venerdì 26 ottobre 2018

Papa Francesco: contro i seminatori d’odio, la via dell’empatia, della non violenza e della tenerezza


Papa Francesco: contro i seminatori d’odio, la via dell’empatia, della non violenza e della tenerezza

Sintesi dal dialogo con giovani e anziani avuto dal Papa alla presentazione del suo libro Sharing The Wisdom Of Time / La Saggezza Del Tempo all’Istituto Patristico Augustinianum, Martedì, 23 ottobre 2018



Sintesi a cura di Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
testo di base dal WEB
http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2018/october/documents/papa-francesco_20181023_giovani-anziani.htm

La cultura della competizione, dell’arrivare, arrampicando, in ogni modo, ma sempre calpestando teste: è la mano chiusa e produce scarti umani, non considera la fine, ma solo il suo fine

1. Come essere felici in questo mercato della competizione, in questo mercato dell’apparenza? In questo mercato dell’ipocrisia; lo dico non in senso morale, ma in senso psicologico-umano: apparire qualcosa che non c’è dentro, si appare in un modo ma dentro c’è il vuoto, per esempio, o c’è l’affanno per arrivare, non è vero?
 Un gesto per spiegare [e] il gesto è questo: la mano tesa e aperta. La mano della competizione è chiusa e prende: sempre prendere, accumulare, tante volte a caro prezzo, a costo di annientare gli altri, per esempio, a costo del disprezzo altrui ma… questa è la competizione! Il gesto dell’anti-competizione è questo: aprirsi. E aprirsi in cammino. La competizione generalmente è ferma: fa i suoi calcoli, tante volte incoscientemente, ma è ferma, non si mette in gioco; fa dei calcoli, ma non si mette in gioco. Invece, la maturazione della personalità avviene sempre in cammino, si mette in gioco. Per dirlo con un’espressione comune: si sporca le mani. Perché? Perché ha la mano tesa per salutare, per abbracciare, per ricevere. E questo mi fa pensare a quello che dicono i santi, anche Gesù: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere”. Contro questa cultura che annienta i sentimenti, c’è il servizio, servire.
 [Ma si ha] soltanto l’illusione di accumulare per essere sicura. E’ una cultura dello scarto, ma per coloro che non si sentono scartati è la cultura dell’assicurazione: avere tutte le assicurazioni possibili per essere a posto. E mi viene in mente quella parabola di Gesù: l’uomo ricco che aveva avuto un raccolto così grande che non sapeva dove mettere il grano. E disse: “Farò dei magazzini più grandi e così sarò sicuro”. L’assicurazione per tutta la vita. E Gesù dice che questa storia finisce così: “Stolto: questa sera morirai” (cfr Lc 12,16-21). La cultura della competizione non guarda mai la fine; guarda il fine che si è proposto nel suo cuore: arrivare, arrampicando, in ogni modo, ma sempre calpestando teste. Invece la cultura del convivere, della fraternità è una cultura del servizio, una cultura che si apre e si sporca le mani.

Trasmettere la fede con il dialetto  dell’amicizia, della vicinanza
2.  La fede va trasmessa “in dialetto”. Sempre. Il dialetto familiare, il dialetto… Pensate alla mamma di quei sette giovani di cui leggiamo nel Libro dei Maccabei: per due volte il racconto biblico dice che la mamma li incoraggiava “in dialetto”, nella lingua materna, perché la fede era stata trasmessa così, la fede si trasmette a casa. [Si trasmette con] il dialetto dell’amicizia, della vicinanza, ma sempre in dialetto. [Non si può] trasmettere la fede con il Catechismo: “leggi il Catechismo e avrai la fede”. No. Perché la fede non sono soltanto i contenuti, c’è il modo di vivere, di valutare, di gioire, di rattristarsi, di piangere…: è tutta una vita che porta lì.
“Forse abbiamo fallito nella trasmissione della fede?”. No. Non si può dire questo. La vita è così. All’inizio voi avete trasmesso la fede, ma poi si vive, e il mondo fa delle proposte che entusiasmano i figli nella loro crescita, e tanti si allontanano dalla fede perché fanno una scelta, non sempre cattiva, ma tante volte inconsapevole, tra i valori, sentono delle ideologie più moderne e si allontanano. Ho voluto soffermarmi su questa descrizione della trasmissione della fede per dire il mio parere. La prima cosa è non spaventarsi, non perdere la pace. La pace, sempre parlando con il Signore: “Noi abbiamo trasmesso la fede e adesso…”. Tranquilli. Mai cercare di convincere, perché la fede, come la Chiesa, non cresce per proselitismo, cresce per attrazione – questa è una frase di Benedetto XVI – cioè per testimonianza.
   Se uno si domanda quali sono le cause di questo allontanamento, c’è sempre una sola causa che apre le porte alle ideologie: le testimonianze negative. Non sempre in famiglia, no, la maggior parte sono le testimonianze negative di gente di Chiesa: preti nevrotici, o gente che dice di essere cattolica e fa la doppia vita, incoerenze, per il fatto di cercare dentro le comunità cristiane cose che non sono valori cristiani… Sono sempre le testimonianze negative che allontanano dalla vita [di fede]. E poi, le persone che ricevono questi esempi negativi, accusano. Dicono: “Io ho perso la fede perché ho visto questo e questo…”. E hanno ragione. E ci vuole soltanto un’altra testimonianza, quella della bontà, della mitezza, della pazienza, la testimonianza che ha dato Gesù nella sua passione, quando Lui soffriva ed era capace di toccare il cuore.

Difendere la tradizione del sogno: dagli anziani ai giovani 
3. “Che cosa direbbe Lei, da nonno, a giovani che vogliono avere fiducia nella vita, che desiderano costruirsi un futuro all’altezza dei loro sogni?” La risposta è: incomincia a sognare. Sognare così, sfacciatamente, senza vergogna. Sognare. Sognare è la parola. E difendere i sogni come si difendono i figli. Questo è difficile da capire ma è facile da sentire: quando tu hai un sogno, una cosa che non sai come dirla, ma la custodisci e la difendi perché l’abitudine quotidiana non te la tolga. Aprirsi a orizzonti che sono contro le chiusure. Le chiusure non conoscono gli orizzonti, i sogni sì! Sognare, e prendere i sogni dagli anziani. Portare su di sé gli anziani e i loro sogni. Portare addosso questi anziani, i loro sogni; non ascoltarli, registrarli, e poi dire “adesso andiamo a divertirci”. No. Portarli addosso. Il sogno che noi riceviamo da un anziano è un peso, costa portarlo avanti. E’ una responsabilità: dobbiamo portarli avanti. Tu non puoi portarti tutti gli anziani addosso, ma i loro sogni sì, e questi portali avanti, portali, che ti farà bene. Non solo ascoltarli, scriverli, no: prenderli e portarli avanti. E questo ti cambia il cuore, questo ti fa crescere, questo ti fa maturare. E’ la maturazione propria di un anziano.



Seminare odio e far crescere l’odio, creare violenza e divisione è un cammino di distruzione, di suicidio, di altre distruzioni.
4. I giovani non hanno l’esperienza delle due guerre. Io ho imparato da mio nonno che ha fatto la prima, sul Piave, ho imparato tante cose, dal suo racconto. Anche le canzoni un po’ ironiche contro il re e la regina, tutto questo ho imparato. I dolori, i dolori della guerra… Cosa lascia una guerra? Milioni di morti, nella grande strage. Poi è venuta la seconda, e questa l’ho conosciuta a Buenos Aires con tanti migranti che sono arrivati: tanti, tanti, tanti, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Italiani, polacchi, tedeschi… tanti, tanti. E ascoltando loro ho capito, tutti capivamo cos’era una guerra, che da noi non si conosceva. Credo che sia importante che i giovani conoscano gli effetti delle due guerre del secolo scorso: è un tesoro, negativo, ma un tesoro per trasmettere, per creare delle coscienze. Un tesoro che ha fatto anche crescere l’arte italiana: il cinema del dopoguerra è una scuola di umanesimo. Che loro conoscano questo è importante, per non cadere nello stesso errore. Che loro conoscano come cresce un populismo: per esempio, pensiamo al ’32-’33 di Hitler, quel giovanotto che aveva promesso lo sviluppo della Germania dopo un governo che aveva fallito. Che sappiano come incominciano, i populismi.
  Non si può vivere seminando odio. Noi, nell’esperienza religiosa della storia della religione, pensiamo alla Riforma: abbiamo seminato odio, tanto, da ambedue le parti, protestanti e cattolici. Questo l’ho detto esplicitamente a Lund [in Svezia, nell’incontro ecumenico], e adesso da 50 anni lentamente ci siamo accorti che non era quella la strada e stiamo cercando di seminare gesti di amicizia e non di divisione. Seminare odio è facile, e non solo sulla scena internazionale, anche nel quartiere. Uno va, sparla di una vicina, di un vicino, semina odio e quando si semina odio c’è la divisione, c’è cattiveria, nella vita quotidiana. Seminare odio con i commenti, con le chiacchiere… Dalla grande guerra scendo alle chiacchiere, ma sono della stessa specie. Seminare odio anche con le chiacchiere in famiglia, nel quartiere, è uccidere: uccidere la fama altrui, uccidere la pace e la concordia in famiglia, nel quartiere, nel posto di lavoro, far crescere le gelosie, le competizioni di cui parlava la prima ragazza. Cosa faccio io – era la sua domanda – quando vedo che il Mediterraneo è un cimitero? Io, Le dico la verità, soffro, prego, parlo. Non dobbiamo accettare questa sofferenza. Non dire “ma, si soffre dappertutto, andiamo avanti…”. No, questo non va. Oggi c’è la terza guerra mondiale a pezzetti: un pezzetto qua, un pezzetto là, e là, e là… Guardate i luoghi di conflitto. Mancanza di umanità, aggressione, odio fra culture, fra tribù, anche una deformazione della religione per poter odiare meglio. Questa non è una strada: questa è la strada del suicidio dell’umanità. Seminare odio, preparare la terza guerra mondiale, che è in corso a pezzetti. E credo di non esagerare in questo. Mi viene in mente – e questo va detto ai giovani – quella profezia di Einstein: “La quarta guerra mondiale sarà fatta con le pietre e i bastoni”, perché la terza avrà distrutto tutto. Seminare odio e far crescere l’odio, creare violenza e divisione è un cammino di distruzione, di suicidio, di altre distruzioni. Questo si può coprire [giustificare] con la libertà, si può coprire con tanti motivi! Quel giovanotto del secolo scorso, negli anni ’30, lo copriva con la purezza della razza; e qui, i migranti. Accogliere il migrante è un mandato biblico, perché “tu stesso sei stato migrante in Egitto” (cfr Lv 19,34). Poi pensiamo: l’Europa è stata fatta dai migranti, tante correnti migratorie nei secoli hanno fatto l’Europa di oggi, le culture si sono mischiate. E l’Europa sa bene che nei momenti brutti altri Paesi, dell’America, per esempio, sia del Nord che del Sud, hanno accolto i migranti europei, sa cosa significa questo. Noi dobbiamo riprendere, prima di esprimere un giudizio sul problema delle migrazioni, riprendere la nostra storia europea. Io sono figlio di un migrante che è andato in Argentina, e tanti, in America, tanti hanno un cognome italiano, sono migranti. Accolti con il cuore e con le porte aperte. Ma la chiusura è l’inizio del suicidio. E’ vero che si devono accogliere i migranti, si devono accompagnare, ma soprattutto si devono integrare. Se noi accogliamo “così” [come capita, senza un piano], non facciamo un bel servizio: c’è il lavoro dell’integrazione. La Svezia è stata un esempio da più di 40 anni, in questo. Io l’ho vissuto da vicino: quanti argentini e uruguayani, al tempo delle nostre dittature militari, sono stati rifugiati in Svezia. E subito li hanno integrati, subito. Scuola, lavoro… Integrati nella società. E quando l’anno scorso sono stato a Lund, mi ha ricevuto all’aeroporto il Primo Ministro, e poi, siccome non poteva venire lui a congedarsi, ha inviato una Ministro, credo della cultura… In Svezia, dove sono tutti biondi, questa era un po’ bruna: una Ministra della cultura così… Poi ho saputo che era figlia di una svedese e di un migrante dell’Africa. Così integrata che è arrivata a essere Ministra del Paese. Così si integrano le cose. Invece, la tragedia che tutti ricordiamo di Zaventem [in Belgio], non era stata fatta da stranieri: l’hanno fatta giovani belgi! Ma giovani belgi che erano stati ghettizzati in un quartiere. Sì, sono stati ricevuti ma non integrati. E questa non è la strada. Un governo deve avere – questi sono i criteri – il cuore aperto per ricevere, le strutture buone per fare la strada dell’integrazione e anche la prudenza di dire: fino a questo punto, posso, oltre non posso. E per questo è importante che tutta l’Europa si metta d’accordo su questo problema. Al contrario, il peso più forte lo portano l’Italia, la Grecia, la Spagna, Cipro un po’, questi tre-quattro Paesi… E’ importante.
Ma, per favore, non seminare odio. E oggi, io chiederei per favore a tutti di guardare il nuovo cimitero europeo: si chiama Mediterraneo, si chiama Egeo.

Dalle radici degli anziani, scorre la linfa di un popolo
5. Ho avuto un’esperienza di dialogo con gli anziani, per caso, da ragazzo. Mi piaceva ascoltarli.
 E’ stata una bella esperienza, con gli anziani, non mi spaventavano. Stavo sempre con i giovani, ma… E con queste esperienze ho capito la capacità di sognare che hanno gli anziani, perché c’è sempre un consiglio: “Vai così, fai questo…, ti racconto questo, non dimenticarti di questo…”. Un consiglio non imperativo, ma aperto, e con tenerezza. E questi consigli mi davano un po’ il senso della storia e dell’appartenenza. La nostra identità non è la carta d’identità che abbiamo: la nostra identità ha delle radici, e ascoltando gli anziani noi troviamo le nostre radici, come l’albero, che ha le proprie radici per crescere, fiorire, dare frutto. Se tu tagli le radici all’albero, non crescerà, non darà dei frutti, morirà, forse. C’è una poesia – l’ho detto tante volte – una poesia argentina di uno dei nostri grandi poeti, Bernardez, che dice: “Quello che l’albero ha di fiorito, viene da quello che ha di sotterrato”. Ma non un andare alle radici per chiudersi lì, come un conservatore chiuso, no. E’ fare – e questo l’ho sentito nell’Aula del Sinodo, uno di questi vescovi saggi lo ha detto – è fare come il tartufo – è costoso, il tartufo! –: nasce vicino alla radice, assimila tutto e poi, guarda che gioiello, il tartufo! E come fa male alle tasche, per averne uno!
Prendere la linfa dalle radici, le storie, e questo ti dà l’appartenenza a un popolo. E poi questa appartenenza è quello che ti dà l’identità. Se mi dici: perché oggi ci sono tanti giovani “liquidi”?, in questa liquidità culturale che è alla moda, che tu non sai se sono “liquidi” o “gassosi”… Non è colpa loro! E’ colpa di questo staccarsi dalle radici della storia. Ma non si tratta di essere come loro [gli anziani], ma di prendere il succo, come il tartufo, e crescere e andare avanti con la storia. Identità, appartenenza a un popolo.
  E infine, la figura biblica: quando Maria e Giuseppe portano il Bambino al Tempio, sono due anziani a riceverli. Quell’uomo saggio [Simeone] che ha sognato tutta la vita di incontrare, di vedere il Liberatore, il Salvatore. E canta quella liturgia, inventa una liturgia di lode a Dio. E quell’anziana [Anna] che stava nel Tempio, con la stessa speranza, e fa la chiacchierona e va dappertutto a dire: “E’ questo, è questo…”, sa trasmettere quello che ha scoperto nell’incontro con Gesù. Quell’immagine dei due vecchi. La Bibbia ripete che sono spinti dallo Spirito. E dice che i giovani, Maria e Giuseppe, con Gesù, vogliono osservare la Legge del Signore. E’ un’immagine molto bella del dialogo e della ricchezza che si dà in questo, che è ricchezza di appartenenza e di identità.

la saggezza del piangere, il dono del piangere: davanti a queste violenze, a questa crudeltà, a questa distruzione della dignità umana, il pianto è umano e cristiano. La via dell’empatia, della vicinanza, della nonviolenza, della mitezza, della tenerezza
6. “Come, in che modo la fede di una giovane donna o di un giovane uomo può sopravvivere a questo uragano? Come possiamo aiutare la Chiesa in questo sforzo?”. E’ la domanda. E’ un uragano, davvero. Anche quando noi eravamo bambini si manifestava un fenomeno che sempre c’è stato, ma non così forte… Oggi si vede più chiaramente quello che la crudeltà può fare in un bambino… Il problema della crudeltà: come si agisce rispetto alla crudeltà? Crudeltà dappertutto. Crudeltà fredda nei calcoli per rovinare l’altro… E una delle forme di crudeltà che mi colpisce, in questo mondo dei diritti umani, è la tortura. In questo mondo, la tortura è pane quotidiano, e sembra normale, e nessuno parla. La tortura è la distruzione della dignità umana
  Come agire rispetto alla crudeltà? La grande crudeltà – ho parlato della tortura – e la piccola crudeltà che c’è tra noi? Come insegnare, come trasmettere ai giovani che la crudeltà è una strada sbagliata, una strada che uccide, non solo la persona, anche l’umanità, il senso di appartenenza, la comunità? E qui, c’è una parola che dobbiamo dire: la saggezza del piangere, il dono del piangere. Davanti a queste violenze, a questa crudeltà, a questa distruzione della dignità umana, il pianto è umano e cristiano. Chiedere la grazia delle lacrime, perché il pianto ammorbidisce il cuore, apre il cuore. E’ fonte di ispirazione, piangere. Gesù, nei momenti più sentiti della sua vita, ha pianto. Nel momento in cui Lui ha visto il fallimento del suo popolo, ha pianto su Gerusalemme. Piangere. Non abbiate paura di piangere per queste cose: siamo umani.
Poi, condividere l’esperienza, e torno a parlare del dialetto e dell’empatia. Condividere l’esperienza con empatia, con i giovani: non si può avere una conversazione con un giovane senza empatia. Dove trovo questa empatia? Non condannare i giovani, come i giovani non devono condannare gli anziani, ma avere l’empatia: l’empatia umana. Io me ne vado perché sono vecchio, ma tu rimarrai, e questa è l’empatia della trasmissione dei valori.
E poi, la vicinanza. La vicinanza fa miracoli. La nonviolenza, la mitezza, la tenerezza: queste virtù umane che sembrano piccole ma sono capaci di superare i conflitti più difficili, più brutti.  Non avere paura. Vicinanza ai problemi. E vicinanza tra giovani e anziani. Sono poche cose: mitezza, tenerezza, vicinanza. E così si trasmette un’esperienza e si fa maturare. I giovani, noi stessi e l’umanità.