Politica
di pace
1. La pace sociale è la condizione politica nella quale una
società non è impegnata in conflitti. Quando la dottrina sociale si riferisce
alla pace, di solito intende la pace sociale.
Sia la pace che il conflitto sono situazioni
sociali, vale a dire collettive. Si passa da una condizione di pace sociale ad
una condizione di conflitto per decisione collettiva e prenderla è un’attività
politica, di governo della società.
Il conflitto sociale è latente nelle società
umane, perché lo è in primo luogo tra
gli individui. E lo è tra gli individui perché rientra nella nostra psicologia
più profonda, quella basata su istinti che condividiamo con molti altri
animali, sociali e non, e, in particolare con quelli biologicamente più vicini
a noi, i Primati. Proporsi la pace sociale come obiettivo politico significa
elevarsi verso la condizione umana, concedersi al conflitto significa invece
ricadere in quella animale. La condizione umana è caratterizzata da un’impostazione
spirituale: è quando la nostra biologia è governata dallo spirito. Quest’ultimo
siamo noi quando diventiamo capaci di elevarci al di sopra della nostra
condizione animale e, considerando la realtà che in cui siamo immersi con
sguardo soprannaturale, riteniamo possibile
liberarci dalla schiavitù naturale della condizione permanente di conflitto,
della lotta di tutti contro tutti, e dal quella della nostra limitatezza
biologica, per la quale nasciamo e moriamo. La pace sociale è, dunque, una
condizione prima di tutto spirituale e in questo senso se ne occupa la dottrina
sociale contemporanea parlando dell’anelito
della pace. L’enciclica La pace in terra - Pacem in terris, diffusa nel 1963 dal
papa Giuseppe Angelo Roncalli, regnante come Giovanni 23°, così si espresse
trattandone fin dal principio: «La Pace in terra, anelito profondo degli esseri
umani di tutti i tempi». Questo anelito è tuttavia una
conquista culturale che va rinnovata di generazione in generazione nella
costruzione della propria realtà spirituale, non è innato. Innata è invece la
tendenza al conflitto perché dipende dalla nostra biologia animale. Per quanto
capace dello spirito, l’essere umano rimane pur sempre partecipe della biologia
animale. In un certo senso ad essere umani si impara e lo si fa in società. Per
questo è tanto importante la formazione ad una cultura di pace: questo rientra
tra gli obiettivi principali della dottrina sociale.
Gli
animali sociali nascono in società animali, le trovano già costituite e devono
solo adattarvisi. L’evoluzione delle società animali è dipesa da quella
biologica e si è realizzata in tempi molto lunghi. Di solito l’animale sociale
si trova inserito in società animali in cui le situazioni di conflitto sono risolte sulla base di
rapporti di forza: i più forti dirigono il gruppo e i più deboli si
assoggettano al loro dominio e collaborano perché in questo modo hanno più opportunità
di sopravvivenza. I più forti dominano finché rimangono tali e poi vengono
scalzati dal comando in un duello con il più forte che emerge. I più forti sono
di solito maschi dominanti che l’etologia definisce alfa, parola greca che significa “a”, e in questo caso indica una condizione sociale più elevata. Le
società animali sono in costante conflitto tra di loro per accaparrarsi risorse
scarse, anche predandosele reciprocamente. Tra le società animali non si
sviluppano in genere dinamiche di fusione o assimilazione: prevalgono quelle
primarie e istintive di conflitto, spesso a base territoriale, e di predazione: manca la capacità culturale
di un altro tipo di relazioni. Anche le nostre più antiche società preistoriche
furono verosimilmente di questo tipo: sono studiate da una specifica disciplina
scientifica, la paleoantropologia. Un elemento che ci conferma nella
convinzione di quella nostra antica condizione sociale è che anche nelle nostre
società contemporanee, e non solo in quelle che definiamo primitive, ne troviamo delle tracce piuttosto evidenti.
2. Lo
sviluppo della nostra mente, sulla base dell’evoluzione del nostro cervello, ci
ha resi ad un certo punto, già in epoca preistorica, capaci dello spirito. E’
in questo momento che si svilupparono le prime religioni, basate sulla
divinizzazione delle forze della natura e sulla convinzione che si potesse
riuscire a placarne la ciclica ira, facendo pace con loro mediante un sistema
di riti. Divinizzare una forza della natura e pensare di poterle parlare e di poter trattare la pace con essa significa anzitutto personalizzarla e quindi non concepirla più come semplice meccanismo naturale. A seguito di questa conquista
culturale vi fu quella che trasferiva nelle realtà divinizzate, e quindi prima
di tutto personalizzate, della natura le logiche delle società umane, pensando
quindi ad una società di dei retta da
un certo ordine, non semplicemente
dal caso. Si immaginò quindi anche una gerarchia fra gli dei, al modo di quelle
naturali nelle società umane. Si pensò che la pace tra Cielo e Terra potesse
essere raggiunta conformandosi all’ordine
divino, poiché le potenze divine
erano più forti di quelle umane e non restava che conformarsi al loro volere.
Si attribuirono alle potenze divinizzate sentimenti umani e le si pensò quindi
anche in eterno conflitto, al modo delle società umane. Si pensò anche di potersi
giovare del conflitto nei Cieli assicurandosi la protezione di una delle
divinità in lotta. Ogni popolo, ogni cultura, immaginò quindi di avere un proprio dio di riferimento, a cui rivolgersi nelle
brutte. Si cercava di ammansirlo mediante speciali riti che comprendevano anche
sacrifici, intesi come offerte al dio per conquistarsene i favori. Dal Quarto
secolo dell’era antica, in Grecia, lo sviluppo di filosofie molto evolute
fecero sentire come obsolete quelle più antiche concezioni religiose, con gli
dei troppo simili agli esseri umani, in un modo che si cominciò a ritenere indecoroso per gli dei, dai quali
dipendeva l’ordine tra Cielo e Terra. Fu in questa condizione spirituale che quelle filosofie vennero in contatto con
il cristianesimo delle origini, determinandone la sua spettacolare metamorfosi
a partire dall’antica cultura ebraica nella quale la divinità era ancora legata
ad uno specifico popolo, anche se, in una millenaria evoluzione culturale, si
era passati dall’immaginare che dovesse prevalere sugli dei degli altri popoli
all’immaginare che questi ultimi non fossero in realtà veri dei, perché uno
solo era quello vero, quello della cultura ebraica.
3. L’idea
che il fare pace consista in un conformarsi ad un ordine soprannaturale la troviamo anche nella prime
frasi dell’enciclica sulla pace che ho citato:
«1. La Pace in terra,
anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può venire instaurata e
consolidata solo nel pieno rispetto
dell’ordine stabilito da Dio.
I progressi delle scienze e le invenzioni della tecnica attestano
come negli esseri e nelle forze che
compongono l’universo, regni un ordine
stupendo; e attestano pure la
grandezza dell’uomo, che scopre tale ordine e crea gli strumenti idonei per
impadronirsi di quelle forze e volgerle a suo servizio.»
Rispetto alle antiche
concezioni del soprannaturale, il cristianesimo si distingue nell’immaginare
una divinità buona, animata da sentimenti amorevoli verso
ogni essere umano, a prescindere da ogni sua particolare condizione, a partire
dall’etnia. Non quindi uno degli antichi dei, capricciosi, violenti e anche avidi e
lussuriosi, al modo degli umani. Anche l’ebraismo aveva questa stessa
concezione, ma quella cristiana è universale
non legata ad alcun popolo. Il cristianesimo condivide con l’islamismo
questa idea del soprannaturale, secondo la quale uno dei principali attributi
divini è la misericordia. Si
distingue dall’islamismo per la profonda
compenetrazione tra umano e divino che immagina, nella teologia dell’Incarnazione:
questo gli consente di pensare che l’unità
del genere umano sia una condizione semplicemente da scoprire, non da costruire, e che compito dei fedeli sia
quello, una volta riconosciutala, di darle forma sociale realizzando società
fondate sulla misericordia, nell’anelito di ciò che negli scritti biblici
risalenti alle nostre prime comunità viene definito con la parola greca agàpe, che traduciamo con amore
e carità, ma che all’origine
richiama l’idea di un lieto convito al quale nessuno sia escluso. Un ordine
sociale conforme a quell’ideale è
caratterizzato dalla pace come piena realizzazione dell’ordine
soprannaturale. Non ogni pace lo è: non lo è, ad esempio, la pace ottenuta per
sopraffazione dei più deboli. La pace che lo è viene definita giusta perché fondata sulla giustizia sociale, che è quando si riconosce ad ogni persona ciò
che le è dovuto in quanto essere soprannaturale, vale a dire spirituale, per la
sua condizione di originaria unione con il divino, a prescindere da ogni altra
differenziazione, per etnia, lingua, fede religiosa, condizione sociale e
politica.
4.Il
conflitto sociale è latente anche nelle nostre società contemporanee e tra di
esse. Come nelle società animali si lotta pensando di guadagnarci, prevalendo.
C’è poi chi cerca di difendersi. Più spesso non
è ben chiaro chi aggredisce e chi si difende, perché tutti fanno un po’
l’una e l’altra cosa. Le nostre società, al loro interno e nel contesto
internazionale, sono ordinate anche secondo rapporti di forza. Tuttavia, a differenza
di quella animali, questo non è tutto e si pensa che converrebbe costruire un
ordine che consenta la pace sociale. Questo eviterebbe le immani distruzioni
che derivano dai conflitti. Le dinamiche di globalizzazione, per le quali
oggetti di uso quotidiano ci arrivano dall’altra parte del mondo, rendono la
pace altamente desiderabile, perché la nostra sopravvivenza, più che in ogni
altra epoca dipende dalla conservazione di un ordine internazionale pacifico.
Fino a qualche decennio fa si era come costretti alla pace internazionale, perché la potenza
dei moderni armamenti, in particolare quella delle armi nucleari, faceva temere
la scomparsa dell’umanità nel caso di conflitto catastrofico. Era l’equilibrio del terrore. Ora è diverso:
dalla cooperazione internazionale
dipende la nostra sopravvivenza e l’elevazione del nostro benessere. La nostra
dottrina sociale ha colto da questo l’occasione per aggiornare l’esortazione a politiche di pace, mettendo
in luce, appunto, che dalla pace internazionale, e da una pace duratura in
quanto giusta, dipende la
sopravvivenza del Pianeta. E’ questo l’ordine d’idee dell’enciclica Laudato si’ diffusa nel 2015 da papa
Francesco. Tuttavia la globalizzazione è ancora retta da un’ideologia economica
di competizione, che si basa sul conflitto
sociale, e, quindi, in una situazione economica conflittuale, si sta cercando
di rispondere politicamente
slegandosi dagli accordi internazionali stretti per prevenire le guerre. Invece
di adeguare l’economia internazionale all’ideologia di pace, si sta cercando di
adeguare l’ordine politico ad un’ideologia di conflitto, sperando così di
venire a capo dei problemi. E’, come ho osservato, il ritorno alle antiche
consuetudini degli animali dai quali biologicamente discendiamo e con i quali
ancora condividiamo importanti istinti. Ma difficilmente un mondo globalizzato e quindi fattosi molto complesso potrà essere
governato in base alle antiche dinamiche animali. E’ questo il monito dell’attuale
dottrina sociale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli