Dietro la festa cristiana del Natale c'è la convinzione
dell'unità del genere umano. C'è quindi, innanzi tutto, un'idea dell'umanità.
E' un pio proposito, un anelito morale o una realtà? L'Atteso si rivestì
di noi come di una maschera, secondo la consuetudine degli antichi
dei, o fu veramente uno di noi? Significa: la religione
è solo illusione, fantasia, un nostro sogno? Se ne cominciò a discutere dal
Quarto secolo, ma il dubbio ci travaglia ancora. Il Natale come festa religiosa
vorrebbe convincerci che è tutto realtà: la liturgia è tesa a manifestare ciò
che già c'è. Però il mondo è quello che è e quella stessa festa può
essere vissuta anche come rappresentazione di ciò che si desidererebbe fosse,
ma che si sa bene che non è. In questi diversi modi di fare festa si rivivono
inconsapevolmente le controversie teologiche dei primi secoli.
Però l'umanità, ai tempi nostri, si manifesta realmente
unita su tutto il Pianeta, in quanto interdipendente per la sopravvivenza: è
questo il senso della globalizzazione. Non si tratta più, quindi, solo di
teologia, ma di sociologia. Questa la grande novità. Il Natale si adatta bene a
questa inedita condizione. Racconta che la salvezza sta nell'unità, anche se
l'unità sembra fare a pugni con la nostra costituzione biologica di appartenenti
al regno animale, secondo la quale siamo assoggettati alla crudele legge della
natura, che vuole tutti contro tutti, tutti a cibarsi di tutti per
sopravvivere, secondo la legge dell'efficienza energetica, anelli di catene
alimentari. La realtà descritta dal Natale appare quindi soprannaturale,
in quanto diversa dal corso naturale degli eventi. Ma proprio
in quanto soprannaturale anche profondamente umana. Solo noi
infatti, tra i viventi, siamo stati capaci di figurarcela e siamo anche capaci
di viverla, talvolta.
Il dilemma, allora, può essere posto così: mantenere in
noi l'animale che siamo secondo ciò che la natura impone, sottomettendoci
a quel crudele servaggio ritenendo che non ci sia altro modo di salvarsi, o
approfondire la nostra umanità, ritenendo che, al punto in cui si è,
l'animalità non sia più sufficiente a governare un sistema sociale
interconnesso a livello planetario? Azzannare o abbracciare? Nelle difficoltà,
come quelle in cui ci troviamo, siamo tentati dalla prima alternativa: è solo
ragionandoci sopra che possiamo convincerci che è migliore la seconda. Perché
il conflitto globale porterà alla nostra autodistruzione: è anche la ragione a
dircelo, ora. Non è più solo un monito religioso. Fino a qualche decennio fa si
pensava di essere costretti alla pace per l'eccessiva potenza
delle armi moderne, che, se usate, avrebbero annientato anche coloro che le
usavano. Ora si è costretti alla pace anche perché
le nostre società sono divenute enormemente complesse e interdipendenti e
indietro non si può più tornare: solo quella complessità e interdipendenza
consente di far sopravvivere una popolazione mondiale che si sta rapidamente
avvicinando agli otto miliardi di persone. Le intuizioni dell'antica
teologia del Natale ci confermano la giustezza di questa convinzione. Quella
teologia ci rivela anche che il Natale non è solo il ricordo di un evento del
passato, ma l'attesa di uno futuro. La nuova realtà, ciò che ci ha distaccato
definitivamente dall'etologia per introdurci nell'antropologia, già
si manifesta, ma deve ancora essere costruita a livello planetario. E' il
compito nostro. La costruzione sociale è opera nostra. «Chi ascolta
queste cose dica: "Vieni"» si legge nelle ultime righe degli
scritti sacri dei cristiani. L'Attesa non è finita, il nostro lavoro
continua.
Buon Natale e buon lavoro, dunque!
Mario Ardigò