mercoledì 24 aprile 2019

Teresio Olivelli: un esempio di maturazione di un impegno politico e di una spiritualità antifascista, al tempo della Resistenza italiana (1943-1945)


La Preghiera del Ribelle

di Teresio Olivelli e Carlo Bianchi
 
Signore, che fra gli uomini drizzasti la Tua Croce segno di contraddizione,
che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dominanti, la sordità inerte della massa,
a noi, oppressi da un giogo numeroso e crudele che in noi e prima di noi ha calpestato Te fonte di libera vita,
dà la forza della ribellione.
Dio che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi:
alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà, moltiplica le nostre forze, vestici della Tua armatura.
Noi ti preghiamo, Signore.
Tu che fosti respinto, vituperato, tradito, perseguitato, crocifisso, nell'ora delle tenebre ci sostenti la Tua vittoria: sii nell'indigenza viatico, nel pericolo sostegno, conforto nell'amarezza.
Quanto piú s'addensa e incupisce l'avversario, facci limpidi e diritti.
Nella tortura serra le nostre labbra.
Spezzaci, non lasciarci piegare.
Se cadremo fa' che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente e a quello dei nostri Morti a crescere al mondo giustizia e carità.
Tu che dicesti: ``Io sono la resurrezione e la vita'' rendi nel dolore all'Italia una vita generosa e severa.
Liberaci dalla tentazione degli affetti: veglia Tu sulle nostre famiglie.
Sui monti ventosi e nelle catacombe della città, dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo: sia in noi la pace che Tu solo sai dare.
Signore della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore.
TERESIO OLIVELLI: DIVENTA BEATO IL RIBELLE PER AMORE
Famiglia Cristiana 02/02/2018 
Teresio Olivelli fu docente, alpino, partigiano: morì in un lager. La cerimonia della beatificazione sabato 3 febbraio, a Vigevano, in provincia di Pavia. L’attualità di una fede giovane e creativa nel ritratto fatto dal postulatore, monsignor Paolo Rizzi
di Manuel Gandin

«Non ho eroici furori. Solo desidero fondermi nella massa, in solidarietà con il popolo che senza averlo deciso combatte e soffre». Così scrive Teresio Olivelli nel 1941, allo zio materno don Rocco Invernizzi, prima di partire volontario per la Russia.
Era un alpino, Olivelli, sottotenente della divisone Tridentina, un alpino particolare, così tanto da essere prossimo alla beatificazione, che avverrà il 3 febbraio nel Palazzetto dello sport di Vigevano. Il postulatore di Olivelli è monsignor Paolo Rizzi, che dice: «C’è un’icona, simbolica memoria del martirologio cristiano nei lager nazisti: Teresio Olivelli, nel campo di concentramento di Flossenbürg, pur destinato a una situazione di più facile speranza, sceglie di andare con la maggioranza dei giovani a Hersbruck, dove la morte, invece, è quasi certa».
«Nell’atto di compiere questo gesto d’amore immenso, si rivolge a chi gli sta accanto e dice: “Non posso lasciarli soli, vado con loro”», prosegue monsignor Paolo Rizzi. «Teresio Olivelli è un eroe cristiano dei nostri tempi, espressione dell’opposizione cattolica alle idee neopagane del nazismo e può essere additato alla gioventù moderna come modello coerente di fede, speranza e carità, da lui professate con coraggio fino all’estremo sacrificio».
Comasco di Bellagio, nel 1941 Teresio Olivelli ha 25 anni. Nel 1938 si è laureato in Giurisprudenza, a Pavia. Da studente militava nell’Azione cattolica. Dopo la laurea è assistente alla cattedra di Diritto amministrativo dell’Università di Torino e aderisce al fascismo. Non per motivazioni ideologiche. Al contrario, è convinto che solo “dentro” il fascismo potrà concorrere a cristianizzare quella dottrina. L’entrata in guerra dell’Italia lo convince a prestare il servizio militare nonostante possa usufruire del rinvio. L’anno dopo, la Russia: Olivelli pensa che in guerra non debbano andare solo le classi sociali più umili.

RUSSIA, VICINO AI FERITI

Monsignor Rizzi sottolinea: «Al fronte si occupava dei suoi soldati, dividendo il cibo anche quando scarseggiava per sé. Li radunava di sera, li faceva pregare con il rosario; li spronava e li confortava». I più giovani erano scoraggiati, alcuni per darsi forza si ubriacavano, altri non facevano che imprecare, bestemmiare, maledire chi li aveva mandati là. «Lui rispondeva con parole e gesti di carità. Mancava il cappellano e allora si offrì anche per un aiuto religioso». Durante la ritirata Olivelli aiutò i feriti, che senza di lui non ce l’avrebbero fatta. Eloquente il giudizio di un alpino che gli deve la vita: «In guerra non fu eroe delle battaglie, ma della carità».
Dopo l’8 settembre 1943 Olivelli entra nella Resistenza cattolica bresciana. Monsignor Carlo Manziana, allora religioso dell’Oratorio della pace di Brescia, ricorda: «Con lui l’oggetto degli incontri non era come condurre la Resistenza, quanto piuttosto come formare i giovani alla libertà in senso cristiano». Teresio aiuta i resistenti delle Fiamme Verdi e scrive la preghiera Signore, facci liberi, conosciuta come Preghiera dei ribelli per amore. Con questa insegna ai partigiani cattolici che la prima libertà da conquistare è interiore, da chiedere al Signore affinché liberi il cuore da odio, vendetta, rancore, ritorsioni. Fonda il giornale Il Ribelle e scrive: «Siamo contro una cultura fratricida; la nostra rivolta non va contro questo o quell’uomo, è rivolta dello spirito. Lottiamo per una più vasta e fraterna solidarietà degli spiriti».

NEI LAGER
  
Arrestato a Milano nel 1944, è trasferito nel campo di Fossoli, poi a Bolzano e da lì in Germania, a Flossenbürg, prima, e infine a Hersbruck, dove si prende cura dei più deboli e malati. I nazisti infieriscono, sottoponendolo a continue violenze: il suo atteggiamento religioso è un ostacolo alla politica d’annichilimento fisico e morale dei “nemici”. Muore il 17 gennaio 1945 in seguito alle percosse subite. Dice monsignor Rizzi: «La sua beatificazione arriva in un momento importante e appropriato, quando i cattolici italiani hanno bisogno di ritrovare le loro migliori radici anche sul versante della testimonianza nel sociale».
Il trasferimento a Hersbruck non lo impaurì, nonostante la fama tremenda di quel campo? «No», conferma monsignor Rizzi. «In quel luogo d’orrore ha vissuto di preghiera fino alla morte, nonostante fosse proibito manifestare sentimenti religiosi, e a ogni suo compagno ha offerto una parola di coraggio. Il suo intento era portare ai sofferenti la consolazione del Signore, permettere alla carità la vittoria anche in un ambiente terribile come il lager. Ma i persecutori nazisti rifiutavano e odiavano quella carità, espressione della sua fede che sfidava la loro violenza. Il prossimo beato si è fatto compagno di strada dei suoi fratelli più fragili condividendone le fatiche della vita. Un difensore dei deboli, nella logica del farsi prossimo a imitazione di Gesù, il buon Samaritano».

dal Dizionario Biografico degli Italiani Treccani on line

OLIVELLI, Teresio
di Saretta Marotta - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 79 (2013)
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OLIVELLI, Teresio. – Nacque a Bellagio (Como) il 7 gennaio 1916, secondogenito di Domenico (1883-1954) e di Clelia Invernizzi (1886-1981).
Grande influenza su di lui ebbe il fratello della madre, don Rocco Invernizzi, parroco a Tremezzo, suo punto di riferimento culturale e spirituale di tutta una vita.
Le difficoltà economiche costrinsero gli Olivelli a frequenti spostamenti in territorio lombardo: nel 1921 a Carugo, nel 1923 a Zeme, nel 1926 infine a Mortara. Qui Teresio dal 1927 entrò nell’Azione Cattolica (AC) della parrocchia di S. Lorenzo, retta da don Luigi Dughera, in cui rimase fino al 1938; la conduzione del doposcuola per gli studenti meno abbienti lo portò nel 1932 ad assumere il ruolo di delegato studenti, incarico che ricoprì fino al 1936, contemporaneamente all’impegno nella conferenza di S. Vincenzo de’ Paoli, alla quale si iscrisse nel novembre 1933.
A partire dal 1931 frequentò col fratello Carlettore (1912-1984) il liceo classico di Vigevano. Nel 1934 si presentò all’esame finale con indosso il distintivo di AC, in anni caratterizzati dal contrasto tra l’associazione e il regime. Terminato il liceo, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Pavia, che frequentò dal 1934 al 1938, ottenendo a partire dal gennaio 1935 un posto gratuito presso il collegio universitario Ghislieri. Punto di riferimento per i colleghi ghisleriani, rimase nel collegio fino alla laurea, conseguita il 23 novembre 1938. Grazie alla protezione del rettore Pietro Ciapessoni, ottenne una borsa di un altro anno per iniziare la collaborazione con l’Università di Torino, dove seguì il suo relatore, Piero Bodda, come assistente alla cattedra di diritto amministrativo.
Durante gli anni universitari, a partire dal 1934, affiancò all’impegno nell’AC mortarese l’inserimento nella Federazione universitaria cattolica italiana (FUCI) e nelle attività sportive del Gruppo universitario fascista (GUF). La sua adesione al fascismo fu «di natura più psicologica che ideologica» (Caracciolo, 1947, p. 35): era infatti convinto, in linea col magistero di Pio XI e con l’operato di Agostino Gemelli, che il fascismo potesse essere ‘cristianizzato’, rettificandone gli errori dall’interno. Proprio su questo punto maturò la sua criticità nei confronti della FUCI di Pavia, fedele alla linea impostata dall’ex assistente nazionale Giovanni Battista Montini che aveva invitato i fucini a non compromettersi, concentrandosi soprattutto sulla formazione personale, scelta che per Olivelli suonava come intimismo culturale e soprattutto disimpegno dal sociale.