Disamorati
dalla Bibbia?
Problema: è programmato un incontro su temi
biblici; non si sente nessun trasporto, anzi lo si teme; si pensa di dover
subire il solito predicozzo moralistico; si guarda alla propria Bibbia e la si
scopre ricoperta di polvere - quant’è che non la si apre?-. E’ un’esperienza
che può essere vissuta da chi ha meno di trent’anni e rientra anagraficamente
tra i giovani. Ci si preoccupa ancora
di dare una formazione biblica a persone così, nel quadro della loro educazione
religiosa. Per la fascia di popolazione tra i trenta e i sessanta c’è di solito
solo letteratura devozionale, non la si invita ad approfondimenti biblici. Chi
ha più di sessant’anni e ha vissuto consapevolmente la rivoluzione religiosa
che è stata attuata tra noi, in
particolare nella formazione catechistica, dagli scorsi anni ’70 si tiene ben
stretta la Bibbia che all’epoca gli venne affidata, e io sono tra questi. La
Bibbia è l’unico libro che ho sempre avuto vicino dovunque non fossi solo di
passaggio, casa, vacanza, ufficio, ospedale, ma spesso anche in viaggio. Ora lo
è ancora di più perché posso consultarla dovunque sul mio telefono cellulare,
dal sito http://www.vatican.va/archive/ITA0001/_INDEX.HTM .
Il disamore per la Bibbia dipende da una
formazione religiosa sbagliata. Ho assistito a gruppi biblici in cui si
proponeva di aprire la Bibbia a caso e di ragionare su quello che si trovava.
Io non l’ho mai fatto. E ora so dove trovare ciò che mi serve, quando mi serve.
So che c’è un uso antico in quel senso, dell’aprire la Bibbia a caso, ma non mi
ha mai attirato. Ho sempre pensato che fosse poco rispettoso del testo sacro. E
che, al dunque, quando ci affidava al caso era perché faceva poca differenza il
brano che usciva fuori, perché il predicozzo che ne seguiva rimaneva sempre
uguale, era già programmato così, e ad esso veniva adattata l’interpretazione
del testo. In realtà la Bibbia si presta poco a questo metodo perché si
presenta come una raccolta di testi poco coerenti tra loro e talvolta
contraddittori. Non può essere letta, insomma, come un romanzo. Anzi, la via
sicura per disamorarsene è proprio leggerla dall’inizio alla fine, in
sequenza, come un romanzo.
La ragione teologica per la quale la Bibbia è
importante nella formazione religiosa la puoi trovare - passo al tu perché da ora mi riferisco ad un precisa
persona come mia interlocutrice - nella Costituzione dogmatica Parola di Dio - Dei Verbum sulla divina
rivelazione, deliberata nel corso del Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Sul
punto non ho altro da aggiungere. Si può leggere sul Web a questo indirizzo:
http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651118_dei-verbum_it.html
http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651118_dei-verbum_it.html
Si dice
che leggere la Bibbia sarebbe importante per comprendere
i lasciti culturali nella nostra società del pensiero religioso che vi è
insito, ad esempio il perché del calendario corrente che distingue un prima e un dopo
Cristo, ma questo, francamente, non
credo che giustifichi la fatica che occorre. Basta, anche per una persona
colta, acquisire consapevolezza che certe consuetudini e convinzioni hanno quel
fondamento tradizionale, così come accade con altri lasciti religiosi molto
importanti, come quelli delle antiche religioni politeistiche che precedettero l’affermazione
del cristianesimo in Europa.
La Bibbia non può essere semplicemente letta: va studiata. Questo perché la
semplice lettura non consente di capirla. Anche per i più
colti quello studio è iniziato sotto la guida di un maestro. E’ questa una tradizione dell’ebraismo
di tutti i tempi: l’ebraismo è il contesto culturale dal quale sono scaturite sia le parti più antiche della nostra Bibbia sia le più antiche attività di studio su di esse. La Bibbia è un testo
complesso, frutto di tante tradizioni culturali. Non si può mai essere certi di che cosa uscirà da quello studio,
perché quel risultato dipende anche da come la nostra vita reagisce al
contatto del testo biblico. Lo studio biblico sorprende sempre, è sempre una
scoperta, e questo anche per i più
esperti, come loro dicono. Se ciò non accade, probabilmente si è seguito il metodo sbagliato, non si è capito il senso profondo dei testi. Questo, ad esempio, quando sembra che un brano biblico sia usato a conferma di un predicozzo moralistico che è sempre lo stesso, da qualunque parte si attinga. Per la complessità della sua struttura e della sua formazione storica, la Bibbia crea problemi di comprensione e di assimilazione e induce una ricerca nel dialogo con altri che si sono avventurati nella stessa impresa. Lo studio biblico può essere considerato un tirocinio a come affrontare gli altri problemi della vita, che non è mai semplice e non può essere affrontata da soli perché è il risultato di un sistema di relazioni collettive.
La
nostra Bibbia comprende la Bibbia ebraica, altri testi scaturiti dall’antico
ebraismo ma non inseriti in quella Bibbia, e testi scaturiti dall’esperienza
delle prime comunità cristiane, tra il quali i quattro Vangeli. Gli studiosi
avvertono che la Bibbia, per quanto ora si presenti come un libro, non è un solo libro, ma una
biblioteca di testi corrispondenti a tradizioni orali, poi raccolte in testi
scritti, risalenti da circa oltre tremila anni fa a circa duemila anni fa. Le
più antiche tradizioni bibliche si riferiscono a fatti accaduti circa
quattromila anni fa nel Vicino Oriente, tra gli attuali Iraq, Siria, Palestina
ed Egitto. Quelle relativamente più recenti si concentrano sull’ambiente dell’antica
Palestina, facendo riferimento tuttavia ad una storia avvenuta durante un lungo
esilio di parte degli israeliti nell’antica Babilonia, dove adesso c’è l’Iraq.
Gli scritti originati dalle prime comunità cristiane narrano dell’insegnamento
e della vita del Maestro in Palestina e
della prima diffusione delle comunità cristiane in Palestina, Siria, nell’Asia
minore (l’attuale Turchia), Grecia e a Roma, con la mediazione culturale degli
scritti biblici tradotti in lingua greca intorno al 200 dell’era antica. Le più
antiche nostre comunità cristiane non disponevano degli scritti che ora
comprendiamo nel Nuovo Testamento, ma
solo di loro tradizioni orali o di altri scritti che non ci sono pervenuti e di
cui si ipotizza l’esistenza.
Il fenomeno di produzione di tradizioni
bibliche era probabilmente ancora in corso nell’antico ebraismo, come si può
ipotizzare dal crescente credito che avevano i libri della Sapienza e dei Maccabei, compresi ora nella nostra
Bibbia ma non in quella ebraica, quando tra il Primo e il Secondo secolo della
nostra era fu posta fine al quell’esperienza storica e politica da parte dei
conquistatori Romani, con atti di estrema violenza ed immani eccidi e distruzioni. Da allora
per l’ebraismo coevo del cristianesimo iniziò l’era dello studio, in ebraico Talmud, con la formalizzazione scritta di una cultura
biblica caratterizzata dal confronto dialogico tra maestri. Tra i cristiani la produzione biblica fu limitata dal dover
riferirsi agli insegnamenti dei primi testimoni dell’insegnamento del Maestro,
per questo motivo ritenuti di particolare affidabilità. L’inizio del periodo
dello studio fu per i cristiani praticamente coevo con
quello dell’ebraismo.
Da ciò che ho osservato si ricava che la
Bibbia non venne scritta in alcuna delle lingue moderne e nemmeno in latino. La
Bibbia ebraica venne scritta nell’antico ebraico e, in parte, in aramaico. Nel
Primo secolo se ne aveva già una traduzione in greco antico. Il Nuovo Testamento,
gli scritti originati dalle prime nostre comunità cristiane, ci è pervenuto in
greco antico, anche se se ne ipotizzano parti scritte in ebraico, che non ci
sono pervenute. La prima diffusione delle concezioni religiose cristiane fu
mediata dalla lingua greca. E anche la formulazione dei primi dogmi della
nostra fede, dei principi ritenuti fondamentali, è avvenuto in ambiente
culturale che usava la lingua greca. Tra il Secondo e il Quarto secolo furono
fatte traduzioni della Bibbia in lingua latina. Quella di Sofronio Eusebio Girolamo,
detta Vulgata, del Quarto secolo, acquistò
particolare autorità.
C’è chi è interessato allo studio delle
lingue antiche, e in particolare degli antichi testi biblici. Egli si cimenta
quindi nella difficile opera di comprensione e raffronto dei più antichi testimoni del testo, gli antichi
manoscritti attraverso i quali la Bibbia è giunta fino a noi. Quei manoscritti
presentano diverse varianti e non sempre la traduzione è certa, così come
sempre accade nell’affrontare testi in lingue antiche.
I più, in particolare le persone religiose,
conoscono però la Bibbia in traduzioni nella loro lingua materna. Così accade
in Italia. Questo consente la formazione di una vasta cultura religiosa. Per
molto tempo questa venne considerata un’occupazione da dotti, coloro che erano
in grado di intendere almeno il latino ecclesiastico. Con la re-invenzione
della stampa da parte degli europei (i cinesi l’avevano inventata circa mezzo
secolo prima), cominciarono a circolare traduzioni della Bibbia in varie lingue
nazionali, le più note delle quali furono quelle di Martin Lutero, in tedesco, di William Tyndale, in inglese, nel
Cinquecento, e la Bibbia detta di Re Giacomo, in inglese, nel Seicento. Tyndale
fu giustiziato sul rogo per aver tradotto la Bibbia in inglese. Infatti dal
Cinquecento il Papato romano aveva vietato, al di fuori di speciali
autorizzazioni, di tradurre la Bibbia nelle lingue nazionali e anche di
detenere quelle traduzioni. Temeva che la conoscenza della Bibbia da parte di tutto il popolo avrebbe favorito deviazioni ideologiche incontrollabili. Senza traduzioni nelle lingue nazionali, il popolo meno
colto non poteva dunque aver accesso diretto alla Bibbia, della quale erano disponibili solo traduzioni in latino, che era divenuta la lingua della scienza, oltre ai testi in ebraico e greco, comprensibili ad un pubblico ancora più ristretto. La questione fu centrale
nelle controversie tra il Papato e le Chiese sorte dalla Riforma. Insomma, dal
Cinquecento, la Bibbia tradotta nelle lingue nazionali fu inserita nell’Indice dei libri proibiti. Dalla seconda metà del Settecento anche tra i cattolici cominciarono
ad essere autorizzate traduzioni nelle lingue nazionali, ma, ad esempio in
Italia, ad esse si accompagnarono varie polemiche. La situazione cambiò
radicalmente a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, quando cominciò a prodursi quella
rivoluzione religiosa di cui scrivevo all’inizio, poi ratificata nel corso del
Concilio Vaticano 2°.
Anche con la mediazione della traduzione
nella propria lingua materna, la Bibbia rimane una lettura non facile, per la
diversità dal nostro degli ambienti culturali in cui fu prodotta, per la
problematicità della traduzione di certe parti, per i riferimenti storici. Lo studio della Bibbia inizia con quello delle note che, partire dal Concilio Vaticano 2°, devono accompagnare il testo biblico proposto ai
fedeli cattolici. Ma difficilmente senza l’aiuto di un maestro se ne coglie il
senso profondo. Ecco dunque che l’esigenza di studio della Bibbia
indirizza verso una comunità in cui può trovarsi il maestro giusto. Una parte
del lavoro dei preti delle nostre parrocchie consiste in questo. E l’omelia che
si fa nella Messa domenicale, dopo le letture bibliche, ha essenzialmente lo
scopo di far capire la Bibbia. Ma sono necessari approfondimenti
ulteriori, in particolare per coloro che della comunità di fede desiderano
essere pare attiva: questo si fa in
gruppi di studio biblico, del tipo di quello al quale tu temevi
di partecipare. Certo, devono essere incontri per lo studio, non per l’indottrinamento,
altrimenti non li si sopporta a lungo.
Ma perché impegnarsi in quel faticoso studio?
Non è sicuramente indispensabile per
sopravvivere nella società di oggi. Per questo basta sapere che intorno a
Natale si mangia il panettone e il pandoro, che a Natale ci si fa regali e che
ai bambini si racconta la favola di Babbo Natale, vestito di rosso come
proposto dalla fortunata campagna pubblicitaria di The Coca Cola corporation. E via dicendo per tutte le altre feste e fatti sociali che corrispondono ad usi religiosi che sono stati secolarizzati, privati della loro valenza di fede.
La Bibbia, creata per tramandare di generazione in generazione convinzioni ed usi culturali basati sulla fede religiosa, ha svolto bene il suo compito ed è dunque la chiave che consente di
interagire con una lunghissima e vastissima tradizione culturale che cerca di
cogliere il senso della storia umana per
capire come agire per il meglio nel presente e nel futuro, facendo tesoro delle
esperienze del passato. E’ il punto di riferimento di una sterminata
letteratura, in particolare filosofica e teologica. Non è un libro di teologia,
ma propone, prendendole dall’esperienza storica, e per i cristiani dalla vita
del Maestro, situazioni tipiche sulle quali gli animi religiosi hanno
riflettuto collettivamente. Fosse stato un libro di teologia sarebbe diventato
rapidamente obsoleto, come lo sono diventate tante teologie del passato e come,
molto più rapidamente, tendono a diventarlo quelle contemporanee. E’ invece
sulla storia che si ragiona o sull’esperienza personale quotidiana, proponendo narrazioni. Che fare
verso chi sta peggio? Come condursi con chi comanda in società? Fin dove ci si
può spingere con quelli con cui ci si relaziona? Che doveri si hanno in
società? Quali sono i beni più importanti per la vita umana? E cose come
queste. La Bibbia è solo un punto di
partenza per fare tesoro di un’esperienza umana ultramillenaria. Ragionandovi
sopra si entra in contatto con quelli che l’hanno fatto prima di noi. Ogni
versetto della Bibbia ha avuto moltissimi interpreti, la cultura biblica è vastissima
ed è fatta dai testi che ci hanno lasciato quelli che di Bibbia hanno ragionato
o da essa hanno preso argomenti per ragionare, ma anche dalle esperienze
storiche di coloro che dalla Bibbia hanno inteso trarre ispirazione nella
costruzione delle loro società. La Bibbia, contrariamente a quello che si può
pensare, non serve allora solo per un arricchimento
personale, ma per iniziare un dialogo tra culture ed epoche che hanno preso spunto
dai medesimi testi per orientarsi, per una riflessione collettiva sul da farsi
nella vita in società. Da un punto di vista strettamente religioso è anche la
base fondamentale per costruire la propria preghiera personale, ma anche quella
collettiva. Certo, ci sono anche altre tradizioni religiose, ci sono altri
testi sacri in altre religioni, che hanno anche un notevole valore letterario e
umanistico, ma la nostra Bibbia insegna particolarmente a fare i conti realisticamente con la storia umana,
ed è piena di storia umana, mentre in altre tradizioni religiose appaiono più
nettamente fatti mitici o raccolte di
insegnamenti etici, di sentenze morali. Va aggiunto che la prospettiva
cristiana si è spinta molto al di là di quella dell’antico ebraismo, con cui condivide un
importante patrimonio culturale, per cui il sermone di un rabbino, come quelli
che vengono diffusi in radio in occasione delle maggiori feste ebraiche,
può essere capito e accolto utilmente anche da un cristiano, soprattutto nella parte
di insegnamento etico, ma i cristiani sono oggi spinti dal loro modo di
intendere la Bibbia a cercare di costruire un’unica famiglia da tutti i popoli
della terra, quindi a realizzare religiosamente (cioè come principio assoluto) la famiglia umana includendoli tutti, senza alcuna discriminazione, in
modo che non ci sia sulla Terra nessuno a cui siano negate la compassione e la
solidarietà che riteniamo essergli dovute in quanto essere umano,
indipendentemente dall’etnia dalla quale biologicamente o culturalmente deriva.
Questo ti basta per rimuovere la polvere che
copre la tua Bibbia?
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli