Problemi
di costruzione sociale - 2
1. La fede religiosa nel soprannaturale si sviluppa in una
collettività sociale, vale a dire che è un fatto culturale. Questo significa
che la religione, il modo in cui si esprime la fede nel soprannaturale in una
società, è modellata dalla cultura di riferimento. La persona singola nasce
immersa in una cultura e ne recepisce l’interpretazione religiosa del
soprannaturale. E’ quindi religiosa nel modo in cui la sua società di
riferimento lo è e, questo è molto importante, fin tanto che lo è. Poiché fin
dalla preistoria è proprio dei gruppi sociali umani di migrare, anche le
culture e le religioni seguono quei gruppi. Il contatto tra le culture di
riferimento di gruppi sociali che vengono in contatto per via di migrazione le
cambia. Se non sono gruppi sociali ma singoli individui a spostarsi da una
cultura all’altra, che significa in genere da un gruppo sociale all’altro, quindi quando
le migrazioni coinvolgono singole persone e non gruppi sociali, ci si deve
aspettare che il migrante, desiderando l’assimilazione nel nuovo ambiente
sociale, si lasci coinvolgere dalla sua cultura e dalla sua religione. Nell’interazione
sociale, che coinvolge sia i gruppi che gli individui, può accadere che nella
religiosità del migrante permangano comunque elementi delle culture di origine,
assimilati da molto piccolo e quindi più difficili da modificare. Tanto più è
importante la pressione sociale sul migrante del nuovo gruppo sociale di
riferimento, tanto più gli elementi della cultura di tale gruppo influiranno sulla cultura
di origine del migrante. Tuttavia può darsi il risultato opposto, nel caso, ad esempio, in
cui la migrazione si sviluppi come un’invasione
o una colonizzazione, nel qual caso
la cultura dei migranti tenderà a prevalere su quella dei gruppi sociali invasi o colonizzati.
Ma anche nel caso che la cultura di importazione risponda ad esigenze che
quella originaria del gruppo sociale in cui è importata non soddisfa o non
soddisfa a sufficienza. In questo caso si attua una conquista culturale da parte
di chi riceve, nel senso che si sentirà elevato, o migliorato,
rispetto a prima, mentre nel caso di
invasione o colonizzazione, si tratta di una conquista da parte degli invasori
o colonizzatori non dei conquistati.
I due fenomeni posso realizzarsi in
forme miste, in cui, ad esempio, l’invasore
è conquistato culturalmente
dalla società invasa o l’invaso, ad
un certo punto, arriva a vivere come conquista culturale il recepimento della
cultura dell’invasore, che all'inizio gli era stata imposta e a cui aveva cercato di reagire opponendosi all'inculturazione. Le culture religiose risultate dall’accostarsi di quelle
di gruppi sociali che vengono in contatto in qualche modo vengono sempre modificate
rispetto a quelle originarie, secondo le dinamiche che ho descritto, hanno poi
vita sempre legata alla nuova società di riferimento, che comprende quei gruppi
sociali tra quali è nata l’interazione culturale, e possono in essa affermarsi
non venendone più percepita l’estraneità nei gruppi sociali che si sono
avvicinati e progressivamente integrati. Tutto questo che ho sommariamente
descritto si osserva nelle varie fasi dell’evoluzione ed espansione del
cristianesimo. Per acquisirne consapevolezza occorre conoscere la storia. Il
cristianesimo nasce da culture di migranti originate dall’antico ebraismo che,
interagendo i migranti con l’ambiente culturale dell’ellenismo, vale a dire la cultura
greca che si era universalizzata nell’esperienza
politica creata dall’affermazione dell’impero
costituito da Alessandro il Macedone
(vissuto nel 4° secolo dell’era antica), poi dominato dai suoi successori ed esteso in gran parte
del Vicino Oriente, Palestina compresa, ne furono profondamente modificate.
2. Nel giro di circa quattro secoli, il
cristianesimo fu assimilato dalla cultura dell’antico impero romano, che aveva invaso e colonizzato i territori ellenistici, divenendone
l’ideologia politica di base, sostituendo quella basata sugli antichi culti
politeistici. Fu quindi impiegato per rafforzare quel potere politico imperiale affermandone l’origine sacra, per mandato
celeste. In questa visione l’imperatore
era il luogotenente, il vicario, del
Cielo e fungeva da padre e pastore. In questa sua veste, ad esempio, convocò tutti i concili ecumenici del Primo millennio. Si ebbe così una sacralizzazione della politica secondo la nostra fede. Il processo non è stato ancora
ricostruito in maniera affidabile per quanto riguarda i suoi primi secoli, nei quali si passò dall’emarginazione
e ciclica persecuzione all’affermazione nella politica di vertice del tempo, e
probabilmente non potrà esserlo più. Dal Quarto secolo, la dimensione politica
del cristianesimo gli fu essenziale, costituendone una delle ragioni d’essere e
uno dei modi principali di espressione sociale. Questo poi spiega perché dal
Secondo millennio della nostra era il Papato volle costruirsi come imperatore
religioso e politico insieme e più o meno dal Cinquecento si dette un’organizzazione
simile a quella di uno stato anche negli affari prettamente religiosi, non solo
per organizzare il proprio dominio, il proprio regno, sulle regioni dell’Italia centrale delle quali era anche
sovrano politico.
Dalla fine del Settecento si produsse in Europa
un processo di desacralizzazione, in concomitanza con l’affermarsi dei processi
democratici. Questi ultimi richiedevano che si potesse liberamente mettere in
discussione non solo le singole scelte politiche, ma anche il potere politico
in sé. Quest’ultimo desacralizzato,
fu anche laicizzato, quindi sottoposto al libero
giudizio del làos, parola greca che
significa popolo. Non gli si
riconobbe più il potere di imporre alle masse una propria religione, in tal modo
sacralizzandosi e sottraendosi al giudizio popolare. La libertà religiosa è
quindi al fondamento dei processi democratici. Questo non significa però libertà dai
valori umanitari, ma libertà politica nell’aderire a una religione di
modo che quest’ultima non possa più essere strumentalizzata
a fin politici, nella specie di
sacralizzazione della politica. La nostra religione, a seguito dei processi di
desacralizzazione della politica, sembrò
quindi perdere progressivamente una delle sue principali ragion d’essere e, in tal modo, indebolirsi. Ma,
nello stesso tempo, iniziò al suo interno il processo di inculturazione dei principi democratici, che è chiaramente
percepibile fin dall’origine dell’ideologia democratica moderna e, in
particolare, nello sviluppo di quella statunitense, la prima democrazia dell’era
moderna, tanto diversa dalle democrazie dell’antichità, ma anche da quelle che erano in precedenza riuscite a svilupparsi in Europa nel Secondo millennio, proprio per la
compiuta assimilazione nell'ideologia che dava voce alle masse, al popolo, nell'ideologia democratica, di alcuni importanti principi religiosi cristiani che
vennero espressi come ideali di uguaglianza, fraternità e libertà, quindi come valori democratici. I processi democratici moderni,
con la relativa desacralizzazione, videro l’affermarsi sulla scena politica, in Europa e
nelle altre regioni di cultura europea, di masse che prima erano state sotto il dominio
di dinastie sovrane, con alcune delle quali il Papato, trasformatosi nel
Secondo millennio in una sorta di
dinastia, si era federato. Anche il Papato fu direttamente investito da un
processo di desacralizzazione, vale a dire di messa in questione della sua
ragion d’essere come dominio politico, e ciò fin dal Cinquecento, con la
Riforma protestante. Anzi, questa desacralizzazione può essere considerata come
il modello delle altre, successive, che investirono le dinastie sovrane europee.
Della desacralizzazione della politica si prese atto nella nostra confessione
religiosa solo a partire dal Concilio Vaticano 2° (1962-1965), che ebbe al
centro della sua riflessione la Chiesa come popolo,
dunque come realtà di massa in cui le masse non erano più considerate
semplicemente come pecore da guidare, ma soggetti attivi , protagonisti, della
diffusione della fede religiosa. Ma come dovevano esserlo? Questo argomento fu
al centro della riforma della catechesi che fu deliberata in Italia con il
cosiddetto Documento di base “Il rinnovamento della
catechesi”, del 1970. Venuta meno la pressione sociale degli stati che
indirizzava le persone alla fede, dichiarando che per essere buon suddito
occorreva essere credenti, in quanto la
religione era parte dell’ideologia politica di base e fonte della
sacralizzazione della politica, occorreva costituire il popolo di fede come comunità educante per condurre e formare in altro modo alla fede. Si prese così atto
del chiaro collegamento tra la società e la sua cultura religiosa. Per
preservare quest’ultima occorreva lavorare sulla società e, in ambiente
democratico, occorreva lavorare con la collaborazione più vasta, innanzi tutto
migliorando molto la formazione e dunque la consapevolezza religiosa. Tuttavia,
nella pratica, le cose si presentarono molto più difficili che nell’abbozzo
tratteggiato dai teologi.
Le comunità educanti, maturando maggiore
consapevolezza, tendevano a sottrarsi al Magistero. Se le si concepiva come
comunità al modo della famiglia, con un’autorità naturale ad ordinarne la
struttura e a mantenerle sottomesse ai padri religiosi, tendevano a diventare dispotiche e ad essere rifiutate da chi si era
formato in ambiente democratico. Inoltre le comunità educanti funzionavano bene solo se rimanevano gruppi di prossimità: allargandosi riuscivano ad funzionare molto
meno efficacemente e si presentavano come molto più esposte all’interazione con altre
culture, per le dinamiche che ho descritto all’inizio. Se tuttavia si cercava
di fortificarle contro questa specie di contaminazione, recuperando ad esempio
elementi dell’antica teologia ebraica, esse poi funzionavano come comunità
educanti solo su scala molto piccola e si presentavano invece come corpi estranei
nelle società di riferimento. Nella nostra parrocchia, nella quale abbiamo
vissuto per un tempo molto lungo, per un trentennio, l’esperimento sociale di comunità educanti di
tipo familiare con ideologia religiosa fortificata a difesa da contaminazioni esterne, abbiamo riscontrato
problemi simili. Il piccolo gruppo,
nelle sue intense relazioni affettive di prossimità, crea rapidamente quello
che mio zio Achille e altri definirono mondo vitale, il gruppo sociale nel quale
la persona trova il senso della vita, ma che, nel mentre ha questo effetto, anche confina la persona al suo interno e la rende dipendente, creandole problemi con la società intorno, quella che si vorrebbe condurre alla fede. L’effetto di mondo vitale si perde quando si cerca di estenderlo e quando c'è tende a separare dal contesto. Per nostri limiti
di specie non siamo capaci di più di circa centocinquanta relazioni personali
profonde, ma l’umanità è arrivata ormai
a circa otto miliardi di persone e ora in religione vorremmo pensarla
come un’unica famiglia, la famiglia umana, ed anche provare ad organizzarla effettivamente come tale.
Dominandola da un qualche vertice, al modo degli antichi imperatori, si riesce
ancora ad ordinarla, ma fatalmente i processi democratici, secondo l’ideologia
di libertà, uguaglianza, fraternità,
ne risentono, e anche gli effetti di mondo vitale che danno senso alla vita: da cui la crisi molto evidente ai tempi nostri delle democrazie. I capi
guardano le masse, ma non vedono i singoli che le compongono, si relazionano
con esse come il grande allevatore con gli animali che alleva; le masse
guardano ai capi e si illudono di avere con loro una relazione personale, e, guardando tutti verso un vertice, come accade negli stormi di uccelli, sostanzialmente conformandosi per imitazione, riescono anche
a dare coerenza all’azione collettiva, come succede in un’orchestra sinfonica o
anche in un grande coro. Tuttavia questo tipo di dominio non basta più oggi
alla religione, nella quale si vorrebbe indurre, anche e prevalentemente mediante comunità
educanti, un’adesione personale e forte alla fede religiosa: non basta più, in altre parole, il
conformismo sociale indotto da un’autorità o dalla stessa comunità educante. Questo
perché comunità tenute insieme dal semplice conformismo sociale non riescono ad
essere veramente attive nella diffusione della fede, e a dare senso a quest'ultima, in un ambiente caratterizzato
dalla libertà religiosa, nel quale quindi la pressione sociale alla fede non
può andare oltre una certa misura. In ciò sta anche il nostro problema parrocchiale di
costruzione sociale. Che fare?
Mario
Ardigò - Azione cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli