domenica 17 giugno 2018

Famiglie sbagliate


Famiglie sbagliate

 L’argomento della famiglia è molto importante in religione, perché lo è nella vita delle persone. La teologia, che descrive la fede in modo da dare orientamenti di vita, ci ha ragionato molto sopra e l’ha preso come riferimento per dare un’idea del soprannaturale e di come esso è unito con il popolo degli umani e lo trasforma. Nel suo lavoro la teologia delimita: delimita per capire, come si fa in ogni scienza, in cui si cerca di fare ordine per comprendere. Trattando della fede, che  è un fatto sociale, la teologia è sempre stata aperta alla società che l’esprime: cerca di dare  un orientamento alla vita sociale, ma anche di trarne argomenti. Capire, in teologia, significa quindi anche capire la società a cui ci si rivolge. Lo si può fare con vari atteggiamenti, che in qualche modo influiscono sul risultato.
  Storicamente la teologia è originata dalla filosofia, la scienza che si occupa del senso della vita umana: abbiamo quindi la figura del teologo-filosofo, che dà molta importanza alla coerenza delle idee, in modo che non siano in contraddizione e, in particolare, che, una volta stabilita tra loro una gerarchia, si sia conseguenti con i principi che ci si è dati.
  Ma si occupano di teologia anche i pastori, quelli che in religione hanno avuto il compito di occuparsi della gente al modo del Buon Pastore evangelico, conducendola per il giusto cammino e andando a recuperare e salvare quelli che si sono persi per strada. Abbiamo quindi anche la figura del teologo-pastore, quello che, secondo la bella immagine di papa Francesco, ha addosso l’odore del gregge.
  L’uno e l’altro, il teologo-filosofo e il teologo-pastore, si trovano di fronte ad una realtà sociale profondamente conflittuale, divisa: talvolta si schierano, dando argomenti ad una delle parti, altre volte cercano di risolvere il conflitto per portare pace. Negli anni Sessanta, quest’ultima è stata la via indicata dai saggi dell’ultimo Concilio ecumenico (il Concilio Vaticano 2°, 1962-1965) vale a dire potenzialmente rappresentativo di tutta la gente di fede che abita la Terra, e in questo senso  universale. Lo ha fatto accreditando una particolare teologia, quella che propone di fare dei popoli della terra un unico popolo-famiglia, la famiglia  umana, comprendente tutti. Anche in questo caso, quindi, la famiglia è stata presa come riferimento, e non solo per una teologia, ma per un obiettivo politico  di grandissima portata. Contemporaneamente anche la struttura organizzativa della Chiesa è iniziata a cambiare: storicamente si era fatta  impero religioso, più di recente aveva voluto darsi immagine di stato, ora si sta trasformando in una specie di O.N.U. religiosa. L’Organizzazione delle Nazioni Unite è stata fondata nel 1945 per portare la pace al mondo dopo l’esperienza tragica della Seconda guerra mondiale. Un’organizzazione simile cominciò ad essere invocata dal Papato dal 1941, già durante quella guerra, e tuttora il magistero del Papa e dei vescovi la indica come la soluzione per pacificare la Terra.
  Nel mentre assumeva questa grandissima rilevanza politica  la famiglia  è iniziata a cambiare molto velocemente nei popoli di cultura europea, quelli che a lungo hanno dominato la teologia e il Papato. Fondamentalmente questo è accaduto per l’affermarsi della personalità femminile nella società. La donna, specialmente nei ceti meno abbienti, era stata storicamente tenuta in una condizione di minorità e di dipendenza dal padre, prima, e dal marito dopo il matrimonio. Ad un certo punto la società ha consentito il cambiamento. Sono state le due Guerre mondiali, dal 1914 al 1918 e dal 1939 al 1945, a renderlo possibile, oltre che le trasformazioni dell’economia, in particolare la progressiva riduzione dell’occupazione nell’agricoltura. Con gli uomini in guerra, furono le donne a mandare avanti le attività produttive. Negli impieghi amministrativi e nel lavoro operaio rendevano quando gli uomini. La svolta si ebbe a partire dagli anni Cinquanta e ve ne è traccia nei documenti dell’ultimo Concilio, in cui in una Costituzione pastorale, detta Gaudium et spes  - La gioia e la speranza, presenta la famiglia come fondata su un’alleanza tra i coniugi. Nel 1983, il nuovo Codice di diritto canonico, stabilì, conformemente alla nuove legislazioni degli stati Occidentali, la pari dignità dei coniugi nel matrimonio. La trasformazione dell’istituto della famiglia in quel senso ebbe riflessi anche sulla posizione dei figli. Il paternalismo autoritario del passato iniziò a recedere nella società ed anche in religione. Fu la fine di un mondo, ma alcuni temono che possa diventare addirittura la fine del mondo, e comunque della religione.  
  Nella teologia dell’ultimo Concilio “ll bene della persona e della società umana e cristiana è strettamente connesso con una felice situazione della comunità coniugale e familiare.” (n.47). Questo fa della famiglia anche un agente politico  di  miglioramento sociale. In questa concezione la famiglia può cambiare il mondo e i progetti di cambiamento del mondo partono dalla famiglia e hanno l’obiettivo di rendere tutto il mondo un ambiente familiare, in particolare, al vertice, con lo strumento di un’organizzazione politica mondiale come quella dell’O.N.U., le nazioni unite.
   Quando ci si propone di fare del mondo un’unica famiglia in genere si è d’accordo in religione. Ci si divide, per ragioni politiche, sui dettagli. E ci si divide aspramente.
  C’è, ad esempio, chi vuole riservare alla cultura europea un ruolo predominante. Fare unità non è facile, neppure facendo appello alla benevolenza reciproca che dovrebbe animare le persone religiose. La famiglia, quale agente politico,  c’è andata di mezzo. Su di essa si riversano le varie concezioni politiche che si fanno guerra in società: i teologi hanno iniziato con il voler fare del mondo una famiglia, prendendo a modello la famiglia coniugale, ma non di rado pensano invece di organizzare la famiglia secondo il modello di mondo che hanno in mente. Inoltre si pensava ad un modello di famiglia naturale  pensando che ve ne fosse uno solo compatibile con la nostra biologia riproduttiva, e invece, mondializzando la religione per fare del mondo un’unica famiglia, ci si è accorti che ve ne sono molti di più, tanti quanti le culture sociali,  e che, inoltre, essi cambiano secondo i mutamenti della società in cui le famiglie sono immerse.
  Ci riproduciamo secondo la biologia dei mammiferi, ma amiamo secondo le culture in cui siamo immersi. Inoltre, e questo è molto importante, la famiglia di tipo coniugale è solo uno dei modelli di famiglia presenti nelle società umane. Si parla, ad esempio, di famiglie religiose  a proposito della comunità monastiche e di frati e suore. Possiamo riconosce una famiglia là dove si convive prendendosi cura di altri che si amano, persone che si sono scelte e con le quali non si hanno rapporti mercantili, alle quali si è legati da relazioni di dedizione e benevolenza incondizionate. In questo quadro la famiglia può andare al di là dell’uomo e della donna che si riproducono secondo la biologia dei mammiferi e della loro prole. Riconosciamo una famiglia anche dove uno solo dei genitori superstiti si occupa della prole. Ma comprendiamo nonni e zii dove entrano in relazioni di quel tipo, in sostituzione di genitori venuti a mancare o in supporto. La famiglia nucleare, papà e mamma che vivono in un appartamento in città, è un modello molto recente  e prevalentemente Occidentale. La famiglia contadina, prevalente un tempo, era invece di tipo allargato e vedeva una vasta la collaborazione tra famiglie coniugali, in  famiglie parentali, quelle consanguinee, e tra  famiglie parentali che abitavano vicine e che collaboravano nel lavoro dei campi e nella cura della prole. Anche negli ambienti borghesi funzionava così. Abbiamo ad esempio un modello di imprenditoria famigliare, basata su un modello allargato di famiglia, con  dinastie  di capi d’impresa e intorno vari consanguinei ad aiutarli, pronti a succedere loro al momento opportuno.  La molteplicità dei modelli familiari appare molto evidente dal l lavoro degli antropologi. Per acquisirne consapevolezza, può essere utile leggere uno scritto divulgativo sul tema della grande antropologa statunitense Margaret Mead (1901-1978), Maschio e Femmina, risalente al 1949, alle prime manifestazioni della rivoluzione femminile, e ancora disponibile in commercio in traduzione italiana, edito dal ll Saggiatore, anche in e-book.
  Nella pratica della vita di una parrocchia si incontrano tanti modelli di famiglia, in particolare di questi tempi in cui arriva tra noi gente di diversa cultura. La teologia fatica un po’ nel dare orientamenti operativi. Un criterio importante che dà è quello della misericordia verso le persone, che ci guida a non respingere chi si accosta alla vita religiosa solo perché è inserito in un tipo di famiglia che diverge da quella considerata tipica. Ma anche a non umiliarlo, facendolo sentire sbagliato, specialmente se si tratta di un bambino o di un adolescente.
    Tuttavia, si osserva, dove si andrà a finire con tutta questa misericordia? Non è che la società, trascinata da famiglie  sbagliate, divergenti rispetto a quella tipica disegnata dai teologi-filosofi, andrà a finire male, visto che la famiglia è essenziale per il bene della società?  Così, in genere in buona fede, si litiga, ci si divide. Il Papa e  i vescovi cercano di mettere pace, secondo il loro ruolo di pastori. Parlando a famiglie del tipo papà, mamma, figli, diranno, certo, che il loro amore è benedetto. Ma che fare delle famiglie diverse, che però ci sono, e amano? Questo problema, di facile soluzione per i teologi-filosofi, è cruciale per la pratica pastorale  in una realtà sociale come quella di una parrocchia e, in genere, non si ha cuore di dire alle persone che provengono da famiglie sbagliate e che, dunque, loro stesse sono sbagliate, come raccomandato da alcuni  teologi-filosofi. Questi ultimi ragionano sulla base di una lunga tradizione culturale, in prevalenza europea, e si sa che in religione la tradizione è molto importante. Il dato biblico di santi patriarchi poligami, ad esempio Abramo, e del re Salomone con le sue settecento mogli e trecento concubine (1Re 11,3), viene in qualche modo storicizzato, ricondotto alle culture del tempo, e quindi superato. Viene superato, anche qui storicizzandolo, anche il dato della famiglia basata sul maschio dominante, che pure ha una lunga tradizione, interrotta tra le genti di cultura europea più o meno solo a metà del Novecento e ancora viva altrove. La parola chiave è alleanza, quella secondo la quale si vuole trasformare politicamente il mondo per renderlo un’unica famiglia pacifica. Si cerca di rendere  naturale  questo progetto politico, che in realtà non lo è perché solo nel corso del Novecento la pace-alleanza è diventato un obiettivo politico universale, agganciandolo alla nostra biologia di mammiferi, alla cooperazione tra maschio e femmina nella riproduzione. Eppure ciò che fa veramente la differenza non è la biologia di mammiferi ma la cultura dell’alleanza, secondo la quale, oggi, ci vietiamo le atrocità del nostro tremendo passato, in cui ci siamo fatti lecito cancellare, anche sterminandole, le persone sbagliate. E’ il peccato sociale di discriminazione, che ai tempi nostri, secondo la cultura dell’alleanza universale, riconosciamo come peccato, ma che storicamente in genere non è stato ritenuto tale. E, a volte, non ci mostriamo divisi solo tra persone di fede appartenenti a varie correnti di pensiero, ma anche in noi stessi: a volte ragioniamo da teologi-filosofi, altre da teologi-pastori, a volte ci appaghiamo di delimitare il gregge, distinguendo tra giusti e sbagliati, altre andiamo in cerca di quelli che si sono allontananti perché esclusi dall’alleanza. Sembra allora che si faccia un passo avanti e poi mezzo indietro. Come finirà? Sinceramente non lo so: in religione se ne sono viste tante. Penso che alla fine si arriverà a comprendere che nessuna famiglia in cui ci si ama sinceramente, animata da incondizionata dedizione reciproca, possa essere definita sbagliata. Allora  comprendere  significherà anche  includere. E si farà pace tra teologi-filosofi e teologi-pastori, tra persone che animano vari modelli di famiglia, e anche in noi stessi, gente di fede. Forse questa pace animerà veramente un nuovo modello di società.
 Io sono un ragazzo degli anni ’70 e tendo a orientarmi nella direzione segnata dai saggi dell’ultimo Concilio. La tradizione delle famiglie del passato non mi appaga: so che spesso si trasformarono in inferni sociali, specialmente per le donne. Bisogna però anche riconoscere che dagli scorsi anni  ’70  i modelli di famiglia sono cambiati come forse nemmeno quei saggi potevano prevedere. Probabilmente va storicizzato anche lo stesso modello di famiglia proposto dal Concilio Vaticano 2°. Un compito che supera la competenza e la forza di un laico, e la mia stessa vita. Saranno generazioni future ad essere testimoni della trasformazione.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli