La pace come valore religioso. Ci crediamo veramente?
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dal WEB ; https://agensir.it/quotidiano/2019/1/28/azione-cattolica-roma-il-3-febbraio-la-carovana-della-pace-allangelus-con-papa-francesco/
Si svolgerà,
domenica 3 febbraio, la Carovana della Pace dei ragazzi dell’Azione Cattolica
di Roma che con i loro educatori e genitori, al termine della mattinata, si
ritroveranno in piazza San Pietro per partecipare all’Angelus con Papa
Francesco. Le attività della giornata cominceranno, alle 8.30, nella chiesa di
Santa Maria in Vallicella (Chiesa Nuova) con la liturgia eucaristica celebrata
da mons. Gianpiero Palmieri, vescovo ausiliare per il settore Est della diocesi
di Roma e già assistente ecclesiastico diocesano dell’Acr negli anni ‘90. Al
termine, i partecipanti si trasferiranno in corteo fino a San Pietro, passando
per i giardini di Castel Sant’Angelo e via della Conciliazione. I bambini e i
ragazzi dai 4 ai 14 anni dell’Acr, assieme ai ragazzi di tutte le parrocchie,
associazioni, gruppi e scuole non statali, porteranno per le strade della città
la loro testimonianza di pace con lo slogan: “Sapore di Pace!”. In piazza San
Pietro, saranno accolti dal vescovo ausiliare Paolo Ricciardi, delegato del
Centro per la pastorale sanitaria della diocesi di Roma; raggiunto il settore
riservato, i partecipanti riceveranno il saluto della presidente diocesana Rosa
Calabria e dei responsabili nazionali dell’associazione, fino al momento
dell’Angelus. Due ragazzi dell’Acr di Roma, a nome di tutta l’associazione
diocesana, leggeranno un messaggio rivolto al Papa. La manifestazione si
colloca al termine del “mese della pace”.
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Oggi, nei pressi del Vaticano, si terrà la Carovana della pace, l’annuale
iniziativa dell’Azione Cattolica Ragazzi dedicata alla formazione religiosa
sulla pace. La nostra parrocchia non
parteciperà. Non si è riusciti a coalizzare un numero minimo di adesioni. Lo
scarso interesse non dipende solo, penso, da un’insufficiente consapevolezza
dell’importanza che il tema della pace ha nell’attuale dottrina sociale, e che
dunque dovrebbe avere anche nella formazione religiosa fin da quella di primo
livello. Ho percepito anche un ragionato dissenso sul quell’argomento, che, del
resto, corrisponde ad orientamenti diffusi tra la gente nella società d’oggi.
Mentre si ritiene utile tentare di ottenere l’obbedienza dai più giovani, ai
genitori innanzi tutto, agli insegnanti, istruttori, preti e via via ad ogni
tipo di autorità sociale accreditata, secondo una concezione sociale fortemente
gerarchizzata, si pensa, in definitiva, che sia addirittura controproducente
formarli alla pace, perché così facendo poi li si disincentiva a farsi largo in
società per risalire, crescendo, la catena gerarchica. Infatti le società
fortemente gerarchizzate non sono pacifiche, ma violente, e le gerarchie
vengono imposte sulla base di rapporti di forza. Il modello religioso della
persona pacifica è il prete di parrocchia, che però viene visto come un po’
come emarginato sociale. E’ a lui,
tuttavia, che si affidano bambini e ragazzi per la prima formazione religiosa e
si teme, che lasciandolo troppo fare, vengano su male. Certo, Papa e vescovi insegnano la pace, ma li
si tollera perché si è convinti che lo debbano fare, come dire, per dovere d’ufficio,
come anche fanno i politici che riescono ad accaparrarsi una qualsiasi forma di
autorità: si ascolta distrattamente il loro bla-bla
sulla pace, sapendo che non è quello
che conta per loro; conta solo la carriera,
il posto di potere che occupano e il
desiderio di salire ancora più in alto, ciò che gli antichi romani chiamavano il corso
degli onori, vale a dire risalire la scala gerarchica facendosi largo
sfruttando qualsiasi occasione, copertura, appoggio, prevalendo sui concorrenti
e su chi occupa il posto che si ambisce. E, in un certo senso, è effettivamente
così, salvo che per il Papa, che in teoria è sovrano assoluto, con pienezza di potestà, e ha sopra di sé solo
Colui di cui si afferma luogotenente. In realtà chi è in alto deve difendersi
dall’assalto dal basso, dai pretendenti al suo posto, e certo, da quello che si
legge e si sente, l’attuale Papa non può sicuramente sentirsi al sicuro sotto
quel profilo. Del resto vive la sua alta carica gerarchica con lo spirito di
chi è pronto a lasciarla da un momento
all’altro e si è sistemato non nella
reggia, ma in una stanza d’albergo. E una reggia vuota fa gola a molti. Una
volta si riteneva che da quell’ufficio non ci si potesse esimere, ora non più.
La via è stata aperta per il pensionamento anche da quel potere supremo. Di
modo che, a parte la realtà dei preti di base, tutto l’insieme appare veramente
poco pacifico, al di là delle chiacchiere che si sentono in giro in quell’ambiente,
che sono tali in quanto parole smentite dai fatti.
Il prete di parrocchia è un modello veramente
diverso.
Del resto
la pace è veramente divenuta un nostro valore religioso solo di recente,
diciamo da metà Ottocento, circa un secolo e mezzo. Fin dalle origini e per
gran parte della loro lunga e travagliata storia, i cristiani sono stati
veramente poco pacifici, anche se tra loro grandi anime hanno intuito le
potenzialità religiose del valore della pace, vi hanno ragionato sopra,
costituendo le basi, quando la mancanza di pace ha cominciato mettere in pericolo la sopravvivenza del
genere umano, con l’enorme potenziamento degli strumenti di guerra, di una teologia della pace, che è al centro
dell’attuale dottrina sociale. L’argomento principale in favore della pace è
quello esposto in due frasi contenute nel radiomessaggio dell’agosto 1939
diffuso con l’autorità del papa Eugenio
Pacelli - Pio 12°, ma attribuito alla penna di Giovanni Battista Montini: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra.»
Il Papa si riferiva ai propositi di guerra che all’epoca venivano manifestandosi
in Europa, in particolare per l’azione politica dei fascismi europei, il
capostipite e modello dei quali era stato quello italiano capeggiato da Benito
Mussolini. La guerra poi scoppiò nel settembre di quello stesso anno, con l’invasione
tedesca della Polonia.
Poteva il Cielo approvare un simile flagello?
In realtà le Scritture sono ambivalenti. Da
una parte c’è sicuramente l’anelito alla pace e la violenza è considerata un
male, d’altra parte le guerre vengono presentate come occasioni di penitenza,
per la conversione. In guerra si rischia e si muore e, a certe condizioni, l’impegnarsi
in guerra è proposto come via religiosa
per migliorarsi e migliorare la società. Nelle Scritture che abbiamo ricevuto
dall’ebraismo c’è molta violenza, molta guerra, e sono queste che sono state storicamente
sfruttate per costruire un’ideologia bellica di matrice religiosa. Una
manifestazione tipica di quest’ultima sono state le Crociate, le guerre mosse nel
Medioevo dai cristiani europei alle potenze del Vicino Oriente, islamizzatesi,
per conquistare la Palestina, tra l’Undicesimo e il Tredicesimo secolo. La
teologia della pace è stata dunque sviluppata essenzialmente su base
evangelica, reinterpretando in tale chiave alcuni passi degli antichi profeti,
in particolare quelli attribuiti ad Isaia.
Del resto, il Maestro non si presentò come un
condottiero militare, ma come un medico e un riformatore religioso. Questo
perché non mostrò di ambire al potere politico e nemmeno a quello religioso del
suo tempo. L’autorità da lui esercitata sui suoi primi seguaci fu, nei primi
tempi, essenzialmente quella di un
rabbino, di un maestro religioso, e solo verso la fine della sua vita cominciò
a manifestarne un’altra, sulla quale nei secoli seguenti si è costruita
concettualmente la cristologia, non venendo bene compreso
nemmeno nella sua cerchia.
Dopo la morte del Fondatore, le comunità
religiose che a lui si richiamavano furono poco pacifiche, sia al loro interno
che verso la società intorno, con cui entrarono presto in aspra polemica, che
si fece violente quando, in un processo durato circa tre secoli, i cristiani
cominciarono ad avere seguaci nella politica di governo tra allora, in una
storia ancora poco nota, il cui ricordo è inquinato fortemente da una mitologia
ideologica di tipo apologetico, edificante. Di fatto, piuttosto rapidamente,
dopo le persecuzioni delle origini, si ebbe un trapasso di civiltà
caratterizzato da molta violenza contro i seguaci degli antichi culti,
sanzionato poi, nel Quarto secolo, da leggi che li proibivano. Gli archeologi
lamentano i grandi danni fatti al patrimonio artistico antico dalla furia
cristiana: i cristiani furono grandi decapitatori di statue pagane di dei e
semidei.
La pace, insegna la dottrina sociale sulla
scorta della sociologia, è una costruzione sociale, non solo un sentimento. E’
un sistema di relazioni sociali centrato su collaborazione e solidarietà. Esse
possono essere imposte da una qualche autorità, ma si richiede anche un certo
grado di acculturazione popolare. Nessun sistema sociale e politico regge se
non raggiunge un certo livello di pace, vale a dire se quel sistema di
relazioni virtuose si mantiene anche senza la minaccia di violenza contro i
trasgressori, quindi quando da obbligo giuridico diventa direttiva etica
condivisa. Questa è una conquista culturale che richiede uno sforzo e che va
rinnovata di generazione in generazione. Vale a dire che la pace non si riesce
a mantenere se non si sviluppa un cultura
di pace, se la pace non si riesce a imporre come valore culturale in una
certa società. A lungo la dottrina sociale ha pensato alla costruzione sociale
della pace come il frutto di un ordine giuridico che, per via di formazione
popolare, si fa direttiva etica. Nel Medioevo fu al Papato che si pensò come
autorità sovrana di pace. Questo originò dure controversie con i sovrani civili
che pretendevano di esercitare un’autorità simile. Il Papato obiettava che solo
un’autorità religiosa poteva essere veramente universale, le altre avendo di mira sempre interessi politici
particolari, per quanto esteso fosse il loro dominio.
La grande conquista culturale della dottrina
sociale contemporanea in materia di pace è stata di invertire l’ordine dei
fattori di pace, presentando l’ordine giuridico pacifico come una conseguenza di un’affermazione della pace come direttiva
etica nelle culture di riferimento. Questo è dipeso dall’affermarsi, dalla fine
del Settecento, dei processi democratici nelle culture europee che dominavano
la politica del Papato. In questo quadro, come strumento per varie conquiste
culturali tra le quali quella della pace, venne costituita la nostra Azione
Cattolica, che si è data tra i suoi compiti più importanti quello della
formazione alla pace. Da qui, poi, iniziative come la Carovana della Pace dell’ACR.
Costruire la pace nella società, in quella
nazionale, ma anche a livello internazionale, richiede un impegno e un
tirocinio, fin da piccoli. Non basta che la pace sia ordinata dall’alto, da una qualche autorità, deve
essere condivisa come valore diffuso tra la gente, nelle concrete relazioni
sociali. Da qui poi, per via democratica, si può affermare anche la pace come
ordine giuridico, creando in tal modo non solo una cultura ma anche una civiltà. E fu proprio ad una civiltà dell’amorei che
Giovanni Battista Montini, regnando come Paolo 6°, fece riferimento nell’omelia
della Messa di Natale del 1975, di chiusura del Giubileo celebratosi
quell’anno:
«Non l'odio, non la contesa, non l'avarizia sarà la sua dialettica, ma
l'amore, l'amore generatore d'amore, l'amore dell'uomo per l'uomo, non per
alcun provvisorio ed equivoco interesse, o per alcuna amara e mal tollerata
condiscendenza, ma per l'amore a Te; a Te, o Cristo scoperto nella sofferenza e
nel bisogno di ogni nostro simile. La
civiltà dell'amore prevarrà nell'affanno delle implacabili lotte sociali, e
darà al mondo la sognata trasfigurazione dell'umanità finalmente cristiana.
Così, così si conclude, o Signore, questo Anno Santo; così o uomini fratelli
riprenda coraggioso e gioioso il nostro cammino nel tempo verso l'incontro
finale, che fin d'ora mette sulle nostre labbra l'estrema invocazione: Vieni, o
Signore Gesù (Apoc. 22, 20).»
[http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/homilies/1975/documents/hf_p-vi_hom_19751225.html]
e, sempre quell’anno, nell’udienza generale del 31 dicembre:
«Dunque, anche nelle nuove circostanze, il discorso continua, e vuole riallacciarsi a quella espressione
programmatica, che venne alle nostre labbra proprio alla chiusura dell’Anno
giubilare, quando esortammo tutti a promuovere, quasi a suo felice coronamento,
« la civiltà dell’amore ». Sì, questa vorrebbe essere, specialmente sul
piano della vita pubblica, la conclusione dell’ora di grazia e di buon volere,
che fu l’Anno Santo, anzi il principio della nuova ora di grazia e di buon
Volere, che il calendario della storia ci apre davanti: la civiltà dell’amore!»
[https://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/audiences/1975/documents/hf_p-vi_aud_19751231.html]
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli
