Impegno
Ieri, dopo la Messa, una signora che sembrava sui
settant’anni, comunque apparentemente ben conservata, ha avvicinato
mia moglie complimentandosi per come aveva cantato. Le ho proposto di
partecipare al coro, secondo l’invito del parroco durante la celebrazione. Ma
lei ha sussurrato «no,no…», senza dare giustificazioni. Ci siamo salutati
e ognuno per la sua strada. Chissà come si chiamava e come vive la sua fede.
Era anziana certo, ma non tanto di più di me e di mia moglie. E poi, a chi
bisognerebbe chiedere un maggior impegno in parrocchia, visto che è frequentata
da tanti anziani? Ci sono, certo, ma in genere vivono la parrocchia un po’ come
spettatori a teatro. Vengono, giudicano, ma non si confondono con gli attori.
Per conoscersi meglio bisognerebbe farlo. E se non ci si conosce meglio, non si
impara mai a lavorare insieme. Allora tutto ricade sulle spalle dei preti. E
poi ci si lamenta del clericalismo.
D’altra parte, quando ci si incontra, non si ha
pratica del lavoro collettivo, nessuno l’ha insegnato, in fondo, nella
formazione religiosa. Si finisce per sprecare il poco tempo che c’è. Quando
parlare? Che dire? Quando, invece, ascoltare? Come collegarsi a quello che gli
altri hanno detto, fatto o proposto? E, innanzi tutto, si deve farlo, si deve
tenerne conto, o ognuno deve dire la propria opinione e
finisce lì? Il più delle volte si replica il metodo (pessimo) che si vede
attuato in televisione: ognuno dice la sua e, in caso di dissenso, si cerca di
sovrastare, gridando, i dissenzienti e li si insulta. Piacerebbe prevalere, ma
una volta che lo si è ottenuto, piacerebbe però che a lavorare fossero gli
altri. Abbiamo molti aspiranti registi, pochi attori. Ma poi, perché si
dovrebbe essere solo attori, seguendo un copione scritto da
altri?
I giochi collettivi che una volta i fanciulli e i
ragazzi facevano in parrocchia e nei giardinetti di via Val Padana, prima
dell’attuale trasformazione che li impedisce e, comunque, li scoraggia,
servivano proprio a lavorare insieme. Tempi, regole, ruoli: erano decisi
d’accordo e poi si passava subito a praticare quell’accordo. Però i più forti
finivano con il prevalere. In una società religiosa i principi dovrebbero
essere altri. Ma dove farne tirocinio? Si sta insieme poco tempo e neanche ci
si conosce bene, o addirittura per nulla.
Vivendo la fede da separati in casa, si finisce per
divenire un po’ eccentrici, in particolare si perde di vista la cattolicità della
nostra Chiesa, che non è solo in via Val Padana e dintorni, ma si dispiega su
tutta la Terra. Si è in una Diocesi, ma il Vescovo in fondo rimane per noi un
benedicente e simpatico personaggio sacro la cui immagine non si distacca molto
da quella dei suoi predecessori, anche se ormai defunti, e dunque ha un po',
per noi, la stessa consistenza dei due San Clemente (statua e
dipinto) collocati nella chiesa parrocchiale, e insomma non ha molta
realtà nelle nostre vite: lo veneriamo come tanti santi uomini del passato
lontano e recente, ma al dunque conta poco per quello che si fa in parrocchia.
Ed è il Papa! Di lui almeno ricordiamo il nome, degli altri Vescovi che lo
aiutano qui a Roma forse nemmeno quello ricordiamo, o addirittura non lo
conosciamo. Ha dato delle indicazioni sul da farsi qui da noi? O beh, boh!…Chi
lo sa? Dove è scritto (la Diocesi ha un bel sito WEB, con una
sezione dedicata proprio a questo)? Insomma, al dunque, quando si va al
sodo e si cerca di programmare qualche attività, non si sa che pesci prendere e
si tira fuori la mercanzia che abbiamo accumulato nelle nostre esperienza
particolari, ad esempio l’idea di insegnare ai genitori dei bambini e ragazzi
del catechismo a fare i genitori. E con quale competenza, poi?
Ancora: l’idea di mettere in riga i nostri figli. Mi
risentii un po’ quando un parroco del passato lo propose, all’incontro con noi
genitori dopo la Prima Comunione di una delle nostre figlie. Avremmo dovuto
mandarla al catechismo per la Cresima, in particolare fatto anche in casa loro
da genitori di altre famiglie più avanti ecc., perché
la mettessero in riga o cose simili. Non mi contenni e
osservai che mia figlia aveva già dei genitori. Il parroco si scocciò alquanto,
e lo diede a vedere, e mia moglie mi diede una gomitata per ingiungermi di
stare zitto. E stetti zitto. Del resto che risultato avrei ottenuto? Quello lì,
poverino lui (e noi), era veramente convinto che lui e i suoi aiutanti
avrebbero saputo insegnarmi la genitorialità e metter
in riga mia figlia. Io, molto meno. Da dove prendevano tanta sicurezza? Dai
Vangeli? C’è veramente pochissimo di utile, direi nulla. Dal resto della
Scrittura? Una famiglia basata sul maschilismo patriarcale, e magari
addirittura sulla poligamia? La genitorialità la si
impara facendone esperienza, provando e riprovando, sbagliando e correggendosi.
E il comando fondamentale che mi pare di poter trarre dal vangelo è di non
esasperare i propri familiari e di cercare di mantenere una fedeltà amorevole verso
di loro. Facile a dirsi, ma dopo un lungo tirocinio, che ad esempio ai preti e
ai religiosi manca, se ne può parlare agli altri anche con più con cognizione
di causa, esponendo strategie che hanno funzionato, e allora non si tratta più
solo di chiacchiere. Altrimenti rimane un detto, aria fritta
cioè. Certe catechesi inflitte ai genitori da parte di sedicenti maestri
e/o esperti sembrano fatte apposte per esasperarli, e non servono a nulla, se
non a farli contare con impazienza i minuti che restano alla fine di
quell’esperienza fastidiosa, mentre nella mente si forma il pensiero "Mai
più!".
Un buon metodo per imparare a lavorare insieme,
prendendosi responsabilità e cercando di aiutarsi gli uni con gli altri, è
stato quello che ho sperimentato da bambino e da ragazzo tra gli scout della
parrocchia degli Angeli Custodi, a piazza Sempione. Certe cose che imparai
allora, anche nella fede, mi sono rimaste dentro per tutta la vita e ancora mi
servono e mi orientano. Una vera progressione verso l’amicizia solida, in un
periodo della vita in cui tutto sembra franare e ricostruirsi giorno per
giorno. E’ un metodo basato sull’assunzione di responsabilità, per cui si
propone e quello che si riesce a decidere insieme si fa tutti insieme. E’ il
senso della promessa scout, che ti rimane dentro anche da grande.
Una progressione che è bene narrata nel film sulle Aquile
randagie in uscita in questi giorni, che racconta di un gruppo
di scout cattolici della Lombardia che decisero di continuare le attività anche
dopo che lo stato fascista li aveva sciolti d’autorità. Nel disastro della
guerra civile italiana che seguì la disfatta militare nella Seconda guerra
mondiale e travagliò la fine del regime mussoliniano e gli italiani tutti, si
impegnarono ad aiutare i perseguitati politici o razziali che cercavano di
fuggire nella vicina Svizzera. Passarono rapidamente dal tirocinio alla vita
vera, alla quale si erano preparati in quelle condizioni tanto difficili.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma,
Monte Sacro, Valli