mercoledì 2 gennaio 2019

Problemi di costruzione sociale - 2


Problemi di costruzione sociale - 2

1. La fede religiosa nel soprannaturale si sviluppa in una collettività sociale, vale a dire che è un fatto culturale. Questo significa che la religione, il modo in cui si esprime la fede nel soprannaturale in una società, è modellata dalla cultura di riferimento. La persona singola nasce immersa in una cultura e ne recepisce l’interpretazione religiosa del soprannaturale. E’ quindi religiosa nel modo in cui la sua società di riferimento lo è e, questo è molto importante, fin tanto che lo è. Poiché fin dalla preistoria è proprio dei gruppi sociali umani di migrare, anche le culture e le religioni seguono quei gruppi. Il contatto tra le culture di riferimento di gruppi sociali che vengono in contatto per via di migrazione le cambia. Se non sono gruppi sociali ma singoli individui a spostarsi da una cultura all’altra, che significa in genere da un gruppo sociale all’altro, quindi quando le migrazioni coinvolgono singole persone e non gruppi sociali, ci si deve aspettare che il migrante, desiderando l’assimilazione nel nuovo ambiente sociale, si lasci coinvolgere dalla sua cultura e dalla sua religione. Nell’interazione sociale, che coinvolge sia i gruppi che gli individui, può accadere che nella religiosità del migrante permangano comunque elementi delle culture di origine, assimilati da molto piccolo e quindi più difficili da modificare. Tanto più è importante la pressione sociale sul migrante del nuovo gruppo sociale di riferimento, tanto più gli elementi della  cultura di tale gruppo  influiranno sulla cultura di origine del migrante. Tuttavia può darsi il risultato opposto, nel caso, ad esempio, in cui la migrazione si sviluppi come un’invasione o una colonizzazione, nel qual caso la cultura dei migranti tenderà a prevalere su quella dei gruppi sociali invasi  o colonizzati. Ma anche nel caso che la cultura di importazione risponda ad esigenze che quella originaria del gruppo sociale in cui è importata non soddisfa o non soddisfa a sufficienza. In questo caso si attua una conquista  culturale da parte di chi riceve, nel senso che si sentirà  elevato,  o migliorato,  rispetto a prima, mentre nel caso di invasione o colonizzazione, si tratta di una conquista da parte degli invasori o colonizzatori non dei conquistati. I due fenomeni posso  realizzarsi in forme miste, in cui, ad esempio, l’invasore  è conquistato  culturalmente dalla società invasa o l’invaso, ad un certo punto, arriva a vivere come conquista culturale il recepimento della cultura dell’invasore, che all'inizio gli era stata imposta e a cui aveva cercato di reagire opponendosi all'inculturazione. Le culture religiose risultate dall’accostarsi di quelle di gruppi sociali che vengono in contatto in qualche modo  vengono sempre modificate rispetto a quelle originarie, secondo le dinamiche che ho descritto, hanno poi vita sempre legata alla nuova società di riferimento, che comprende quei gruppi sociali tra quali è nata l’interazione culturale, e possono in essa affermarsi non venendone più percepita l’estraneità nei gruppi sociali che si sono avvicinati e progressivamente integrati. Tutto questo che ho sommariamente descritto si osserva nelle varie fasi dell’evoluzione ed espansione del cristianesimo. Per acquisirne consapevolezza occorre conoscere la storia. Il cristianesimo nasce da culture di migranti originate dall’antico ebraismo che, interagendo i migranti con l’ambiente culturale dell’ellenismo, vale a dire la cultura greca che si era universalizzata nell’esperienza politica creata dall’affermazione dell’impero  costituito da Alessandro il Macedone (vissuto nel 4° secolo dell’era antica), poi dominato dai suoi successori ed esteso in gran parte del Vicino Oriente, Palestina compresa, ne furono profondamente modificate.
 2.  Nel giro di circa quattro secoli, il cristianesimo fu assimilato dalla cultura dell’antico impero romano, che aveva invaso e colonizzato i territori ellenistici, divenendone l’ideologia politica di base, sostituendo quella basata sugli antichi culti politeistici. Fu quindi impiegato per rafforzare quel potere politico imperiale affermandone l’origine sacra, per mandato  celeste. In questa visione l’imperatore era il luogotenente, il vicario, del Cielo e fungeva da padre  e pastore. In questa sua veste, ad esempio, convocò tutti i concili ecumenici del Primo millennio. Si ebbe così una sacralizzazione  della politica secondo la nostra fede. Il processo non è stato ancora ricostruito in maniera affidabile per quanto riguarda i suoi primi secoli, nei quali  si passò dall’emarginazione e ciclica persecuzione all’affermazione nella politica di vertice del tempo, e probabilmente non potrà esserlo più. Dal Quarto secolo, la dimensione politica del cristianesimo gli fu essenziale, costituendone una delle ragioni d’essere e uno dei modi principali di espressione sociale. Questo poi spiega perché dal Secondo millennio della nostra era il Papato volle costruirsi come imperatore religioso e politico insieme e più o meno dal Cinquecento si dette un’organizzazione simile a quella di uno stato anche negli affari prettamente religiosi, non solo per organizzare il proprio dominio, il proprio regno, sulle regioni dell’Italia centrale delle quali era anche sovrano politico.
  Dalla fine del Settecento si produsse in Europa un processo di desacralizzazione, in concomitanza con l’affermarsi dei processi democratici. Questi ultimi richiedevano che si potesse liberamente mettere in discussione non solo le singole scelte politiche, ma anche il potere politico in sé. Quest’ultimo desacralizzato, fu anche  laicizzato, quindi sottoposto al libero giudizio del làos, parola greca che significa popolo. Non gli si riconobbe più il potere di imporre alle masse una propria religione, in tal modo sacralizzandosi e sottraendosi al giudizio popolare. La libertà religiosa è quindi al fondamento dei processi democratici. Questo non significa però libertà dai valori umanitari, ma libertà  politica nell’aderire a una religione di modo che quest’ultima non possa più essere strumentalizzata  a fin politici, nella specie di sacralizzazione della politica. La nostra religione, a seguito dei processi di desacralizzazione della politica,  sembrò quindi perdere progressivamente una delle sue principali ragion d’essere e, in tal modo, indebolirsi. Ma, nello stesso tempo, iniziò al suo interno il processo di inculturazione  dei principi democratici, che è chiaramente percepibile fin dall’origine dell’ideologia democratica moderna e, in particolare, nello sviluppo di quella statunitense, la prima democrazia dell’era moderna, tanto diversa dalle democrazie dell’antichità, ma anche da quelle che erano in precedenza riuscite  a svilupparsi in Europa nel Secondo millennio, proprio per la compiuta assimilazione nell'ideologia che dava voce alle masse, al popolo, nell'ideologia democratica,  di alcuni importanti principi religiosi cristiani che vennero espressi  come ideali di  uguaglianza, fraternità e libertà, quindi come valori democratici. I processi democratici moderni, con la relativa desacralizzazione, videro  l’affermarsi sulla scena politica, in Europa e nelle altre regioni di cultura europea, di masse che prima erano state sotto il dominio di dinastie sovrane, con alcune delle quali il Papato, trasformatosi nel Secondo  millennio in una sorta di dinastia, si era federato. Anche il Papato fu direttamente investito da un processo di desacralizzazione, vale a dire di messa in questione della sua ragion d’essere come dominio politico, e ciò fin dal Cinquecento, con la Riforma protestante. Anzi, questa desacralizzazione può essere considerata come il modello delle altre, successive, che investirono le dinastie sovrane europee. Della desacralizzazione della politica si prese atto nella nostra confessione religiosa solo a partire dal Concilio Vaticano 2° (1962-1965), che ebbe al centro della sua riflessione la Chiesa come popolo, dunque come realtà di massa in cui le masse non erano più considerate semplicemente come pecore  da guidare, ma soggetti attivi , protagonisti, della diffusione della fede religiosa. Ma come dovevano esserlo? Questo argomento fu al centro della riforma della catechesi che fu deliberata in Italia con il cosiddetto  Documento di base “Il rinnovamento della catechesi”, del 1970. Venuta meno la pressione sociale degli stati che indirizzava le persone alla fede, dichiarando che per essere buon suddito occorreva essere credenti,  in quanto la religione era parte dell’ideologia politica di base e fonte della sacralizzazione della politica, occorreva costituire il popolo di fede come comunità educante  per condurre e formare in altro modo alla fede. Si prese così atto del chiaro collegamento tra la società e la sua cultura religiosa. Per preservare quest’ultima occorreva lavorare sulla società e, in ambiente democratico, occorreva lavorare con la collaborazione più vasta, innanzi tutto migliorando molto la formazione e dunque la consapevolezza religiosa. Tuttavia, nella pratica, le cose si presentarono molto più difficili che nell’abbozzo tratteggiato dai teologi.
  Le comunità educanti, maturando maggiore consapevolezza, tendevano a sottrarsi al Magistero. Se le si concepiva come comunità al modo della famiglia, con un’autorità naturale  ad ordinarne la struttura e a mantenerle sottomesse ai padri religiosi, tendevano a diventare dispotiche e ad essere rifiutate da chi si era formato in ambiente democratico. Inoltre le comunità educanti funzionavano bene solo se rimanevano gruppi di prossimità: allargandosi riuscivano ad funzionare molto meno efficacemente e si presentavano come molto più esposte all’interazione con altre culture, per le dinamiche che ho descritto all’inizio. Se tuttavia si cercava di fortificarle contro questa specie di contaminazione, recuperando ad esempio elementi dell’antica teologia ebraica, esse poi funzionavano come comunità educanti solo su scala molto piccola e si presentavano invece come corpi estranei nelle società di riferimento. Nella nostra parrocchia, nella quale abbiamo vissuto per un tempo molto lungo, per un trentennio,  l’esperimento sociale di comunità educanti di tipo familiare con ideologia religiosa fortificata a difesa da contaminazioni esterne, abbiamo riscontrato problemi simili.  Il piccolo gruppo, nelle sue intense relazioni affettive di prossimità, crea rapidamente quello che mio zio Achille e altri definirono  mondo vitale, il gruppo sociale nel quale la persona trova il senso della vita, ma che, nel mentre ha questo effetto, anche  confina  la persona al suo interno e la rende dipendente, creandole problemi con la società intorno, quella che si vorrebbe condurre alla fede. L’effetto di mondo vitale  si perde quando si cerca di estenderlo e quando c'è tende a separare dal contesto. Per nostri limiti di specie non siamo capaci di più di circa centocinquanta relazioni personali profonde, ma l’umanità è arrivata ormai  a circa otto miliardi di persone e ora in religione vorremmo pensarla come un’unica famiglia, la famiglia umana, ed anche provare ad organizzarla effettivamente come tale. Dominandola da un qualche vertice, al modo degli antichi imperatori, si riesce ancora ad ordinarla, ma fatalmente i processi democratici, secondo l’ideologia di libertà, uguaglianza, fraternità, ne risentono, e anche gli effetti di mondo vitale che danno senso alla vita: da cui la crisi molto evidente ai tempi nostri delle democrazie. I capi guardano le masse, ma non vedono i singoli che le compongono, si relazionano con esse come il grande allevatore con gli animali che alleva; le masse guardano ai capi e si illudono di avere con loro una relazione personale, e, guardando tutti verso un vertice, come accade negli stormi di uccelli, sostanzialmente conformandosi per imitazione, riescono anche a dare coerenza all’azione collettiva, come succede in un’orchestra sinfonica o anche in un grande coro. Tuttavia questo tipo di dominio non basta più oggi alla religione, nella quale si vorrebbe indurre, anche e prevalentemente mediante comunità educanti, un’adesione personale e forte alla fede religiosa: non basta più, in altre parole, il conformismo sociale indotto da un’autorità o dalla stessa comunità educante. Questo perché comunità tenute insieme dal semplice conformismo sociale non riescono ad essere veramente attive nella diffusione della fede,  e a dare senso  a quest'ultima, in un ambiente caratterizzato dalla libertà religiosa, nel quale quindi la pressione sociale alla fede non può andare oltre una certa misura. In ciò sta anche il  nostro problema parrocchiale di costruzione sociale. Che fare?
Mario Ardigò - Azione cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli