martedì 26 giugno 2018

Apostasia


Apostasia




  In democrazia  è normale che si producano ciclicamente delle svolte politiche. Ciò che stiamo vivendo in Italia è però qualcosa di molto più profondo. La nostra gente teme le migrazioni, in particolare quelle dalla vicina Africa. Vuole che si crei una barriera che le impedisca. La cosa riesce più difficile che negli stati con flussi migratori verso frontiere terrestri. L’Italia è una penisola ed è attraverso il mare che giunge la gente più disperata. Tuttavia la comunità straniera più numerosa, quella dei romeni, con oltre un milione di persone, è arrivata via terra. Si tratta di cittadini europei, hanno diritto di stare tra noi, come noi abbiamo diritto di stare in Romania. A loro, che storicamente ci erano stati a lungo nemici, abbiamo riservato un trattamento diverso da quello degli africani e degli asiatici, molto meno numerosi, anche degli africani che hanno avuto legami culturali più intensi con noi, per via delle colonizzazioni, ad esempio Eritrei, Etiopi, Somali e Libici. Ma all’inizio degli anni ’90, alla caduta del regime del presidente somalo Siad Barre, il quale aveva mantenuto intensi rapporti con l’Italia, assecondammo una grandiosa migrazione dalla Somalia al Canada, via Roma, controllata dalle Nazioni Unite. I somali arrivavano a Roma in aereo e, fatte le pratiche per l’immigrazione in Canada, ripartivano per l’America.  Gli africani si integrarono molto bene in America.
   L’Africa sta crescendo, sia come popolazione sia come ricchezza. E’ per questo che c’è sempre più gente che ha il denaro che serve per raggiungere irregolarmente l’Europa e desidera farlo. Cerca di raggiungere l’Europa perché è di cultura europea. Ad esempio: i nigeriani parlano inglese. Molta della gente che arriva è cristiana, come  molti degli etiopi e dei nigeriani. Molti sono di cultura francese. I somali sono stati inculturati dagli italiani. Perché noi europei andammo in Africa, e nel resto del mondo, per colonizzare? Per fare gli altri come noi. Ci siamo riusciti. Ma in Europa abbiamo costruito qualcosa che nelle altre parti del mondo ancora non c’è. Non si tratta solo della ricchezza, anche se noi europei facciamo parte della parte minoritaria ricca del mondo. Noi italiani, nel colonizzare, pensammo anche di svolgere una missione religiosa. Volevamo affratellarci i colonizzati. Ora questi ultimi ci credono.
  Tra noi e l’Africa che migra c’è il deserto del Sahara. Di solito da ragazzi non ci si appassiona alla geografia, e le conseguenze si vedono. Gente di primo piano mostra di non sapere che cosa è il Sahara. Il braccio di mare che ci divide dall’Africa è poca cosa rispetto a quel deserto. Nel deserto c’è il nulla, da punto di vista dell’umanità. Non si costruisce nulla, è impossibile farlo. La gente si perde, i veicoli arrancano e si piantano. Più  o meno abbiamo un’idea di quante migliaia di persone muoiono ogni anno in mare migrando verso di noi, ma non dei morti nel deserto.  Le tempeste cambiano continuamente il volto della parte sabbiosa. Individuare gruppi che si muovono nel deserto è impresa disperata. La guerra nel deserto è la peggiore che si possa immaginare. L’epopea della Legione Straniera francese lo dimostra, con avamposti attaccati e distrutti da combattenti che poi sparivano subito. Con grande difficoltà, e crudeltà estrema, il fascismo riuscì alla fine ad avere ragione dei combattenti nel deserto del Sahara. Restò a lungo bloccato sulle coste, che aveva strappato all’Impero Ottomano. Nessuno, oggi, si azzarda ad intervenire militarmente da quelle parti, se non con piccoli contingenti che possono essere rapidamente sgomberati. Anni fa stavamo per andare, ma il Presidente del Consiglio dell’epoca, saggiamente consigliato dai suoi predecessori, si fermò. Oggi, sull’onda dell’ira popolare, potrebbe andare diversamente.  Ancora di recente ci stava per essere assegnato un avamposto nel deserto controllato dai francesi, con la Legione Straniera.
  Dunque: vogliamo respingere senza tanti complimenti. Dobbiamo però avere ben chiaro questo: non è possibile seguire la nostra religione e pensarla in quel modo. E’, infatti,  il Signore che ci viene incontro nei sofferenti che migrano. Chi lo dice? Ad esempio lo dicono i Papi.
  Trascrivo, per dare un’idea, l’accorato insegnamento di Joseph Ratzinger - Benedetto 16°, che ho trovato nell’antologia  Liberare la libertà - Fede e politica nel Terzo Millennio, Cantagalli, 2018, €18, a pag.20,  nel capitolo   Il Venerdì Santo della storia: uno sguardo sul Ventesimo secolo:
«Non è un caso che la fede in Dio parta da un capo ricoperto di sangue e ferite, da un Crocifisso; e che invece l’ateismo abbia per padre Epicuro, il mondo dello spettatore sazio.
 D’improvviso balena l’inquietante, minacciosa serietà di quelle parole di Gesù che abbiamo spesso accantonato perché le ritenevamo sconvenienti: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno dei Cieli. Ricco vuol dire uno che ‘sta bene’, uno cioè che è sazio di benessere materiale e conosce la sofferenza solo dalla televisione. Proprio di Venerdì Santo non vogliamo prendere alla leggera quelle parole che ci interpellano ammonitrici. Di sicuro non vogliamo e non dobbiamo procurarsi dolore e sofferenza da noi stessi. E’ Dio che infligge il Venerdì santo, quando e come vuole. Ma dobbiamo imparare sempre più -e non solo a livello teorico, ma anche nella pratica della nostra vita- che tutto il buono è un prestito che viene da Lui e ne dovremo rispondere davanti a Lui. E dobbiamo imparare -ancora una volta, non solo a livello teorico, ma nel modo di pensare e di agire- che accanto alla presenza reale di Gesù nella Chiesa e nel Sacramento, esiste quell’altra presenza reale di Gesù nei più piccoli, nei calpestati di questo mondo, negli ultimi, nei quali egli vuole essere trovato da noi. E, anno dopo anno, il Venerdì Santo ci esorta in modo decisivo ad accogliere questo nuovamente in noi.»
  Quel respingimento che ci proponiamo, collettivamente, è dunque un respingere il Signore,  un peccato grave, un atto empio, e siccome lo facciamo collettivamente, è anche una struttura sociale di peccato, è male sociale. Non solo facciamo male a noi stessi e agli altri, ma induciamo gli altri al male. Non ci pentiamo, non ci convertiamo, pensiamo di essere nel giusto, e chi fa così è perduto: non c’è perdono per chi non riesce a chiedere perdono, lo ha insegnato papa Francesco. Facciamo peccato anche con frasi cattive che buttiamo lì per strada, o battendo sui tasti del nostro pc. C’è chi fa peggio, certo. Chi deve e può decidere della vita o della morte di altri. Ma se lo fa in  nostro nome, siamo anche noi corresponsabili. In democrazia funziona così. Si è responsabili di tutto.
  Con che spirito ci azzardiamo a recitare il Padre Nostro e fare la Comunione dopo certe cattiverie? Comunioni sacrileghe. Noi preghiamo, quelli che respingiamo pregano; noi da casa nostra, quelli nel deserto, nei campi libici o in mezzo al mare, a volte tra i tormenti e in tempo di morte. Quale preghiera sarà ascoltata? Noi siamo dalla parte di Caino. Se non avessimo tacitato la coscienza e atterrito con la nostra empia protervia anche i nostri maestri, che non se la sentono più neanche di farci la predica, poveri grilli parlanti acciaccati contro il muro, sentiremmo risuonare in noi le tremende parole bibliche:
Allora il Signore disse a Caino: "Dov'è Abele, tuo fratello?". Egli rispose: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?". Riprese: "Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra". [versione CEI 2008].
 Significa che chi non riconosce più l'umanità negli altri, perderà anche la propria. Se ci si comporta da belve, le nostre antiche progenitrici, sopprimendo in noi ciò che ci fa diversi da loro, si ritornerà belve in un mondo di belve. Da belve discendiamo, belve possiamo tornare. 
 Ci sentiamo male, andiamo al pronto soccorso di un ospedale pubblico, e ci inalberiamo, protestando ad alta voce, se non si prendono cura di noi. Vogliamo soccorso gratuitamente. Paghiamo le tasse, diciamo. Se anche è vero, ciascuno in coscienza sa se è vero, nella maggior parte dei casi le nostre tasse non coprono il costo delle nostre cure mediche. Perché la Regione deve pagarci il medico, la degenza e le cure? Ed è lo stesso quando pretendiamo pensioni più alte di quelle che ci spetterebbero in base ai contributi versati, o addirittura senza aver versato alcun contributo, come  accade per le pensioni sociali o per l'indennità di accompagnamento.  Nella maggior parte del mondo non avviene, e neanche in uno stato ricco come gli Stati Uniti d’America.  Chiediamo di non essere abbandonati, lo abbiamo scritto nelle nostre leggi. Sono cose come queste che attirano la gente da fuori. La finiranno di venire quando cambieremo quelle leggi, divenendo spietati, abbandonando i sofferenti, i vecchi e i malati poveri, lasciando che sia la legge del più forte a dominare. Distruggendo la nostra Unione Europea. Ma allora, badate, si starà tutti peggio.
 Siamo su quella via.
  Ci conviene?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli