domenica 23 dicembre 2018

Politica di pace


Politica di pace

1. La pace sociale è la condizione politica nella quale una società non è impegnata in conflitti. Quando la dottrina sociale si riferisce alla  pace, di solito intende la pace sociale.
  Sia la pace che il conflitto sono situazioni sociali, vale a dire collettive. Si passa da una condizione di pace sociale ad una condizione di conflitto per decisione collettiva e prenderla è un’attività politica, di governo della società.
  Il conflitto sociale è latente nelle società umane, perché lo è in primo luogo  tra gli individui. E lo è tra gli individui perché rientra nella nostra psicologia più profonda, quella basata su istinti che condividiamo con molti altri animali, sociali e non, e, in particolare con quelli biologicamente più vicini a noi, i Primati. Proporsi la pace sociale come obiettivo politico significa elevarsi verso la condizione umana, concedersi al conflitto significa invece ricadere in quella animale. La condizione umana è caratterizzata da un’impostazione spirituale: è quando la nostra biologia è governata dallo spirito. Quest’ultimo siamo noi quando diventiamo capaci di elevarci al di sopra della nostra condizione animale e, considerando la realtà che in cui siamo immersi con sguardo  soprannaturale, riteniamo possibile liberarci dalla schiavitù naturale della condizione permanente di conflitto, della lotta di tutti contro tutti, e dal quella della nostra limitatezza biologica, per la quale nasciamo e moriamo. La pace sociale è, dunque, una condizione prima di tutto spirituale e in questo senso se ne occupa la dottrina sociale contemporanea parlando dell’anelito  della pace. L’enciclica La pace in terra  - Pacem in terris, diffusa nel 1963 dal papa Giuseppe Angelo Roncalli, regnante come Giovanni 23°, così si espresse trattandone fin dal principio: «La Pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi». Questo anelito è tuttavia una conquista culturale che va rinnovata di generazione in generazione nella costruzione della propria realtà spirituale, non è innato. Innata è invece la tendenza al conflitto perché dipende dalla nostra biologia animale. Per quanto capace dello spirito, l’essere umano rimane pur sempre partecipe della biologia animale. In un certo senso ad essere umani si impara e lo si fa in società. Per questo è tanto importante la formazione ad una cultura di pace: questo rientra tra gli obiettivi principali della dottrina sociale.
  Gli animali sociali nascono in società animali, le trovano già costituite e devono solo adattarvisi. L’evoluzione delle società animali è dipesa da quella biologica e si è realizzata in tempi molto lunghi. Di solito l’animale sociale si trova inserito in società animali in cui le situazioni  di conflitto sono risolte sulla base di rapporti di forza: i più forti dirigono il gruppo e i più deboli si assoggettano al loro dominio e collaborano perché in questo modo hanno più opportunità di sopravvivenza. I più forti dominano finché rimangono tali e poi vengono scalzati dal comando in un duello con il più forte che emerge. I più forti sono di solito maschi dominanti che l’etologia definisce alfa, parola greca che significa “a”, e in questo caso indica una condizione sociale più elevata. Le società animali sono in costante conflitto tra di loro per accaparrarsi risorse scarse, anche predandosele reciprocamente. Tra le società animali non si sviluppano in genere dinamiche di fusione o assimilazione: prevalgono quelle primarie e istintive di conflitto, spesso a base territoriale,  e di predazione: manca la capacità culturale di un altro tipo di relazioni. Anche le nostre più antiche società preistoriche furono verosimilmente di questo tipo: sono studiate da una specifica disciplina scientifica, la paleoantropologia. Un elemento che ci conferma nella convinzione di quella nostra antica condizione sociale è che anche nelle nostre società contemporanee, e non solo in quelle che definiamo primitive, ne troviamo delle tracce piuttosto evidenti.
2.  Lo sviluppo della nostra mente, sulla base dell’evoluzione del nostro cervello, ci ha resi ad un certo punto, già in epoca preistorica, capaci dello spirito. E’ in questo momento che si svilupparono le prime religioni, basate sulla divinizzazione delle forze della natura e sulla convinzione che si potesse riuscire a placarne la ciclica ira, facendo pace con loro mediante un sistema di riti. Divinizzare una forza della natura e pensare di poterle parlare  e di poter  trattare la pace  con essa significa anzitutto personalizzarla  e quindi non concepirla più come semplice meccanismo  naturale. A seguito di questa conquista culturale vi fu quella che trasferiva nelle realtà divinizzate, e quindi prima di tutto personalizzate, della natura le logiche delle società umane, pensando quindi ad una società di dei retta da un certo ordine, non semplicemente dal caso. Si immaginò quindi anche una gerarchia fra gli  dei, al modo di quelle naturali nelle società umane. Si pensò che la pace tra Cielo e Terra potesse essere raggiunta conformandosi all’ordine  divino, poiché le potenze divine erano più forti di quelle umane e non restava che conformarsi al loro volere. Si attribuirono alle potenze divinizzate sentimenti umani e le si pensò quindi anche in eterno conflitto, al modo delle società umane. Si pensò anche di potersi giovare del conflitto nei Cieli assicurandosi la protezione di una delle divinità in lotta. Ogni popolo, ogni cultura, immaginò quindi di avere un proprio  dio di riferimento, a cui rivolgersi nelle brutte. Si cercava di ammansirlo mediante speciali riti che comprendevano anche sacrifici, intesi come offerte  al dio per conquistarsene i favori. Dal Quarto secolo dell’era antica, in Grecia, lo sviluppo di filosofie molto evolute fecero sentire come obsolete quelle più antiche concezioni religiose, con gli dei troppo simili agli esseri umani, in un modo che si cominciò  a ritenere indecoroso per gli dei, dai quali dipendeva l’ordine tra Cielo e Terra. Fu in questa condizione spirituale  che quelle filosofie vennero in contatto con il cristianesimo delle origini, determinandone la sua spettacolare metamorfosi a partire dall’antica cultura ebraica nella quale la divinità era ancora legata ad uno specifico popolo, anche se, in una millenaria evoluzione culturale, si era passati dall’immaginare che dovesse prevalere sugli dei degli altri popoli all’immaginare che questi ultimi non fossero in realtà veri dei, perché uno solo era quello vero, quello della cultura ebraica.
3.  L’idea che il fare pace  consista in un conformarsi ad un ordine  soprannaturale la troviamo anche nella prime frasi dell’enciclica sulla pace che ho citato:
«1. La Pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio.
I progressi delle scienze e le invenzioni della tecnica attestano come negli esseri e nelle forze che compongono l’universo, regni un ordine stupendo; e attestano pure la grandezza dell’uomo, che scopre tale ordine e crea gli strumenti idonei per impadronirsi di quelle forze e volgerle a suo servizio.»
 Rispetto alle antiche concezioni del soprannaturale, il cristianesimo si distingue nell’immaginare una divinità buona, animata da sentimenti amorevoli verso ogni essere umano, a prescindere da ogni sua particolare condizione, a partire dall’etnia. Non quindi uno degli antichi  dei, capricciosi, violenti e anche avidi e lussuriosi, al modo degli umani. Anche l’ebraismo aveva questa stessa concezione, ma quella cristiana è universale non legata ad alcun popolo. Il cristianesimo condivide con l’islamismo questa idea del soprannaturale, secondo la quale uno dei principali attributi divini è la misericordia. Si distingue dall’islamismo  per la profonda compenetrazione tra umano e divino che immagina, nella teologia dell’Incarnazione: questo gli consente di pensare che l’unità del genere umano sia una condizione semplicemente da scoprire, non da  costruire, e che compito dei fedeli sia quello, una volta riconosciutala, di darle forma sociale realizzando società fondate sulla misericordia, nell’anelito di ciò che negli scritti biblici risalenti alle nostre prime comunità viene definito con la parola greca agàpe, che traduciamo con  amore  e  carità, ma che all’origine richiama l’idea di un lieto convito al quale nessuno sia escluso. Un ordine sociale conforme a quell’ideale   è caratterizzato dalla pace  come piena realizzazione dell’ordine soprannaturale. Non ogni pace lo è: non lo è, ad esempio, la pace ottenuta per sopraffazione dei più deboli. La pace che lo è viene definita  giusta  perché fondata sulla giustizia sociale, che è quando si riconosce ad ogni persona ciò che le è dovuto in quanto essere soprannaturale, vale a dire spirituale, per la sua condizione di originaria unione con il divino, a prescindere da ogni altra differenziazione, per etnia, lingua, fede religiosa, condizione sociale e politica.
4.Il conflitto sociale è latente anche nelle nostre società contemporanee e tra di esse. Come nelle società animali si lotta pensando di guadagnarci, prevalendo. C’è poi chi cerca di difendersi. Più spesso non  è ben chiaro chi aggredisce e chi si difende, perché tutti fanno un po’ l’una e l’altra cosa. Le nostre società, al loro interno e nel contesto internazionale, sono ordinate anche secondo rapporti di forza. Tuttavia, a differenza di quella animali, questo non è tutto e si pensa che converrebbe costruire un ordine che consenta la pace sociale. Questo eviterebbe le immani distruzioni che derivano dai conflitti. Le dinamiche di globalizzazione, per le quali oggetti di uso quotidiano ci arrivano dall’altra parte del mondo, rendono la pace altamente desiderabile, perché la nostra sopravvivenza, più che in ogni altra epoca dipende dalla conservazione di un ordine internazionale pacifico. Fino  a qualche decennio fa si era come  costretti  alla pace internazionale, perché la potenza dei moderni armamenti, in particolare quella delle armi nucleari, faceva temere la scomparsa dell’umanità nel caso di conflitto catastrofico. Era l’equilibrio del terrore. Ora è diverso: dalla cooperazione internazionale dipende la nostra sopravvivenza e l’elevazione del nostro benessere. La nostra dottrina sociale ha colto da questo l’occasione per aggiornare  l’esortazione a politiche di pace, mettendo in luce, appunto, che dalla pace internazionale, e da una pace duratura in quanto giusta, dipende la sopravvivenza del Pianeta. E’ questo l’ordine d’idee dell’enciclica Laudato si’ diffusa nel 2015 da papa Francesco. Tuttavia la globalizzazione è ancora retta da un’ideologia economica di  competizione, che si basa sul conflitto sociale, e, quindi, in una situazione economica conflittuale, si sta cercando di rispondere politicamente slegandosi dagli accordi internazionali stretti per prevenire le guerre. Invece di adeguare l’economia internazionale all’ideologia di pace, si sta cercando di adeguare l’ordine politico ad un’ideologia di conflitto, sperando così di venire a capo dei problemi. E’, come ho osservato, il ritorno alle antiche consuetudini degli animali dai quali biologicamente discendiamo e con i quali ancora condividiamo importanti istinti. Ma difficilmente un mondo globalizzato  e quindi fattosi molto complesso potrà essere governato in base alle antiche dinamiche animali. E’ questo il monito dell’attuale dottrina sociale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli