“Veglia di preghiera
per l’Italia” presieduta da S.Em.za il Card. Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di
Perugia-Città della Pieve e Presidente della CEI e animata dalla Comunità di
Sant’Egidio Basilica di Santa Maria in Trastevere – 7 giugno 2018 Mt.25, 14-29
dal WEB:
https://www.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/31/2018/06/09/Preghiera-per-l-Italia-Card-Bassetti-07-06-2018.pdf
Cari
fratelli e sorelle,
la
parabola dei talenti, che tante volte abbiamo ascoltato, ci fa spesso
riflettere sui doni – i talenti – che abbiamo ricevuto nella nostra vita
personale. Ci invita alla responsabilità di usare bene quei talenti affidatici
dal Signore. Forse mai abbiamo pensato che i talenti non sono solo le opportunità
o le qualità della nostra vita personale.
Vorrei oggi leggere il dono dei talenti in un
altro senso. Essi sono il dono di una patria, di una comunità nazionale. Ognuno
riceve il dono di una patria: forse c’è chi lo riceve con più opportunità chi
con meno, ma tutti hanno una patria. Diceva San Giovanni Paolo II:
“L’espressione ‘patria’ si collega con il concetto e con la realtà di ‘padre’”.
È “l’insieme di beni che abbiamo ricevuto dai nostri padri”: eredità di terra,
di storia, di cultura, di valori spirituali, di lingua…”.
Forse non abbiamo riflettuto al gran dono di
Dio rappresentato dall’avere una patria. È scontato. Ma coloro che l’hanno
persa o che ne sono stati scacciati o l’hanno dovuta abbandonare, sanno bene
quale valore essa abbia. Tanti rifugiati e profughi cercano una patria con un
volto materno. In guerra – e ricordo i racconti della mia infanzia – si capisce
il valore di una patria in pace. Diceva ancora Giovanni Paolo II che il proprio
Paese “è per ciascuno, in un modo, molto vero, una madre”.
In questi mesi, dopo le elezioni politiche,
abbiamo vissuto momenti di seria preoccupazione, non solo per la composizione
del governo che tardava a venire. Oggi, finalmente arrivata, facciamo i
migliori auguri di buon lavoro al nuovo governo al servizio del bene comune del
Paese. Ma non possiamo dimenticare che c’è stato un clima di tensione e attimi
di conflittualità che sono emersi dalle viscere profonde del Paese.
Soprattutto su internet, il cui uso talvolta
irresponsabile è da biasimare, ho visto montare una rabbia sociale persino
contro la persona del Presidente della Repubblica e la sua misurata e saggia
azione di garanzia di tutti i concittadini.
Ci vuole una svolta nella vita del Paese per
cominciare a lavorare insieme: è, infatti, eticamente doveroso lavorare per il
bene comune dell’Italia senza partigianeria, con carità e responsabilità, senza
soffiare sul fuoco della frustrazione e della rabbia sociale. Che tutte le
forze politiche, gli operatori della comunicazione, i responsabili a qualunque
titolo non badino all’interesse immediato e di parte! Si ricordino delle parole
del profeta Osea: “E poiché hanno seminato vento/ raccoglieranno tempesta”
(8,7).
La conclusione di un periodo difficile, con
la composizione di un nuovo governo, richiama tutti a un senso di
responsabilità nelle parole e nei fatti, sempre tenendo conto del rispetto
delle persone e del bene comune. La mia preoccupazione va a tanti mondi, specie
le periferie delle nostre città, lacerati, in cui alla fatica quotidiana di
vivere – e spesso è tanta! – si aggiungono nuovi conflitti e diffidenze. C’è un
tessuto umano da ritessere in questi angoli di mondo e in tutta la società
civile italiana in nome della pace civile e sociale.
Dicevo ai vescovi italiani qualche mese fa:
“Dobbiamo, perciò, essere capaci di unire l’Italia e non certo di dividerla.
Occorre difendere e valorizzare il sistema-Paese con carità e responsabilità.
Perché il futuro del Paese significa anche rammendare il tessuto sociale
dell’Italia con prudenza, pazienza e generosità”.
La Chiesa italiana è impegnata nel rammendo
nella società italiana, perché essa è e vuole essere segno di unità e di pace
del popolo italiano. Il mondo intero ha bisogno di un’Italia in pace, perché
siamo tutti interdipendenti. L’Italia dà all’Europa, al Mediterraneo, al mondo
un grande contributo di servizio alla pace, di cultura, di lavoro, di sviluppo.
Non possiamo mancare alle nostre responsabilità, che hanno reso il nostro Paese
conosciuto e simpatico nel mondo intero. C’è un’umanità italiana che non
dobbiamo perdere o lasciar stravolgere da odi o razzismi, ma incrementare e
trasmettere ai nostri figli.
La
parabola dei talenti mostra come due servi abbiano investito il dono ricevuto
impiegandolo saggiamente: uno guadagna due talenti e l’altro ne guadagna
cinque. Entrambi i servi ricevono il plauso del Signore: “Bene, servo buono e
fedele… sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla
gioia del tuo padrone”. C’è un servo però che ha avuto paura e ha nascosto il
talento sotto terra. Molti di noi, in questo tempo, hanno paura per sé, hanno
paura del futuro, hanno paura per il nostro Paese.
Così, per paura, cercano di non confondersi,
di mettersi al riparo, quasi di sottrarsi al comune destino di essere italiani
responsabilmente. Non bisogna aver paura e pensare solo a sé, al proprio
interesse, al proprio tornaconto, rinunciando a trafficare i propri talenti per
il bene comune del Paese.
Qualche mese fa, papa Francesco, parlando qui
a Santa Maria in Trastevere alla Comunità di Sant’Egidio, che oggi ringrazio
per questa iniziativa, ha detto: “L’atmosfera di paura può contagiare anche i
cristiani che, come quel servo della parabola, nascondono il dono ricevuto: non
lo investono nel futuro, non lo condividono con gli altri, ma lo conservano per
sé”. Sì, anche noi abbiamo rischiato di farci contagiare dal clima di paura e
ci siamo chiusi nei nostri ambienti. Abbiamo avuto paura anche della politica,
come qualcosa che ci sporcava, dimenticando com’essa è un grande servizio alla
comunità nazionale, alla patria, madre nostra e dei nostri figli.
Non bisogna avere paura della politica ed
essere assenti! L’ho detto ai cattolici fin dall’inizio del mio mandato, come
presidente della CEI, e – dopo l’esperienza di questi mesi – lo ripeto con
maggiore convinzione: non abbiamo paura della responsabilità politica. Non lo
dico perché favorisca l’uno o l’altro disegno politico. Non è compito dei
pastori!
Ma credo che i cristiani, in un momento così
serio della nostra storia, non possano essere assenti o latitanti, con i loro
valori, anzi – come diceva Paolo VI – quali “esperti di umanità”. Sì, non
possano disertare quel servizio al bene comune che è fare politica in
democrazia. Rischieremmo l’irrilevanza: “Voi siete la luce del mondo… né si accende
una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro e così fa luce a
tutti quelli che sono nella casa” (Mt 5,14-15). Far luce non è dominare, ma
nemmeno nascondersi sotto il moggio.
È venuto il momento, come ho detto
recentemente, di avviare nuovi processi, senza preoccuparsi di occupare spazi
di potere. Nuovi processi in cui i giovani – soprattutto i giovani – si sentano
chiamati ad assumersi nuove responsabilità e ad elaborare nuove “idee
ricostruttive” per la democrazia del nostro Paese. Sono convinto che le energie
morali di questo Paese sono ancora tante e tantissimi siano i talenti
inespressi che necessitano di essere valorizzati.
Preghiamo per l’Italia, perché lo Spirito del
Signore soffi nel cuore dei responsabili e degli italiani, affinché s’impegnino
per il bene comune, in particolare per le fasce più povere della popolazione,
memori che l’Italia – per la sua storia e la sua collocazione geografica in
Europa e nel Mediterraneo – ha una particolare vocazione e una sua
responsabilità. Possa essere il nostro Paese una vera madre per tutti i suoi
cittadini e una presenza di pace e di soccorso nel mondo!