Famiglie sbagliate
L’argomento della famiglia è molto importante
in religione, perché lo è nella vita delle persone. La teologia, che descrive
la fede in modo da dare orientamenti di vita, ci ha ragionato molto sopra e l’ha
preso come riferimento per dare un’idea del soprannaturale e di come esso è
unito con il popolo degli umani e lo trasforma. Nel suo lavoro la teologia
delimita: delimita per capire, come si fa in ogni scienza, in cui si cerca di
fare ordine per comprendere. Trattando della fede, che è un fatto sociale, la teologia è sempre
stata aperta alla società che l’esprime: cerca di dare un orientamento alla vita sociale, ma anche di
trarne argomenti. Capire, in teologia, significa quindi anche capire la società
a cui ci si rivolge. Lo si può fare con vari atteggiamenti, che in qualche modo
influiscono sul risultato.
Storicamente la teologia è originata dalla filosofia, la scienza che si
occupa del senso della vita umana: abbiamo quindi la figura del
teologo-filosofo, che dà molta importanza alla coerenza delle idee, in modo che
non siano in contraddizione e, in particolare, che, una volta stabilita tra
loro una gerarchia, si sia conseguenti con i principi che ci si è dati.
Ma si occupano di teologia anche i pastori,
quelli che in religione hanno avuto il compito di occuparsi della gente al modo
del Buon Pastore evangelico, conducendola per il giusto cammino e andando a
recuperare e salvare quelli che si sono persi per strada. Abbiamo quindi anche
la figura del teologo-pastore, quello che, secondo la bella immagine di papa
Francesco, ha addosso l’odore del gregge.
L’uno e
l’altro, il teologo-filosofo e il teologo-pastore, si trovano di fronte ad una
realtà sociale profondamente conflittuale, divisa: talvolta si schierano, dando
argomenti ad una delle parti, altre volte cercano di risolvere il conflitto per
portare pace. Negli anni Sessanta, quest’ultima è stata la via indicata dai
saggi dell’ultimo Concilio ecumenico
(il Concilio Vaticano 2°, 1962-1965) vale a dire potenzialmente rappresentativo
di tutta la gente di fede che abita la Terra, e in questo senso universale. Lo ha fatto accreditando una
particolare teologia, quella che propone di fare dei popoli della terra un
unico popolo-famiglia, la famiglia umana, comprendente tutti. Anche in questo
caso, quindi, la famiglia è stata presa come riferimento, e non solo per una
teologia, ma per un obiettivo politico di grandissima portata. Contemporaneamente
anche la struttura organizzativa della Chiesa è iniziata a cambiare:
storicamente si era fatta impero religioso, più di recente aveva
voluto darsi immagine di stato, ora
si sta trasformando in una specie di O.N.U. religiosa. L’Organizzazione delle
Nazioni Unite è stata fondata nel 1945 per portare la pace al mondo dopo l’esperienza
tragica della Seconda guerra mondiale. Un’organizzazione simile cominciò ad
essere invocata dal Papato dal 1941, già durante quella guerra, e tuttora il
magistero del Papa e dei vescovi la indica come la soluzione per pacificare la
Terra.
Nel
mentre assumeva questa grandissima rilevanza politica la famiglia è iniziata a cambiare molto velocemente nei
popoli di cultura europea, quelli che a lungo hanno dominato la teologia e il
Papato. Fondamentalmente questo è accaduto per l’affermarsi della personalità
femminile nella società. La donna, specialmente nei ceti meno abbienti, era
stata storicamente tenuta in una condizione di minorità e di dipendenza dal
padre, prima, e dal marito dopo il matrimonio. Ad un certo punto la società ha
consentito il cambiamento. Sono state le due Guerre mondiali, dal 1914 al 1918
e dal 1939 al 1945, a renderlo possibile, oltre che le trasformazioni dell’economia,
in particolare la progressiva riduzione dell’occupazione nell’agricoltura. Con
gli uomini in guerra, furono le donne a mandare avanti le attività produttive.
Negli impieghi amministrativi e nel lavoro operaio rendevano quando gli uomini.
La svolta si ebbe a partire dagli anni Cinquanta e ve ne è traccia nei
documenti dell’ultimo Concilio, in cui in una Costituzione pastorale, detta Gaudium et
spes - La gioia e la speranza, presenta
la famiglia come fondata su un’alleanza tra
i coniugi. Nel 1983, il nuovo Codice di diritto canonico, stabilì,
conformemente alla nuove legislazioni degli stati Occidentali, la pari dignità
dei coniugi nel matrimonio. La trasformazione dell’istituto della famiglia in
quel senso ebbe riflessi anche sulla posizione dei figli. Il paternalismo
autoritario del passato iniziò a recedere nella società ed anche in religione.
Fu la fine di un mondo, ma alcuni temono che possa diventare addirittura la
fine del mondo, e comunque della religione.
Nella teologia dell’ultimo Concilio “ll bene della persona e della società umana e cristiana è
strettamente connesso con una felice situazione della comunità coniugale e
familiare.” (n.47). Questo fa della famiglia anche un
agente politico di miglioramento sociale. In questa concezione la
famiglia può cambiare il mondo e i progetti di cambiamento del mondo partono
dalla famiglia e hanno l’obiettivo di rendere tutto il mondo un ambiente
familiare, in particolare, al vertice, con lo strumento di un’organizzazione
politica mondiale come quella dell’O.N.U., le nazioni unite.
Quando ci si propone di fare del mondo un’unica
famiglia in genere si è d’accordo in religione. Ci si divide, per ragioni
politiche, sui dettagli. E ci si divide aspramente.
C’è, ad esempio, chi vuole riservare alla
cultura europea un ruolo predominante. Fare unità non è facile, neppure facendo
appello alla benevolenza reciproca che dovrebbe animare le persone religiose.
La famiglia, quale agente politico, c’è andata di mezzo. Su di essa si riversano
le varie concezioni politiche che si fanno guerra in società: i teologi hanno
iniziato con il voler fare del mondo una famiglia, prendendo a modello la
famiglia coniugale, ma non di rado pensano invece di organizzare la famiglia
secondo il modello di mondo che hanno in mente. Inoltre si pensava ad un
modello di famiglia naturale pensando che ve ne fosse uno solo compatibile
con la nostra biologia riproduttiva, e invece, mondializzando la religione per
fare del mondo un’unica famiglia, ci si è accorti che ve ne sono molti di più,
tanti quanti le culture sociali, e che,
inoltre, essi cambiano secondo i mutamenti della società in cui le famiglie
sono immerse.
Ci riproduciamo secondo la biologia dei
mammiferi, ma amiamo secondo le culture in cui siamo immersi. Inoltre, e questo
è molto importante, la famiglia di tipo coniugale è solo uno dei modelli di
famiglia presenti nelle società umane. Si parla, ad esempio, di famiglie religiose a proposito della comunità monastiche e di
frati e suore. Possiamo riconosce una famiglia là dove si convive prendendosi
cura di altri che si amano, persone che si sono scelte e con le quali non si
hanno rapporti mercantili, alle quali si è legati da relazioni di dedizione e
benevolenza incondizionate. In questo quadro la famiglia può andare al di là
dell’uomo e della donna che si riproducono secondo la biologia dei mammiferi e
della loro prole. Riconosciamo una famiglia anche dove uno solo dei genitori superstiti
si occupa della prole. Ma comprendiamo nonni e zii dove entrano in relazioni di
quel tipo, in sostituzione di genitori venuti a mancare o in supporto. La
famiglia nucleare, papà e mamma che
vivono in un appartamento in città, è un modello molto recente e prevalentemente Occidentale. La famiglia
contadina, prevalente un tempo, era invece di tipo allargato e vedeva una vasta
la collaborazione tra famiglie coniugali,
in famiglie parentali, quelle
consanguinee, e tra famiglie parentali che abitavano vicine e che
collaboravano nel lavoro dei campi e nella cura della prole. Anche negli
ambienti borghesi funzionava così. Abbiamo ad esempio un modello di
imprenditoria famigliare, basata su
un modello allargato di famiglia, con dinastie di capi d’impresa e intorno vari consanguinei
ad aiutarli, pronti a succedere loro al momento opportuno. La molteplicità dei modelli familiari appare
molto evidente dal l lavoro degli antropologi. Per acquisirne consapevolezza, può
essere utile leggere uno scritto divulgativo sul tema della grande antropologa
statunitense Margaret Mead (1901-1978), Maschio
e Femmina, risalente al 1949, alle prime manifestazioni della rivoluzione femminile, e ancora
disponibile in commercio in traduzione italiana, edito dal ll Saggiatore, anche
in e-book.
Nella pratica della vita di una parrocchia si incontrano tanti modelli
di famiglia, in particolare di questi tempi in cui arriva tra noi gente di
diversa cultura. La teologia fatica un po’ nel dare orientamenti operativi. Un
criterio importante che dà è quello della misericordia verso le persone, che ci
guida a non respingere chi si accosta alla vita religiosa solo perché è
inserito in un tipo di famiglia che diverge da quella considerata tipica. Ma
anche a non umiliarlo, facendolo sentire sbagliato,
specialmente se si tratta di un bambino o di un adolescente.
Tuttavia, si osserva, dove si andrà a finire con tutta questa
misericordia? Non è che la società, trascinata da famiglie sbagliate, divergenti rispetto
a quella tipica disegnata dai teologi-filosofi, andrà a finire male, visto che
la famiglia è essenziale per il bene della società? Così, in genere in buona fede, si litiga, ci
si divide. Il Papa e i vescovi cercano
di mettere pace, secondo il loro ruolo di pastori.
Parlando a famiglie del tipo papà, mamma, figli, diranno, certo, che il loro
amore è benedetto. Ma che fare delle famiglie diverse, che però ci sono, e
amano? Questo problema, di facile soluzione per i teologi-filosofi, è cruciale
per la pratica pastorale in una realtà sociale come quella di una
parrocchia e, in genere, non si ha cuore di dire alle persone che provengono da
famiglie sbagliate e che, dunque, loro stesse sono sbagliate, come raccomandato
da alcuni teologi-filosofi. Questi
ultimi ragionano sulla base di una lunga tradizione culturale, in prevalenza
europea, e si sa che in religione la tradizione è molto importante. Il dato
biblico di santi patriarchi poligami, ad esempio Abramo, e del re Salomone con
le sue settecento mogli e trecento concubine (1Re 11,3), viene in qualche modo
storicizzato, ricondotto alle culture del tempo, e quindi superato. Viene
superato, anche qui storicizzandolo, anche il dato della famiglia basata sul
maschio dominante, che pure ha una lunga tradizione, interrotta tra le genti di
cultura europea più o meno solo a metà del Novecento e ancora viva altrove. La
parola chiave è alleanza, quella
secondo la quale si vuole trasformare politicamente il mondo per renderlo
un’unica famiglia pacifica. Si cerca di rendere naturale questo progetto politico, che in realtà non lo
è perché solo nel corso del Novecento la pace-alleanza è diventato un obiettivo
politico universale, agganciandolo alla nostra biologia di mammiferi, alla
cooperazione tra maschio e femmina nella riproduzione. Eppure ciò che fa
veramente la differenza non è la biologia di mammiferi ma la cultura dell’alleanza, secondo la quale, oggi, ci
vietiamo le atrocità del nostro tremendo passato, in cui ci siamo fatti lecito
cancellare, anche sterminandole, le persone sbagliate.
E’ il peccato sociale di discriminazione, che ai tempi nostri, secondo la
cultura dell’alleanza universale, riconosciamo come peccato, ma che
storicamente in genere non è stato ritenuto tale. E, a volte, non ci mostriamo
divisi solo tra persone di fede appartenenti a varie correnti di pensiero, ma
anche in noi stessi: a volte ragioniamo da teologi-filosofi, altre da
teologi-pastori, a volte ci appaghiamo di delimitare il gregge, distinguendo
tra giusti e sbagliati, altre andiamo in cerca di quelli che si sono
allontananti perché esclusi dall’alleanza. Sembra allora che si faccia un passo
avanti e poi mezzo indietro. Come finirà? Sinceramente non lo so: in religione
se ne sono viste tante. Penso che alla fine si arriverà a comprendere che
nessuna famiglia in cui ci si ama sinceramente, animata da incondizionata
dedizione reciproca, possa essere definita sbagliata.
Allora comprendere significherà anche includere. E si farà pace
tra teologi-filosofi e teologi-pastori, tra persone che animano vari modelli di
famiglia, e anche in noi stessi, gente di fede. Forse questa pace animerà veramente
un nuovo modello di società.
Io sono un ragazzo degli anni ’70 e tendo a
orientarmi nella direzione segnata dai saggi dell’ultimo Concilio. La
tradizione delle famiglie del passato non mi appaga: so che spesso si
trasformarono in inferni sociali, specialmente per le donne. Bisogna però anche
riconoscere che dagli scorsi anni
’70 i modelli di famiglia sono
cambiati come forse nemmeno quei saggi potevano prevedere. Probabilmente va
storicizzato anche lo stesso modello di famiglia proposto dal Concilio Vaticano
2°. Un compito che supera la competenza e la forza di un laico, e la mia stessa
vita. Saranno generazioni future ad essere testimoni della trasformazione.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli