Pensiero di Natale
Tutti sanno che cosa si
festeggia a Natale, così di solito non si perde tempo a pensarci sopra.
Scrivo queste righe,
senza usare il gergo catechistico derivato dalla teologia, per chi ha ancora
qualche curiosità sull’argomento e lo faccio esplicitamente da cristiano, da
persona con una fede religiosa, partecipe di una vasta esperienza collettiva
con una lunga e travagliata storia. Infatti il Natale è una festa cristiana,
una festa religiosa. La convinzione che c’è dietro distingue nettamente il
cristianesimo dall’ebraismo, dal quale si staccò rapidamente, nel volgere di
qualche decennio nel primo secolo della nostra era, e del quale pure adottò un
importante patrimonio culturale, fatto di narrazioni, di riflessioni sul senso
della storia umana, di orientamenti etici e della concezione del sacerdozio
(nelle confessioni cristiane che l’hanno mantenuto). Ma lo
differenzia profondamente anche dall’islamismo, anche se ne condivide
l’universalismo, oltre ad alcune narrazioni e impostazioni etiche
che troviamo anche nella cultura religiosa dell’antico ebraismo. Le
analogie tra le tre grandi religioni del libro sono
quindi solo superficiali. In particolare, il cristianesimo non è
stato una metamorfosi dell’ebraismo, quanto dell’antica civiltà
greco-romana e questo carattere lo distingue nettamente anche dall’islamismo,
che originò invece nella civiltà araba. Inoltre il cristianesimo non è
veramente una religione del libro: è centrato infatti sulla figura
storica di Gesù di Nazareth, ebreo di Galilea, il Maestro. Egli è
stato ritenuto persona tanto importante da far iniziare il computo
della nostra era a partire dall’anno ipotizzato della sua nascita. Un inizio
celebrato tra i cristiani in due solennità religiose: il Natale e
l’Epifania. A Capodanno si celebra lo stesso evento.
Il cristianesimo nacque
storicamente dall’incontro tra una piccola corrente riformata dell’ebraismo
antico con la cultura ellenistica. Il suo crogiuolo originario può situarsi tra
la Galilea, l’ambiente fortemente multiculturale nel quale si formò e iniziò il
suo ministero religioso il Maestro, e Antiochia di Siria, una delle
maggiori città ellenistiche. Il suo veicolo culturale fondamentale fu la
versione in greco della Bibbia detta dei Settanta, fatta intorno al 200
dell’era antica nella città ellenistica di Alessandria, in Egitto. Antiochia e
Alessandria sono state le sedi di due dei cinque patriarcati, vale
a dire dei più grandi centri culturali religiosi cristiani, dell’antichità. Un
altro fu quello, greco-romano, di Costantinopoli, sede degli imperatori romani che
convocarono tutti i Concili ecumenici del Primo millennio, nei quali furono
definiti i tratti fondamentali della fede cristiana. Gli altri patriarcati
furono a Gerusalemme e a Roma: la prima fu la città dove iniziò la metamorfosi
e la seconda quella in cui, all’inizio del Secondo millennio, venne immaginato
un Papato universale come ancora oggi lo si sogna. Il cristianesimo delle
origini trovò un’ambiente culturale straordinariamente favorevole
nell’ellenismo: almeno dal Quarto secolo dell’era antica la grande cultura
greca era profondamente insoddisfatta delle concezioni religiose politeistiche
correnti, con i loro dei troppo umani, violenti, avidi,
rissosi, lussuriosi. Ce se ne può rendere conto leggendo Politéia del
filosofo greco Platone (4° secolo dell’era antica), che riporta gli
insegnamenti del grande Socrate (stessa epoca). La filosofia platonica ebbe
un’importanza fondamentale nella costruzione di alcune delle più importanti
teologie cristiane e nella formulazione normativa, nel corso dei primi Concili
ecumenici, delle concezioni cristiane più importanti sul
soprannaturale. Per rendersi conto dell’importanza dell’antica cultura
greca nell’incontro con quella dei reduci dalla disfatta della prima
cerchia dei seguaci del Maestro, possono leggersi vari testi sul tema scritti
dalla filosofa e mistica francese Simone Weil (1909-1943), ora raccolti in
traduzione italiana nel libro La rivelazione greca, edito da
Adelphi, ancora in commercio.
Una prima osservazione,
tenuto conto di quel processo di metamorfosi culturale: presentare il
Natale solo come la festa dei semplici è giusto e
insieme ingannevole. E’ giusto perché la religione è fatta per portare la fede
alla portata di tutti. E’ ingannevole perché dietro il velo della semplicità
c’è molto altro e precisamente il ripudio ragionato e radicale dell’antica
religiosità numinosa: questo è il motivo per il quale una delle prime accuse
mosse in ambiente ellenistico, e poi anche in quello latino, ai cristiani fu
quella (oltre che di turbativa dell’ordine pubblico) di ateismo,
puramente e semplicemente (accusa che colpì anche Socrate). Mentre l’antico
ebraismo accusava i primi seguaci del Maestro e quest’ultimo stesso di blasfemia e
di eresia.
Furono le antiche religioni
politeistiche a portare gli dei in Cielo, personificando
le forze della natura e poi anche umanizzandole, immaginando quindi
che tra di esse corressero relazioni di tipo umano. Fu proprio a seguito di
questa progressiva e sempre più marcata umanizzazione degli
dei che poterono concepirsi relazioni di tipo umano tra
essi e gli esseri umani, anche di tipo sessuale. I miti dell’antica religione
politeistica greco-romana sono pieni di simili contatti. Ci si può immergere in
questa religiosità leggendo la bellissima traduzione delle Metamorfosi del
poeta latino Ovidio (vissuto a cavallo tra l’era antica e la nostra) fatta da
Vittorio Sermonti ed edita da Rizzoli, anche in e-book. Bisogna aggiungere, a
questo punto, una nota molto importante: per le antiche concezioni
politeistiche nessun dio era onnipotente, quindi indiscutibile.
E’ per questo che anche un sovrano umano poteva essere considerato senza
problemi un dio, come persona straordinaria. Quest’ordine di idee si
riscontra, in tracce, anche nelle narrazioni bibliche risalenti all’antico
ebraismo. All’inizio la divinità degli israeliti venne considerata la
più forte tra gli altri dei, capace di sconfiggerli umiliandoli;
progressivamente questi ultimi vennero considerati falsi dei,
meri fantocci senza vita, e l’unico vivente, quindi vero,
fu considerato quello legato agli israeliti da un patto d’amore e di giustizia.
Nell’incontro con l’ellenismo questa concezione fu stravolta, liberandola da
quel legame esclusivo con un solo popolo. E’ a questo punto che si manifesta la
cultura cristiana, che immagina una paternità divina universale,
non legata ad alcuna etnia o differenza culturale, quindi senza alcuna
discriminazione tra esseri umani. Una paternità onnipotente, nel
senso di indiscutibile, assoluta, unica ma anche universale. Il cristianesimo
prese dall’antico ebraismo, oltre all’idea di onnipotenza dell’unica
divinità paterna, la concezione di due fondamentali attributi della
divinità: la giustizia e, insieme, la misericordia, vale a dire ciò che secondo
il filosofo Emmanuel Lévinas (1906-1995) costituisce lo splendore dell’ebraismo.
Quei due attributi definiscono ciò che è al centro della rivelazione cristiana,
vale a dire che il Fondamento è agàpe, parola del greco antico
tradotta in italiano con amore o carità, che
vuol dire che l’unica giustizia sta nella misericordia e richiama l’idea di un
lieto convito dal quale nessuno sia escluso. Ma agàpe sul
scala universale, senza alcuna esclusione o distinzione tra figli e
tra figli e servi. Troviamo questa concezione in
uno degli scritti risalenti alle prime comunità cristiane e poi inclusi nella
Bibbia dei cristiani, una lettera attribuita all’apostolo Giovanni, e in questa
frase: nel greco antico, "ὁ θεòς ἀγάπη ἐστίν" (ò theòs
agàpe estìn), appunto il Fondamento è agàpe. Il
cristianesimo sta tutto qui. E’ questa la base definitiva della pace tra
Cielo e terra e tra tutti gli esseri umani. Tutto il resto, formulazione
di dogmi, norme di dettaglio etico, riti, gerarchie
principesche e non, feste, costumanze, sfarzo, basiliche, giù giù fino ad
arrivare alla fortezza Vaticana, agli Svizzeri del Papa, alla farmacia e al
supermercato vaticani, ai francobolli e alle monete del papato, al
panettone e Babbo Natale, è tutto contorno, non è l’essenziale,
anche se c’è indubbiamente differenza tra le parole con le quali storicamente
si cerca di esprimere una convinzione fondamentale di fede (dogma) e e Babbo
Natale, che è molto meno essenziale. Tutto ciò che non è
essenziale può mutare nel corso dei tempi, in quanto cultura. L’agàpe universale è
invece l’unica legge veramente eterna e, questo è molto
importante capirlo, è assolutamente alla nostra portata: questo rivela appunto
la teologia del Natale. Dietro quella teologia
si manifesta in realtà una nuova concezione dell’umanità:
l’umanità capace di agàpe universale. L’universalismo
deriva al cristianesimo dall’ellenismo. L’islamismo c’è arrivato per altra via,
con una diversa rivelazione.
Le antiche religioni
avevano portato gli dei in Cielo, il cristianesimo vuole
riportare il fondamento in Terra. Abolì la concezione numinosa della
divinità. “S’è fatto come noi” si sostiene, ma anche che
questo era fin dal principio stabilito ed è irreversibile. Non c’è
altra realtà che questa. Questo è il centro della teologia del
Natale. E’ personificata in un bimbo, in uno come noi, che,
confidiamo religiosamente, sia rimasto uno di noi, e tra di
noi, anche dopo la morte. La morte, dunque, non è
l’ultima parola su di noi. Non si pensa all’Atteso (che abbiamo imparato a
pensare come tale dalla cultura dell’antico ebraismo) come ad un mito: lo
identifichiamo in una persona fisica, realmente nata, vissuta,
incontrata, vista morire, lo si identifica nel Maestro, la fonte della
rivelazione dell’agàpe. Egli è stato, all’inizio, una persona
portata in un grembo di donna e poi accolta tra braccia umane e,
innanzi tutto, accolta amorevolmente. In questo modo di accogliere, ci rivela
la teologia del Natale, sta il fondamento e in null’altro. E’ il modo in cui
si rende giustizia. L’Atteso è vissuto come uno di noi ed è
morto come uno di noi. La morte però non è riuscita a tenerlo prigioniero e
così, religiosamente, si spera anche di noi. Certo, le narrazioni
del Natale hanno anche carattere mitologico, ma questo riguarda la forma, non
la sostanza. Non è tutto da buttare in noi, ci dice il Natale: possiamo essere
diversi, migliori. Ricominciamo da qui! Ne abbiamo la
capacità perché ci siamo staccati dagli altri animali e non siamo
necessariamente assoggettati alla dura legge della natura, secondo la quale è
sempre la forza che prevale, la norma suprema Ci possiamo liberare
da quel crudele servaggio naturale. Nella costruzione
dell’agàpe, con i fatti, agendo in società, manifestiamo quindi il soprannaturale
che è in noi. Quest’idea radicalmente demitizzante e secolarizzante della
divinità è al fondo di varie importanti concezioni politiche contemporanee, in
particolare di quelle che affermano l’eguaglianza in dignità tra gli esseri
umani (che nella teologia cristiana deriva dall’essere figli di
un unico Padre universale), la fratellanza universale
(nello stesso ordine di idee), la libertà da ogni servaggio (che in religione
si dice libertà filiale), l’esigenza di rendere
partecipi tutti dei beni della Terra (è lo spirito dell’agàpe, del lieto
convito che non esclude nessuno), il rifiuto di rendere onori divini ad ogni
potere della Terra al modo degli antichi numi (perché nell’agàpe siamo figli,
non servi, e poi anche amici).
La teologia del Natale
cristiano esprime anche il rifiuto ateistico di
ogni concezione numinosa di qualsiasi potere che voglia farsi dio e come tale pretenda obbedienza
acritica cercando di liberarsi e di liberare i suoi
sudditi dal dovere dell’agàpe, qualsiasi pretesto adduca, ad
esempio proclamandone il carattere ormai obsoleto e inefficiente, dichiarando
che la ragione porta a imporre nuovamente il duro servaggio della legge di
natura anche nelle società umane evolute, con la prevalenza e sopravvivenza del
più forte a scapito degli altri, che se non si azzanna per primi si
finirà per soccombere, che l’agàpe universale è insostenibile
economicamente e che si deve lasciare al proprio destino parte dei sofferenti
che invocano aiuto, per non affogare noi con loro. E’ curioso, quindi, vedere
branditi come armi da chi segue quell’ordine di idee presepi e crocifissi. Chi
lo fa con quello spirito porta tra le mani la sua condanna. Nessuna autorità
può pretendere obbedienza se viola l’agàpe
santa: questo il senso del detto sul “Dare a Cesare quel che è di Cesare”. E
la risposta del fedele ad ogni atto arbitrario dell’autorità è: «Ma Pietro e gli apostoli risposero: «Si deve ubbidire a
Dio piuttosto che agli uomini»[Atti degli apostoli, 5, 29]. ll
fondamento di una obiezione di coscienza che alla base anche delle attuali
concezioni di democrazia avanzata,
quella ancorata ai grandi valori umanitari. Per cui, conformemente ad un’antica
teologia:
«Ne segue parimenti che l'esercizio
dell'autorità politica, sia da parte della comunità come tale, sia da parte
degli organismi che rappresentano lo Stato, deve sempre svolgersi nell'ambito
dell'ordine morale, per il conseguimento del bene comune (ma concepito in forma
dinamica), secondo le norme di un ordine giuridico già definito o da definire.
Allora i cittadini sono obbligati in coscienza ad obbedire. Da ciò risulta
chiaramente la responsabilità, la dignità e l’importanza del ruolo di coloro
che governano.
Dove i cittadini sono oppressi da un'autorità pubblica che va al di là
delle sue competenze, essi non rifiutino ciò che è oggettivamente richiesto dal
bene comune; sia però lecito difendere i diritti propri e dei concittadini
contro gli abusi dell'autorità, nel rispetto dei limiti dettati dalla legge
naturale e dal Vangelo.» [dalla Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo
contemporaneo La gioia e la speranza -
Gaudium e spes, deliberata dal Concilio Vaticano 2° (1962-1965).»
Questa fede è possibile perché Cielo e Terra
si sono uniti in un nato da donna che è venuto a noi negli eventi del Natale,
rivelandoci, lui, la Parola, e
fondando in lui, l’agàpe:
«1. Il libro dei Salmi parla di lui quando
dice:
La pietra che voi, costruttori,
avete eliminato
è diventata la
pietra più importante.
[Traduzione interconfessionale in
lingua corrente LDC - UBS]
L’importanza dell’agàpe nella
concezione cristiana risalta in questo brano di una lettera di Paolo di Tarso
ai cristiani di Corinto, in Grecia, confluito nella Bibbia
cristiana, dove amore traduce la parola del
testo originale greco agàpe:
1. Se parlo le lingue degli uomini
e anche quelle degli *angeli,
ma non ho amore,
sono un metallo che rimbomba,
uno strumento che suona a vuoto.
2. Se ho il dono d’essere profeta
e di conoscere tutti i misteri,
se possiedo tutta la scienza
e ho tanta fede da smuovere i monti,
ma non ho amore,
io non sono niente.
3. Se do ai poveri tutti i miei
averi,
se offro il mio corpo alle fiamme,
ma non ho amore,
non mi serve a nulla.
4. Chi ama
è paziente e generoso.
Chi ama
non è invidioso
non si vanta
non si gonfia di orgoglio.
5. Chi ama
è rispettoso
non cerca il proprio interesse
non cede alla collera
dimentica i torti.
6. Chi ama
non gode dell’ingiustizia,
la verità è la sua gioia.
7. Chi ama
è sempre comprensivo,
sempre fiducioso,
sempre paziente,
sempre aperto alla speranza.
8. L’amore non tramonta mai:
cesserà il dono delle lingue,
la profezia passerà,
finirà il dono della scienza.
9. La scienza è imperfetta,
la profezia è limitata,
10. ma quando verrà ciò che è
perfetto,
esse svaniranno.
11. Quando ero bambino
parlavo da bambino,
come un bambino
pensavo e ragionavo.
Da quando sono un uomo
ho smesso di agire così.
12. Ora la nostra visione è confusa,
come in un antico specchio;
ma un giorno saremo a faccia a faccia
dinanzi a Dio.
Ora lo conosco solo in parte,
ma un giorno lo conoscerò pienamente
come lui conosce me.
13. Ora ci sono tre cose che non
svaniranno:
fede, speranza, amore.
Ma più grande di tutte è l’amore.
[Traduzione interconfessionale in
lingua corrente LDC - UBS]
Naturalmente poi nel
Natale c’è molto altro. Ma lo si può avvicinare solo con animo religioso e
accostando una comunità di fede.
Buon Natale a tutti!
[mi scuso delle approssimazioni
teologiche: non sono un teologo]
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli