sabato 20 ottobre 2018

Alla guerra come alla guerra


Alla guerra come alla guerra

Alla guerra come alla guerra  è la traduzione dell’espressione francese à la guerre comme à la guerre, che sostanzialmente significa che in guerra si è schiavi della guerra, la guerra ci modella e facciamo cose che normalmente non faremmo. E’ la guerra. Non si va tanto per il sottile, gli scrupoli decadono.
  Me ne sono ricordato leggendo, l’altro giorno, un breve pezzo di una nota giornalista che seguivo anche al liceo e che qualche volta mi sorprendeva per come presentava tutto semplice. Ricordo che in un numero del quotidiano su cui scriveva, che era lo stesso sul quale ho trovato quel recente articolo, aveva riassunto sbrigativamente in una sola pagina, l’ultima nel giornale, tutta la storia dell’umanità trovandovi un certo senso, che corrispondeva ad una sua lotta politica che proponeva ai lettori. Io invece vedevo, e ancora vedo, tutto più complicato.
  Nell’articolo più recente sosteneva, se ho ben capito, che prima di nascere si è solo esseri in formazione e quindi abortire volontariamente non è omicidio, perché non si uccide una donna o un uomo. Sulla conclusione, vale a dire che una cosa è l’aborto volontario e altra è l’omicidio volontario, sono d’accordo, essenzialmente perché è la società che stabilisce le regole per cui un’azione  va punita come crimine  o non lo deve essere, e, in particolare, quando si può parlare di omicidio volontario, un delitto molto grave. Secondo il nostro codice penale, l’omicidio volontario è punito con una pena detentiva che può andare da ventuno anni di reclusione all’ergastolo, quindi ad una detenzione in teoria senza fine (di fatto nel nostro sistema penale anche la pena dell’ergastolo può finire). La donna che si fa praticare una interruzione volontaria della gravidanza senza l’osservanza delle regole stabilite dalla legge, invece,  non  è più punita come responsabile di un delitto, ma solo di un illecito amministrativo, con la sanzione amministrativa pecuniaria da €5.000,00 ad €10.000,00. Se se la fa praticare secondo le regole di legge non commette alcun illecito. Dunque, secondo la legge italiana, chi la chiama  assassina,  la diffama in entrambi i casi. Il fatto della donna è stato depenalizzato nel 2016: prima, dal 1978,  era ancora punito come delitto, con una multa, una pena pecuniaria, fino ad €51,00. Ancora prima era punito come delitto con la reclusione da uno a quattro anni: molto inferiore alla pena per un omicidio volontario. La legge penale italiana anche allora non equiparava aborto volontario e omicidio volontario. Ma anche la legge canonica, quella della Chiesa cattolica, non li confonde, tanto che li menziona in due differenti canoni (articoli):
Canone 1397 – Chi commette omicidio, rapisce oppure detiene con la violenza o la frode una pesona, o la mutila o la ferisce gravemente, sia punito a seconda della gravità del delitto con le privazioni e le proibizioni di cui al canone 1336; l’omicidio poi contro le persone al canone 1370 è punito con le pene ivi stabilite.
Canone 1398  - Chiunque procura l’aborto ottenendone l’effetto incorre nella scomunica latae sententiae [si pronuncia late sentenzie e significa che si è scomunicati senza necessità di uno specifico provvedimento formale dell’autorità ecclesiastica].
 Le pene (privazioni e proibizioni) stabilite dal canone 1336 sono:
 1) la proibizione o l'ingiunzione di dimorare in un determinato luogo o territorio;
2) la privazione della potestà, dell'ufficio, dell'incarico, di un diritto, di un privilegio, di una facoltà, di una grazia, di un titolo, di un'insegna, anche se semplicemente onorifica;
3) la proibizione di esercitare quanto si dice al n. 2, o di farlo in un determinato luogo o fuori di esso; queste proibizioni non sono mai sotto pena di nullità;
4) il trasferimento penale ad altro ufficio;
5) la dimissione dallo stato clericale.
§2. Soltanto le pene espiatorie recensite al §1, n. 3, possono essere pene latae sententiae.
  Da  cui si vede che l’aborto  sembra punito dalla legge canonica più gravemente dell’omicidio volontario.
  La Città del Vaticano, la minuscola entità territoriale su cui a Roma regna il Papa, ha un proprio codice penale, che poi è quello vigente nel Regno d’Italia nel 1929, in vigore in Italia dal 1889, con varie modifiche apportate dal Papato in seguito, tra le quali l’abolizione della pena di morte (abrogata nel 1969) e dell’ergastolo (abrogato nel 2013), sostituito con una lunga  pena detentiva temporanea. Vi è quindi ancora punito come delitto l’aborto, ma con una pena molto inferiore a quella per l’omicidio volontario.
  La ragione della pena della scomunica latae sententiae alla donna che interrompe volontariamente o si fa volontariamente interrompere la gravidanza, e a chi pratica o comunque collabora o agevola l’aborto volontario della donna,  è che era, ed ancora  è, un fatto talmente comune che la burocrazia ecclesiastica non potrebbe reagire se non in tempi lunghissimi, ammesso che venisse a conoscenza del fatto (in genere i preti ne apprendono in Confessione e, allora, è materia di un segreto presidiato anch’esso dalla scomunica latae sententiae). Una volta l’assoluzione per l’illecito era riservata al Vescovo e a sacerdoti da lui specificamente autorizzati; ora, da due anni, si è di manica più larga e tutti i preti possono assolvere e quindi cancellare la scomunica.
  Va precisato che il codice di diritto canonico si occupa dell’aborto come peccato, come colpa morale, mentre la legge italiana e quella della Città del Vaticano si occupano del medesimo fatto come un illecito di altra natura, la prima come illecito amministrativo  o delitto, a seconda dei casi (in Italia chi fa abortire una donna senza osservare le regole di legge commette ancora un delitto), e l'altra come delitto. Gli illeciti puniti dalla legge di uno stato spesso hanno anche rilievo come peccato, ma non tutto ciò che  è peccato è punito dalle leggi degli stati. Questi ultimi considerano prevalentemente le esigenze di tutela dell’ordine pubblico.
 C’è chi, in religione, vorrebbe tornare a quando l’interruzione volontaria della gravidanza era un delitto e vorrebbe anche smantellare le norme e le strutture sanitarie che la rendono possibile come procedura sanitaria. Quando la materia, in Europa, è stata sottoposta a referendum, la gente però non sembra aver condiviso quella impostazione e i vescovi se ne dolgono.
 C’è chi, invece, difende la situazione esistente e osserva che, tornando a com’era prima, in definitiva si obbligherebbero le donne a partorire, si eserciterebbe un potere sul loro corpo, che in definitiva sarebbe come espropriato a favore della comunità statale. Le donne, poi, continuerebbero ad abortire, come anche nei due millenni di storia cristiana, ma lo farebbero in modo molto più rischioso  per la loro salute e addirittura per la loro vita e doloroso
 I secondi sostengono che prima della nascita non ci sono uomo e donna; i primi, invece,  che ci sono fin dal primo istante del concepimento, fin dalla prima cellula fecondata, lo zigote.
  Ci si accapiglia e nella foga non si sta tanto a sottilizzare.
  E, invece, si dovrebbe.
 I biologi dicono che, per gli esseri umani,  l’ontogenesi  è una filogenesi: formandoci nell’utero materno ripercorriamo tutte le tappe dell’evoluzione: dallo zigote, la prima cellula di un essere umano, all’agglomerato di cellule detto blastocisti, all’embrione, al  feto (dal terzo mese di gravidanza). Gli embrioni dei mammiferi, ad esempio quello di una balena ed uno umano, all'inizio sono, ad uno sguardo superficiale naturalmente, tutti piuttosto simili. 


embrioni di pesce, di anfibio, di rettile e umano comparati. Le frecce indicano le fasi di sviluppo dell'embrione
Sviluppo di embrione di balena. Si notano gli abbozzi di arti
Dal  secondo mese di gravidanza cominciamo ad assumere sembianze umane e dal terzo in noi inizia a svilupparsi il cervello, la base organica della mente.
lo sviluppo dell'essere umano da embrione a feto. Il terzo mese di gravidanza si situa dopo l'8° settimana
 Gli studiosi ci raccontano di relazioni intense tra la madre e il feto, anche se non mediate da parole e gesti come tra coloro che sono nati. Dal quinto mese in poi,  se la gravidanza si interrompe e si riesce ad estrarre il feto vivo, il bimbo estratto può riuscire a sopravvivere, assistito da procedure sanitarie. Si parla di aborto se l’embrione o il feto muoiono fino al sesto mese, dopo si parla di morte intrauterina del feto: aborto e morte intrauterina del feto sono forme di interruzione della gravidanza, a volte naturali, a volte provocate volontariamente; la questione morale e legale riguarda queste ultime.
  Geneticamente, lo zigote, la blastocisti, l’embrione e il feto, sono vita umana distinta da quella della madre. Secondo la legge penale italiana si può però parlare di omicidio volontario dal momento del distacco del feto dall’utero materno. Prima si parla di interruzione della gravidanza, che, se  è volontaria e non rispetta le procedure  di legge, anche ora in Italia è considerata un illecito. Se le rispetta, non lo è. Quelle procedure consentono l’interruzione della gravidanza a certe condizioni. Nel nostro ordinamento, dunque, non si può decidere del tutto liberamente di interrompere la gravidanza, come a volte sostengono certi estremisti. Fondamentalmente viene in rilievo la salute fisica e psichica della donna. L’interruzione della gravidanza dopo il terzo  mese  è soggetta a limiti più stringenti: un  pericolo per la vita della donna o rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna. Perché si considera la donna e non l’uomo, qualora quest’ultimo manifesti un interesse alla gravidanza (e non sempre accade), visto che una sua collaborazione nell’iniziare la gravidanza  è necessaria? Perché è la donna che porta in sé la nuova vita: ai tempi nostri ripugna costringerla a farlo. In altri tempi, invece, non ci si faceva scrupolo a farlo. Così, come si vede, dietro la questione dell’interruzione volontaria della gravidanza, c’è quella del ruolo della donna della società, che, fino ad epoca molto recente, anche la dottrina della nostra fede voleva subordinato a quello dell’uomo e fondamentalmente dedicato a mettere al mondo, crescere ed educare i figli.
  Non abbiamo scelto noi la via dell’ontogenesi umana, il modo come fare i figli. Siamo essere naturali: ce la siamo trovata applicata e, in ciò, condividiamo una condizione biologica con gli altri mammiferi. Ma non siamo solo natura, siamo anche cultura. L’evoluzione ci ha dotati di una mente, che ci rende capaci di pensare ed esprimere realtà spirituali, quindi culture. La cultura è un fatto sociale. E’ in definitiva la cultura a insegnarci dove c’è un uomo o una donna. E questo anche se la cultura prende forma di teologia. E, infatti, in merito la teologia si è evoluta, in particolare seguendo i progressi della genetica. Ma certamente tra i cristiani l’interruzione volontaria della gravidanza è stata sempre considerata una colpa morale, che io sappia. Oggi, in società, nel configurare il sistema dei delitti e delle pene in materia di interruzione volontaria della gravidanza, ci si orienta maggiormente in base a un principio di precauzione, senza ricorrere alle antiche argomentazioni della teologia: si vuole evitare che la soppressione di vite umane, anche in evoluzione verso organismi maturi, sia presa alla leggera, perché una volta che lo si faccia la tendenza potrebbe dilagare, come in effetti già avvenuto, fin dall’antichità, nelle società umane.
  Fin dove, però, nelle polemiche che si accendono ciclicamente su quei temi, vi è una sincera preoccupazione per le vite di esseri umani, innanzi tutto per quelle maggiormente coinvolte, quelle delle donne e dei nascituri, e dove invece, si argomenta solo strumentalmente di vite umane per prevalere politicamente, cioè nel quadro di lotte di potere e come arma per sopraffare gli avversari, senza andare troppo per il sottile sul merito delle questioni? Negli estremisti dell’una e dell’altra parte non riconosco un sincero sforzo di stare ai fatti così come la natura ce li presenta e il lessico della teologia mi pare ancora inutilmente enfatico. Perché inutilmente? Perché così, enfatico, sparandole grosse,  non serve a nulla,  in particolare non serve a far diminuire gli aborti, come dimostrato da una storia millenaria, e genera solo sofferenze, discriminazioni, ingiuste colpevolizzazioni, in particolare tra le donne. Si insulta, si diffama, ma le cose rimangono poi come sono: il principale pericolo per le gravidanze sono, ai tempi nostri come sempre,  le condizioni sociali in cui la donna è immersa, a volte ancora straordinariamente dure in un Occidente molto ricco. Agire per prevenire efficacemente le interruzioni volontarie delle gravidanze richiederebbe una critica sociale e un’azione conseguente per cambiare le cose che non vanno. Si tratterebbe di lottare, e questa volta a fianco delle donne, non contro di esse. Questo sembra talvolta andare al di là dell’immaginazione di una teologia ancora prevalentemente al maschile. Dunque, ecco: alla guerra come alla guerra. Ma io da questa guerra mi chiamo fuori.
 Non è facile per un credente, dunque anche per me, affrontare questi temi, perché, bene che vada, si rischia l’emarginazione. L’ho fatto perché, qualche giorno fa, ho criticato l’ipocrisia del clero e dei religiosi e c’è sicuramente chi ha pensato alla mia, di ipocrisia: infatti, controllate, questa è la prima volta che affronto direttamente quegli argomenti.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli