchiale, che abitiamo qui vicino, basta invece la sala rossa. Sarebbe bello, però, trovarci tutti insieme, ma i più dovrebbero fare lunghi viaggi, perché la telematica contemporanea sembra annullare lo spazio e le frontiere, che tuttavia esistono. Non è la stessa cosa incontrarsi e leggersi. E non si può veramente sperimentare l'amicizia, e quindi l'agàpe come la intendiamo in religione, senza incontrarsi. Così come non è possibile conoscere veramente la democrazia senza praticarla incontrandosi. E tuttavia, anche quest'inizio di relazioni che è consentito dalla telematica ha una sua funzione e utilità. Ecco dunque che, nel molto materiale disponibile su questo blog, ancora non bene indicizzato, i lettori hanno individuato il contenuto che trascrivo di seguito, del quale avevo perso precisa memoria e che risulta pubblicato il 31 luglio di tre anni fa, alla vigilia delle mie ferie estive. Mi pare che si inserisca bene nel discorso sulla democrazia che vado svolgendo.
Un caro saluto a tutti.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
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Fare politica in spirito di carità
(31-7-2017)
Quando il papa Achille Ratti - Pio 11°, nel
1927, diceva agli universitari cattolici della FUCI, la Federazione
Universitaria Cattolica Italiana, queste parole (trattando per la prima volta nella dottrina sociale moderna di carità politica)
«I giovani talora si chiedono se, cattolici come sono, non debbano fare alcuna politica. Ed ecco che, dedicando il loro studio ai suddetti argomenti, vengono a porre in se stessi le basi della buona, della vera, della grande politica, quella che è diretta al bene sommo e al bene comune, quello della polis, della civitas, a quel pubblico bene, che è la suprema lex a cui devono esser rivolte le attività sociali. E così facendo essi comprenderanno e compieranno uno dei più grandi doveri cristiani, giacché quanto più vasto e importante è il campo nel quale si può lavorare, tanto più doveroso è il lavoro. E tale è il campo della politica, che riguarda gli interessi di tutta la società, e che sotto questo riguardo è il campo della più vasta carità, della carità politica, a cui si potrebbe dire null'altro, all'infuori della religione, essere superiore.
non pensava alla
politica democratica, a quella che oggi dobbiamo praticare in Italia.
In Italia
si era all’epoca del fascismo storico trionfante e da tempo si stava trattando
per superare la questione romana, le pretese rivendicate dal papato
sulla città di Roma e sull’Italia dopo la conquista militare del suo piccolo
regno nell’Italia centrale, nel 1870, da parte del Regno d’Italia. A breve
sarebbero stati compiuti due atti formali che avrebbero spinto i cattolici
italiani alla collaborazione con le istituzioni del regime fascista italiano,
in particolare nel sistema delle Corporazioni che organizzava, inquadrandole
nel sistema statale, le forze del lavoro. Si tratta dei Patti
Lateranensi, conclusi nel 1929 dal rappresentante del papa Ratti e dal capo
del governo Benito Mussolini, in rappresentanza del Regno d’Italia, e
dell’enciclica Il quarantennale, del 1931, in occasione dei
quarant’anni dalla prima enciclica sociale contemporanea,
la Le novità, del papa Vincenzo Gioacchino Pecci.
Tuttavia presto
gli universitari cattolici e gli aderenti al movimento di Azione cattolica
denominato Laureati Cattolici, sorto tra i fucini laureati, i rami
intellettuali dell’Azione Cattolica, colsero l’opportunità del
collegamento tra politica e carità, che rendeva lecito dal punto di vista
dottrinale conciliare quelle due dimensioni, per
progettare un futuro dell’Italia diverso da quello prospettato dal fascismo e,
in particolare, una politica democratica. Bisogna ricordare che quest’idea era
stata scomunicata all’inizio del secolo, dallo stesso
papa della Le novità, il Pecci - Leone 13°, con l’enciclica Le
gravi [controversie] sociali, del 1901. Lo stesso
magistero papale virò verso questa concezione democratica a partire dal 1944,
quando, constatando la rovina dell’Italia causata dalla guerra mondiale in cui
dal 1940 il Mussolini aveva portato la nazione al seguito del despota nazista
Adolf Hitler, il papa Eugenio Pacelli, nel radiomessaggio natalizio del 1944,
incoraggiò i cattolici sulla via della democrazia. La piena accettazione delle
democrazia come regime politico maggiormente conforme allo spirito di carità si
ebbe però molto più tardi, con l’enciclica Il Centenario, diffusa
nel 1991 dal papa Karol Wojtyla in occasione dei cento anni
dall’enciclica Le novità. Tra il 1891 e il 1991 si è avuto quindi un
completo ribaltamento del magistero papale sulla democrazia, condannata
addirittura come eretica all’inizio e alla fine proposta come regime politico
più conforme alla dignità umana. Con il Wojtyla si ebbe invece una ripresa
della polemica con il socialismo, che era molto forte nell’enciclica Le
novità. Ma quanto a questo la situazione storica era molto diversa:
nel 1891 il socialismo era in forte espansione, in particolare tra gli operai
europei, mentre nel 1991 era in crisi terminale.
Che significa
questo nesso tra politica e carità, che secondo il magistero ci deve essere?
Dipende da che cosa si intende per politica e per carità. Politica significa governo
della società. Carità, in senso religioso secondo la nostra fede, è
far posto agli altri come in un benevolo convito dove ce n’è per tutti. In
spirito di carità religiosa non è lecito fare esclusioni: tutti significa tutti.
Prefigura un nuovo ordine mondiale. C’è appunto questo in due documenti
normativi molto importanti in religione, le Costituzioni Luce per le
genti e La gioia e la speranza diffusi
dal Concilio Vaticano 2°, tenutosi a Roma tra il 1962 e il 1965. Tra quei due
poli c’è la democrazia, che significa governo del popolo, ma
anche per il popolo e mediante il popolo.
E’ appunto questa la definizione che ne diede il presidente statunitense Abramo
Lincoln in un celebre discorso tenuto a Gettysburg nel 1863, durante la Guerra civile tra gli stati del nord e quelli del sud, inaugurando un
cimitero militare:
[…]we here highly resolve that these dead shall not have died in vain—that
this nation, under God, shall have a new birth of freedom—and that government
of the people, by the people, for the people, shall not perish from the earth.
Siamo fortemente
determinati a far sì che questi morti non siano morti invano, che questa
nazione, al cospetto di Dio, abbia una rinascita di libertà, e che il governo
del popolo, mediante il popolo e per il popolo non scompaia dalla terra.
Nella concezione
fascista il popolo era il popolo italiano, inteso come gente che era nata da italiani da generazioni, quindi di stirpe italiana, e che per questo aveva un
po’ la stessa faccia. Si pensava ad una razza fascista,
una variante umana italica, che in realtà non è mai esistita.
L’altro giorno un politico, parlando di sostenere le famiglie italiane, ha
detto che bisogna farlo perché la nostra razza non
scompaia: non se ne è reso conto, perché è una persona che politicamente vuole
collocarsi in ambito democratico, ma ha sviluppato un’idea fascista. C’è questa
concezione al fondo della decisione di attribuire la cittadinanza italiana a
persone che abbiano nonni italiani, anche se non hanno altro legame con
l’Italia, e addirittura di farle votare alle nostre elezioni politiche. L’altro
giorno si è saputo che il ministro australiano Matt Canavan si è dovuto
dimettere perché ha scoperto di avere anche la
cittadinanza italiana e in Australia non si può essere ministri avendo la
doppia cittadinanza. Nel 2007 sua madre, nata da italiani, chiese e ottenne la
cittadinanza italiana, così sembra che sia diventato cittadino italiano, a
sua insaputa, anche il figlio, appunto Matt Canavan, all’epoca
venticinquenne. Ma è davvero andata così? Davvero non c’è stato necessità di
altro? Sulla stampa sono state riportate queste dichiarazioni del ministro
dimissionario: “Non sono nato in Italia, non ci sono mai stato e per quanto
ne sappia non ho neanche mai messo piede nel consolato o nell’ambasciata
italiana. Sapevo che mia madre fosse diventata cittadina italiana, ma non
avevo idea di esserlo anch’io, né avevo mai chiesto di diventarlo”. Ecco
dunque un signore australiano che è diventato italiano senza
aver altro legame con l’Italia che i suoi nonni, per diritto di sangue.
E da noi ci sono tantissimi ragazzi che sono nati in Italia,
parlano italiano, hanno studiato in Italia, pensano in italiano, agiscono come
italiani, amano l’Italia e gli italiani, vorrebbero con tutte le loro
forze essere cittadini italiani e non possono diventarlo perché sono nati da
stranieri. Per condanna di sangue sono
esclusi, l’Italia non è loro, né per loro, né mediante loro. Non potranno
votare da noi e se vanno in visita alla Camera dei deputati con la loro classe
scolastica, come è accaduto, vengono cortesemente accompagnati alla porta. Il
Canavan vi sarebbe invece ammesso, caso mai gli capitasse di passare per l’Italia,
perché è anche cittadino italiano. Avrebbe probabilmente
bisogno dell’interprete per farsi capire bene, perché l’italiano che sa risale
all’infanzia, se mai la madre gli ha parlato nella nostra lingua.
“Noi il popolo
degli Stati Uniti”, è l'espressione con la quale si apre la Costituzione degli Stati Uniti
d’America, entrata in vigore nel 1789, uno degli atti fondamentali della prima
rivoluzione democratica moderna, quella statunitense, insieme alla
Dichiarazione di Indipendenza nel 1776. Quel noi non
comprendeva la popolazione schiava, composta di genti africane deportate in
America, che viveva negli Stati Uniti, una parte rilevante della popolazione
residente. Ma neanche tutto il resto del mondo. Ma, con tutto ciò, era un atto
lungimirante, che poteva prefigurare una rivoluzione molto più vasta, globale:
in qualche modo i rivoluzionari statunitensi avevano parlato a nome dell’intera
umanità, non solo di un popolo, ma
di tutti i popoli della Terra, quando avevano
proclamato, nella loro Dichiarazione di indipendenza:
Noi riteniamo che le seguenti verità
siano di per sé stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati
uguali, che essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti
inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che allo
scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i
quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che
ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo tende a negare tali fini, è
Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo Governo, che
si fondi su quei principi e che abbia i propri poteri ordinati in quella guisa
che gli sembri più idoneo al raggiungimento della sua sicurezza e felicità.
Non si può rivendicare il diritto
alla democrazia senza riconoscerlo a tutti. Ne siamo
consapevoli?
Settant’anni di democrazia
avanzata hanno inciso meno profondamente nella cultura popolare dei vent’anni
del fascismo storico. Perché? La vera ragione è molto dura da accettare,
specialmente per noi cattolici. E’ che fascismo e dottrina sociale si erano
profondamente integrati e questo ha determinato una vera e propria tradizione,
di genitori in figli, che è giunta anche tra noi. E qualche volta, quando si
parla del buon cattolico, non ci si rende conto di tratteggiare la
figura del fascista cattolico, approvata dal magistero ai tempi
della compromissione con il regime fascista storico, a cavallo tra gli anni
Venti e Trenta. Lo si fa il più delle volte senza rendersene conto, ripetendo
atteggiamenti che si sono imparati da piccoli, dai nostri genitori, i quali a
loro volta li hanno imparati dai loro. Questa ideologia di conciliazione tra
fede e fascismo si è radicata fortemente nelle nostre genti di fede al
tempo in cui l’Azione Cattolica, la potente agenzia culturale e politica
(oltre che naturalmente religiosa) creata dal papato nel 1906, si
fascistizzò, ad eccezione dei suoi rami intellettuali, della
FUCI e dei Laureati Cattolici. Abbiamo, così, in qualche modo, succhiato
il clerico-fascismo con il latte delle nostre madri.
Sarebbe possibile realizzare una tradizione democratica nella
fede altrettanto forte? Perché no? Tutto però dipende da che
cosa, e soprattutto da chi, consideriamo per popolo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli