Verità
Per orientarci in società in quello che facciamo, abbiamo bisogno di convinzioni
affidabili su come va il mondo, sul passato, su quello che si prevede nel
futuro e sul senso della vita. Quando queste convinzioni sono condivise da
gruppi sociali diventano verità in quei gruppi. Sono ritenute socialmente affidabili le convinzioni che funzionano
in ciò che ci servono, innanzi tutto per essere accettati in società, ma anche
per difendersene, per farla funzionare, e per sopravvivere negli ambienti naturali, pieni di rischi. Sono
verità quelle che fanno funzionare le nostre automobili e gli smartphone. Ne
siamo convinti anche se non arriviamo a comprenderle in dettaglio, perché
funzionano. Può apparire strano dirlo, ma anche per le verità religiose è un
po’ così. Le verità, di solito, vengono sottoposte a costante revisione:
innanzi tutto per i processi di apprendimento sociale che progrediscono (e
talvolta regrediscono) e poi perché, al variare delle società che le
espressero, anch’esse devono cambiare, altrimenti non servono più. Una verità,
pertanto, è legata a un gruppo sociale e a un’epoca. Tutte le verità
compresenti in un gruppo sociale e in un tempo sono tra loro collegate: quelle
sul senso della vita, ad esempio, dipendono anche dalla concezione di come va
il mondo e di come è andata nel passato. Oggi riteniamo inaffidabili molte verità degli antichi, ma i posteri,
probabilmente, faranno lo stesso con le nostre. Bisogna dire che, però, molte
delle verità oggi credute sono legate con quelle del passato: spesso ne
costituiscono più che altro un’evoluzione, un adattamento. Questo accade spesso
in religione. Non crediamo più negli antichi dei, ma non crediamo in un
modo molto diverso dagli antichi: gli antropologi, anzi, riconoscono l’antica
religiosità in diversi atteggiamenti di oggi. L'antichissima narrazione biblica su Adamo ed
Eva, che in parte ha analogie con quelle di altre religioni degli antichi in merito ai primi esseri umani, oggi non è più considerata verità in senso storico, ma rimane verità in senso religioso.
Esistono verità assolute, vale a dire resistenti al cambiamento dei
corpi sociali nei quali sono diffuse? In religione di solito si è convinti di
sì, ma, quando si va nel particolare, vediamo che molti rimaneggiamenti ci sono
stati e, anche dove certe verità sono espresse con parole antiche, oggi le
comprendiamo in modo diverso dagli antichi. Si spiega la cosa dicendo che, nel
tempo e secondo le varie società, esse si sono capite diversamente e, in
genere, meglio, con più profondità. In effetti c’è stata una loro diversa inculturazione. Sono penetrate in
culture diverse che le hanno intese in modi diversi. Ogni epoca vi ha lasciato
qualcosa. Ragionandoci sopra si possono individuare questi lasciti culturali e
anche tentarne un’opera di escissione per così dire chirurgica. Ma poi sempre anche noi si lascerà in quelle antiche verità qualcosa di nuovo, perché devono legarsi a società nuove e, se non vi riescono, non possono permearle. Questo è appunto il
lavoro della mediazione culturale.
Studiando i nostri testi sacri
possiamo renderci conto molto bene di queste caratteristiche delle verità
credute in società. E di come certe verità, che vengono ritenute ad un certo momento non più o meno affidabili sotto certi punti
di vista, mantengono validità sotto altri, ad esempio quando si parla del senso
della vita.
Oggi in
religione non si è più obbligati a credere
che gli esseri umani furono creati esattamente come li vediamo adesso (anche se c’è
chi ancora lo crede). Ma è così che la Creazione viene presentata nelle Scritture e a lungo, in
religione, la si è pensata così. L’evoluzionismo,
la convinzione che i nostri organismi siano il risultato di lunghi processi
biologici di metamorfosi che ci accumunano agli altri mammiferi, è stato da
poco digerito dalla teologia, e non del tutto. E’
ritenuto una verità in ambito
scientifico, vale a dire un’idea affidabile ampiamente condivisa nelle comunità scientifiche che spiega come siamo arrivati ad
essere come siamo, e ciò naturalmente solo fino al momento in cui essa sia provata come inaffidabile e sostituita
con un’altra che non sia ritenuta tale. I teologi ci hanno spiegato che, comunque, l’evoluzionismo
non mette in questione il senso religioso della vita e, in particolare, l’idea
di Creazione, che significa produrre
vita e natura dotate di senso, proprio come scritto nella Bibbia. Anche nell’evoluzione
delle specie viventi si può scorgere un senso religioso. I racconti biblici sulla Creazione funzionano ancora come verità in quell'ambito, anche se non sono più creduti come tali quali spiegazioni scientifiche degli eventi biologici che portarono alle metamorfosi delle specie fino a noi.
Ci furono tempi in cui si diede molta importanza al provare l’esistenza di Dio, impiegando argomenti logici basati anche sull’osservazione
dei fatti della natura e della nostra psicologia. Poi ci si è convinti che è fatica sprecata. Di fronte alle
tante ragionevoli obiezioni poste dagli increduli, in definitiva noi pur sempre amiamo Dio e perciò crediamo, e tuttavia anche ragioniamo, ma quel nostro ragionare non
è un provare, bensì l’inquadrare
armonicamente quelle religiose tra le altre nostre convinzioni, quelle che ci servono in società. Si
ricorda quel detto dello scrittore russo Fëdor Dostoevskij secondo il quale, se gli avessero dimostrato che Dio
non esiste, egli avrebbe tuttavia continuato ad amarlo. Quella su Dio non è una
di quelle verità che abbia bisogno di essere provata per essere ritenuta
affidabile. Per questo resiste ad ogni confutazione, ed anche a quella,
contenuta nelle stesse Scritture, secondo la quale “Dio, nessuno lo ha mai visto”.
Nel processo giudiziario vediamo bene
esemplificato il dramma che riguarda le verità che usiamo in società. Cerchiamo di
convincerci in modo affidabile di come è andato un certo fatto storico, che
ipotizziamo come illecito e si vorrebbe come tale sanzionare. Cerchiamo prove,
le colleghiamo con dei ragionamenti: proponiamo una certa ricostruzione. Ma è andata
sicuramente così? Arriviamo a convincercene, e dobbiamo farlo perché una
decisione, in un senso o in un altro va comunque presa. Arriva a diventare irrevocabile, non più confutabile in
sede giudiziaria con i mezzi ordinari. Ad essa il condannato è inchiodato, come
lo fu il nostro Maestro. “Che cosa è la
verità?”, gli aveva chiesto il
suo giudice. Fatto sta che oggi non si è più convinti di quella verità giudiziaria,
che lo coinvolse così crudelmente. Accade anche nei processi di oggi. Sono
previste però possibilità di revisione delle decisioni giudiziarie, quando vengano
fuori prove decisive affidabili che ne dimostrino l’ingiustizia. La verità giudiziaria, come quella scientifica, non ha la pretesa di essere assoluta e definitiva. La principale
controindicazione alla pena di morte è che, dopo la morte del condannato, la
revisione giudiziaria diventa inutile: rimane solo il lavoro degli storici, per
i fatti di rilevante interesse sociale.
Abbiamo
ancora bisogno di verità? Certamente.
La società, altrimenti, non potrebbe esistere e funzionare, organizzarsi come tale. Abbiamo bisogno di convinzioni
sociali ritenute affidabili e ampiamente condivise. Prima dell’avvento dell’era delle ferrovie non si
sentiva la necessità di tecniche di misurazione del tempo orario, ora per ora, con precisione al minuto, uniformi a livello
nazionale o addirittura internazionale, salvo che per fare il punto in
navigazione. Dopo fu diverso: anche se l’alba non arriva alla stessa ora in una
città rispetto ad un’altra e il giorno comincia quindi in orari diversi a
seconda dei posti, gli orari di partenza e di arrivo dei treni non dipendono da
quello e se un treno parte alle sette a Roma, arriva alle 10 e qualcosa a
Milano indipendentemente dall’orario dell’alba. Altrimenti come si farebbe a programmare i viaggi in treno? L'orario ferroviario è una verità nel senso che ho precisato.
Abbiamo anche bisogno che alcune di queste verità, quelle più
importanti, non siano nelle mani dei
potenti del momento, e anzi arrivino a obbligare anche loro, come è, ad
esempio, per i valori costituzionali nel nostro regime democratico. Gran parte
delle verità religiose sono appunto del tipo che va maggiormente preservato.
Quelle tecnologiche o sulla natura possono mutare rapidamente, ma quelle sul
senso della vita, no. Nel senso della vita siamo infatti compresi noi stessi, con la nostra
dignità, la nostra felicità, il nostro destino sociale.
I teologi sanno riconoscere quel nucleo di
verità che è rimasto stabile, nelle nostre convinzioni religiose, dai primi
tempi, nonostante le molte varianti culturali, con i conseguenti apporti, e nonostante che tante altre affermazioni, tanti altri racconti, non siano
più considerati verità in tutti i sensi in cui li si pensava tali. Chiamano quel nucleo deposito di fede e ci dicono che è molto importante non solo preservarlo, ma anche tramandarlo, ciò che richiede necessariamente di mediarlo attraverso i tempi e le società. Mediare non significa tradire, ma interpretarlo (non solo tradurlo) in modo che funzioni anche in epoche e società diverse da quelle originarie, mantenendo il suo senso profondo, ciò che lo rende santo, che appunto significa da preservare religiosamente, ma non per semplice puntiglio dotto di eruditi, bensì per amore. Depositandolo in altre culture, mediandolo, le comprendiamo in ciò che amiamo.
Oggi si preferisce dire che siamo cercatori di verità, piuttosto che possessori, volendo intendere che siamo sempre
impegnati ad approfondire quelle che permangono stabili nel tempo, perché hanno
a che fare con il senso della vita, e a capire sempre meglio, in maniera sempre
più affidabile, il contorno, le altre. Della ricerca della verità fa
parte anche la sua critica, il vaglio
per stabilirne la perdurante affidabilità. Come pure quel lavoro che definiamo
di mediazione culturale, che serve a
tramandare e trasferire le verità più importanti anche oltre le società e i
tempi che le originarono. Ad alcuni esso pare indebito perché la
verità è la verità, dicono, e non si accorgono che, così concludendo, fanno
però sempre riferimento ad una certa versione della verità, socialmente e temporalmente
collocata, ad esempio quella che si ricava dal catechismo del 1905 di san Giuseppe Sarto - Pio 10°. Alla fine restringendo la verità in una specie di recinto culturale, oltre il quale non ce ne sarebbe più, la si costringe in una prigione e non le si
consente di fare il lavoro che serve in società, innanzi tutto parlando alla sua gente in maniera tale che possa essere capita. E’ un po’ l’obiezione che
viene posta al Catechismo della Chiesa cattolica, deliberato nel 1992 come
documento normativo, limitativo della ricerca teologica, non solo come
strumento per la formazione dei fedeli.
Gli antichi dei e le antiche religioni passarono: è un monito serio. Non
è che gli antichi fossero irreligiosi, come, sbagliando, a volte li riteniamo.
Non avrebbero perso tempo, in quel caso, a costruire quei grandi templi che
ancora oggi ammiriamo. E’ che, ad un certo punto, in un processo non istantaneo ma che richiese circa
settecento anni, da quando il greco Socrate cominciò a parlare dell’insufficienza
delle concezioni religiose del suo tempo a quando la nostra fede si affermò
nell’impero romano intorno al Mediterraneo, certe verità non furono più
suscettibili di mediazioni affidabili in società e vennero sostituite da altre
di cui ci si convinse. Potrebbe succedere anche alle nostre verità di fede?
Potrebbe, se abbandoniamo il lavoro di mediazione culturale e di inculturazione.
Ai tempi nostri c’è una certa libertà nel
credere in certe verità, come quelle
religiose o quelle in materia medica. Questo non significa che si sia effettivamente più liberi, in
generale, in materia di verità. Oggi, ad esempio, si dà molta importanza ai
fatti economici, ed è come se ad ognuno sia assegnato un prezzo che ne
definisce il valore sociale. Si è liberi di dire di non credere in un dio, ma
se non si crede ai fatti economici si finisce in rovina, e sempre
meno ci si sente impegnati a soccorrere chi cade. Qualche volta la cosa viene
presentata come il conflitto tra il Dio della Bibbia e il dio-denaro. Criticare
quest’ultimo, mettendo in questione il sistema sociale che lo esprime, può
essere piuttosto pericoloso. Può costare la libertà e addirittura la vita. E’
un sistema di valori che sta mutando. Cercare di spiegarne, e innanzi tutto spiegarsene, le ragioni è
una parte di quel rendere ragione della propria fede, che è un obbligo importante del
fedele religioso. Non basta ripetere a memoria la dottrina ricevuta, come una
volta si faceva da bambini con i nostri vecchi catechismi
a domande e risposte per la Prima Comunione correnti ancora per tutti gli scorsi anni Sessanta, fino al rinnovamento della catechesi del decennio succesivo. Questo lavoro
del rendere ragione, che è
confrontarsi con le verità del proprio tempo, e innanzi tutto sulla questione
della verità, è un parte importante del lavoro che ci si aspetta da un laico di
fede. Perché egli deve difendere e promuovere i valori di fede, le verità religiose, nella società del suo tempo. Non si tratta di provare le realtà
soprannaturali, le quali in quanto tali non sono suscettibili di essere
provate, ormai lo abbiamo capito, ma di accreditare nella società del proprio
tempo il senso religioso della vita, quello basato sulla misericordia tra gli umani che si irradia anche
a tutta la natura intorno, perché quella società cambi nel senso giusto, in
questo trovando compagni ben oltre la cerchia di chi è esplicitamente
religioso.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa –
Roma, Monte Sacro, Valli