In democrazia
è normale che si producano ciclicamente delle svolte politiche. Ciò che
stiamo vivendo in Italia è però qualcosa di molto più profondo. La nostra gente
teme le migrazioni, in particolare quelle dalla vicina Africa. Vuole che si crei
una barriera che le impedisca. La cosa riesce più difficile che negli stati con
flussi migratori verso frontiere terrestri. L’Italia è una penisola ed è
attraverso il mare che giunge la gente più disperata. Tuttavia la comunità
straniera più numerosa, quella dei romeni, con oltre un milione di persone, è
arrivata via terra. Si tratta di cittadini europei, hanno diritto di stare tra
noi, come noi abbiamo diritto di stare in Romania. A loro, che storicamente ci
erano stati a lungo nemici, abbiamo riservato un trattamento diverso da quello
degli africani e degli asiatici, molto meno numerosi, anche degli africani che
hanno avuto legami culturali più intensi con noi, per via delle colonizzazioni,
ad esempio Eritrei, Etiopi, Somali e Libici. Ma all’inizio degli anni ’90, alla
caduta del regime del presidente somalo Siad Barre, il quale aveva mantenuto
intensi rapporti con l’Italia, assecondammo una grandiosa migrazione dalla
Somalia al Canada, via Roma, controllata dalle Nazioni Unite. I somali
arrivavano a Roma in aereo e, fatte le pratiche per l’immigrazione in Canada,
ripartivano per l’America. Gli africani
si integrarono molto bene in America.
L’Africa sta crescendo, sia come popolazione
sia come ricchezza. E’ per questo che c’è sempre più gente che ha il denaro che
serve per raggiungere irregolarmente l’Europa e desidera farlo. Cerca di
raggiungere l’Europa perché è di cultura europea. Ad esempio: i nigeriani
parlano inglese. Molta della gente che arriva è cristiana, come molti degli etiopi e dei nigeriani. Molti
sono di cultura francese. I somali sono stati inculturati dagli italiani.
Perché noi europei andammo in Africa, e nel resto del mondo, per colonizzare?
Per fare gli altri come noi. Ci siamo riusciti. Ma in Europa abbiamo costruito
qualcosa che nelle altre parti del mondo ancora non c’è. Non si tratta solo
della ricchezza, anche se noi europei facciamo parte della parte minoritaria
ricca del mondo. Noi italiani, nel colonizzare, pensammo anche di svolgere una
missione religiosa. Volevamo affratellarci i colonizzati. Ora questi ultimi ci
credono.
Tra noi e l’Africa che migra c’è il deserto
del Sahara. Di solito da ragazzi non ci si appassiona alla geografia, e le
conseguenze si vedono. Gente di primo piano mostra di non sapere che cosa è il
Sahara. Il braccio di mare che ci divide dall’Africa è poca cosa rispetto a
quel deserto. Nel deserto c’è il nulla, da punto di vista dell’umanità. Non si
costruisce nulla, è impossibile farlo. La gente si perde, i veicoli arrancano e
si piantano. Più o meno abbiamo un’idea
di quante migliaia di persone muoiono ogni anno in mare migrando verso di noi, ma non dei morti nel
deserto. Le tempeste cambiano
continuamente il volto della parte sabbiosa. Individuare gruppi che si muovono
nel deserto è impresa disperata. La guerra nel deserto è la peggiore che si
possa immaginare. L’epopea della Legione Straniera francese lo dimostra, con
avamposti attaccati e distrutti da combattenti che poi sparivano subito. Con
grande difficoltà, e crudeltà estrema, il fascismo riuscì alla fine ad avere
ragione dei combattenti nel deserto del Sahara. Restò a lungo bloccato sulle
coste, che aveva strappato all’Impero Ottomano. Nessuno, oggi, si azzarda ad
intervenire militarmente da quelle parti, se non con piccoli contingenti che
possono essere rapidamente sgomberati. Anni fa stavamo per andare, ma il
Presidente del Consiglio dell’epoca, saggiamente consigliato dai suoi
predecessori, si fermò. Oggi, sull’onda dell’ira popolare, potrebbe andare
diversamente. Ancora di recente ci stava
per essere assegnato un avamposto nel deserto controllato dai francesi, con la
Legione Straniera.
Dunque:
vogliamo respingere senza tanti complimenti. Dobbiamo però avere ben chiaro questo:
non è possibile seguire la nostra religione e pensarla in quel modo. E’,
infatti, il Signore che ci viene
incontro nei sofferenti che migrano. Chi lo dice? Ad esempio lo dicono i Papi.
Trascrivo, per dare un’idea, l’accorato
insegnamento di Joseph Ratzinger - Benedetto 16°, che ho trovato
nell’antologia Liberare la libertà - Fede e politica nel Terzo
Millennio, Cantagalli, 2018, €18, a pag.20, nel capitolo Il
Venerdì Santo della storia: uno sguardo sul Ventesimo secolo:
«Non è un caso che
la fede in Dio parta da un capo ricoperto di sangue e ferite, da un Crocifisso;
e che invece l’ateismo abbia per padre Epicuro, il mondo dello spettatore
sazio.
D’improvviso
balena l’inquietante, minacciosa serietà di quelle parole di Gesù che abbiamo
spesso accantonato perché le ritenevamo sconvenienti: è più facile che un
cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno dei Cieli.
Ricco vuol dire uno che ‘sta bene’, uno cioè che è sazio di benessere materiale
e conosce la sofferenza solo dalla televisione. Proprio di Venerdì Santo non
vogliamo prendere alla leggera quelle parole che ci interpellano ammonitrici.
Di sicuro non vogliamo e non dobbiamo procurarsi dolore e sofferenza da noi
stessi. E’ Dio che infligge il Venerdì santo, quando e come vuole. Ma dobbiamo
imparare sempre più -e non solo a livello teorico, ma anche nella pratica della
nostra vita- che tutto il buono è un prestito che viene da Lui e ne dovremo
rispondere davanti a Lui. E dobbiamo imparare -ancora una volta, non solo a
livello teorico, ma nel modo di pensare e di agire- che accanto alla presenza
reale di Gesù nella Chiesa e nel Sacramento, esiste quell’altra presenza reale di
Gesù nei più piccoli, nei calpestati di questo mondo, negli ultimi, nei quali
egli vuole essere trovato da noi. E, anno dopo anno, il Venerdì Santo ci esorta
in modo decisivo ad accogliere questo nuovamente in noi.»
Quel respingimento che ci proponiamo,
collettivamente, è dunque un respingere il Signore, un peccato grave, un atto empio, e siccome lo
facciamo collettivamente, è anche una struttura sociale di peccato, è male
sociale. Non solo facciamo male a noi stessi e agli altri, ma induciamo gli
altri al male. Non ci pentiamo, non ci convertiamo, pensiamo di essere nel giusto,
e chi fa così è perduto: non c’è perdono per chi non riesce a chiedere perdono,
lo ha insegnato papa Francesco. Facciamo peccato anche con frasi cattive che
buttiamo lì per strada, o battendo sui tasti del nostro pc. C’è chi fa peggio,
certo. Chi deve e può decidere della vita o della morte di altri. Ma se lo fa
in nostro nome, siamo anche noi corresponsabili.
In democrazia funziona così. Si è responsabili di tutto.
Con che spirito ci azzardiamo a recitare il Padre Nostro e fare la Comunione dopo
certe cattiverie? Comunioni sacrileghe. Noi preghiamo, quelli che respingiamo
pregano; noi da casa nostra, quelli nel deserto, nei campi libici o in mezzo al
mare, a volte tra i tormenti e in tempo di morte. Quale preghiera sarà
ascoltata? Noi siamo dalla parte di Caino. Se non avessimo tacitato la coscienza e atterrito con la nostra empia protervia anche i nostri maestri, che non se la sentono più neanche di farci la predica, poveri grilli parlanti acciaccati contro il muro, sentiremmo risuonare in noi le tremende parole bibliche:
Allora il Signore disse a Caino: "Dov'è Abele, tuo fratello?". Egli rispose: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?". Riprese: "Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra". [versione CEI 2008].
Allora il Signore disse a Caino: "Dov'è Abele, tuo fratello?". Egli rispose: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?". Riprese: "Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra". [versione CEI 2008].
Significa che chi non riconosce più
l'umanità negli altri, perderà anche la propria. Se ci si comporta da belve, le
nostre antiche progenitrici, sopprimendo in noi ciò che ci fa diversi da loro, si
ritornerà belve in un mondo di belve. Da belve discendiamo, belve possiamo
tornare.
Ci sentiamo male, andiamo al pronto soccorso
di un ospedale pubblico, e ci inalberiamo, protestando ad alta voce, se non si
prendono cura di noi. Vogliamo soccorso gratuitamente. Paghiamo le tasse, diciamo. Se anche è vero, ciascuno in
coscienza sa se è vero, nella maggior parte dei casi le nostre tasse non
coprono il costo delle nostre cure mediche. Perché la Regione deve pagarci il
medico, la degenza e le cure? Ed è lo stesso quando pretendiamo pensioni più alte di quelle che ci spetterebbero in base ai contributi versati, o addirittura senza aver versato alcun contributo, come accade per le pensioni sociali o per l'indennità di accompagnamento. Nella maggior parte del mondo non avviene, e
neanche in uno stato ricco come gli Stati Uniti d’America. Chiediamo di non essere abbandonati, lo
abbiamo scritto nelle nostre leggi. Sono cose come queste che attirano la gente
da fuori. La finiranno di venire quando cambieremo quelle leggi, divenendo
spietati, abbandonando i sofferenti, i vecchi e i malati poveri, lasciando che sia la legge del più forte a
dominare. Distruggendo la nostra Unione Europea. Ma allora, badate, si starà
tutti peggio.
Siamo su quella via.
Ci conviene?
Mario Ardigò -
Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
