Accogliere e integrare
«Ogni
Paese deve accogliere quanto può, quanti ne può integrare. L’Italia e la Grecia
sono state generosissime ad accogliere», è stato detto. In quest’ordine
di idee l’integrazione è un limite all’accoglienza.
Che significa integrazione? Significa
dare una possibilità di vita sociale ai nuovi arrivati.
Un modo di farlo è quello previsto dalla
legge italiana: chiamare gente da fuori, quando serve per lavorare da
noi. Il soggiorno in Italia è condizionato all’esistenza di un rapporto di
lavoro legale, formale. Se non si arriva a stare da noi il tempo sufficiente
per conquistare un permesso di soggiorno permanente, che prelude alla
cittadinanza, e si perde il lavoro, bisogna andarsene, tornare da dove si era
partiti.
Un altro modo è quello di integrare le
nazioni di origine delle migrazioni, in modo da consentire ai migranti
il diritto di migrare da cittadini, di andare e venire legalmente, senza tagliare il rapporto con la
nazione di origine, ma senza esservi costretti a rientrare se perdono il
lavoro. E’ la via che l’Europa ha seguito nel grandioso processo di
integrazione degli stati dell’Europa orientale che erano usciti dai regimi
comunisti di tipo sovietico. Stiamo ancora proseguendo per quella via con le
nazioni balcaniche che non fanno ancora parte dell’Unione Europea, la Serbia,
la Bosnia, la Macedonia del Nord, il Montenegro, l’Albania. Quindi, nazioni che
da extracomunitarie, avrebbero
causato gli stessi problemi che ci arrivano dalla vicina Africa, sono state integrate e i problemi sono stati
superati. Ha preso una via diversa la Gran Bretagna: ora i tantissimi italiani
che si sono stabiliti in quello stato diverranno extracomunitari e la loro
integrazione diverrà meno forte. Ma sono cittadini europei: l’Unione Europea
sta contrattando una via per mantenerne una qualche versione, anche se sarà sempre
meno efficace di quella di prima. Perché abbiamo integrato l’Europa orientale,
con la quale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale eravamo nemici? Abbiamo
capito che ci conveniva. Non volevamo che i nuovi stati usciti dal comunismo
ricadessero nella sfera di influenza dei russi.
Poi c’è il modo che va per la maggiore da
noi: lasciare che i migranti facciano da sé, senza organizzare vie legali per l’integrazione
dei nuovi arrivati, ma solo il respingimento. Ci prendiamo cura, in modo insufficiente, di una piccola quota
di loro, di quelli che chiedono asilo, pensando di poter dimostrare di
correre pericolo politico nei luoghi di origine. Gli altri sono semplicemente
ignorati. Questo è essere generosissimi, dunque fare tantissimo,
come si è sostenuto? Questo è non fare nulla! Da tanti anni non organizziamo
nessuna via legale di migrazione e nessuna integrazione per i migranti che
definiamo economici e che sono quelli
che da dove provengono fanno la fame, non hanno una casa decente e non possono
curarsi. Questi non sono ritenuti motivi validi per migrare verso una delle
nazioni più ricche del mondo come è l’Italia. I migranti, se vogliono agire
secondo la legge (la nostra legge, quella dei padroni del mondo), dovrebbero
tornarsene nei loro inferni sociali. Qui da noi, quando ce ne occupiamo, li sottoponiamo
a controlli di polizia, prendiamo loro le impronte digitali e li fotosegnaliamo
come i delinquenti, e mettiamo loro in mano un ordine di tornarsene da dove
sono venuti. Usciti dagli Uffici immigrazione delle Questure, dai
Commissariati, o dai luoghi in cui li deteniamo per qualche mese in attesa di riuscire a portarli all'estero, cosa che ci riesce in una minoranza di casi, quelli riprendono le loro vite di ombre sociali e si arrangiano come
possono. Alcuni, che dimostrano in modo affidabile la loro identità mostrandoci
un passaporto, li riportiamo in patria, scortati dalla polizia. Il
paradosso: ci rimette chi si dimostra in regola con i documenti. Le ombre che vagano nelle
nostre città beneficiano dei servizi caritativi di enti religiosi e non: questi
ultimi commetterebbero addirittura un reato nell’aiutarli, è vietato aiutare i
migranti irregolari, ma è stata introdotta una scriminante per quell’attività,
abbiamo deciso di non colpirli penalmente per il bene che fanno. I nuovi arrivati, lasciati a se stessi, cercano di raggranellare qualche soldo facendosi mendicanti o accettando lavori di manovalanza veramente sottopagati e senza alcuna garanzia sociale, o lasciandosi coinvolgere in qualche piccolo traffico illecito. Hanno ripari precari, che a noi sembrano tuguri, e che spesso sgomberiamo senza tanti complimenti. Li abbattiamo e tutte le povere cose di quella gente finiscono in discarica. Devono ricominciare da capo.
Perché non si fa di più? Perché riteniamo di
non potere. Noi, una delle nazioni più ricche del mondo. Del resto non ci
occupiamo bene neppure dei disperati di casa nostra. Certi servizi sociali, per
la salute, la vecchiaia, la disoccupazione, ancora ci sono, per i cittadini, ma
pensiamo che siano soldi buttati. Bisogna pregare di non cadere vittime di
malattie gravi e invalidanti e di non avere in famiglia una persona malata in
quel modo, perché, in definitiva, il più occorre farlo da soli, passate le fase
acute. E’ quello che lamentano le famiglie dei disabili gravi. Noi, se sani, ne
siamo insofferenti e pensiamo che ci marcino. La legge prevede dei permessi dal
lavoro per chi assiste dei disabili. Alcuni ne hanno abusato. Ma i più i
problemi in casa li hanno veramente. La
pacchia deve finire!, intimiamo loro. Che pacchia? Lo stesso si è detto con riferimento ai migranti che non
vogliamo integrare, ma rispedire da dove sono venuti, a vista, senza
ascoltarli, senza valutarli, come prevedono
i trattati e le nostre leggi.
Non è che non possiamo: non vogliamo. E non vogliamo perché non vediamo la
convenienza dell’integrazione, che invece ci apparve evidente per quella verso l’Europa
orientale. Non la vediamo perché siamo ciechi, perché siamo ignoranti. Non
capiamo fino a che punto il nostro destino di Europei sia collegato con quello
della vicina Africa. E’ cosa che invece era evidente alle vecchie potenze
coloniali, che si dannarono per conquistarla, Italia compresa.
Dunque, noi, un popolo di sessanta milioni,
con sempre più ultrasessantenni e sempre meno giovani, non potremmo integrare, procurando loro casa, lavoro e sicurezza sociale, i circa centocinquantamila (al massimo), in
gran parte giovani e di cultura europea, che potrebbero arrivare ogni anno da
noi dalle vicinissime coste nord africane, rendendoli utili a loro stessi e a
noi lì dove a noi i giovani mancano? Preferiamo lasciarli affogare in mare,
così poi gli altri impareranno, pensiamo noi, a
non partire; o li lasciamo nelle mani di chi, nella vicina Libia, gestisce
centri profughi che sono, ci dicono fonti affidabili delle Nazioni Unite,
tremende prigioni, e concludiamo persino accordi per mantenerli in funzione. O
addirittura abbandoniamo quella povera gente nelle mani di chi la compra, vende e impiega come manodopera schiava. E' il cattivismo che va tanto di moda di questi tempi anche da noi: riscuote tanto successo, premia chi lo impersona. Ma, si
dice, se non possiamo, non possiamo. Stiano
attenti, allora, i nostri pastori: una
frase come «ogni Paese deve accogliere quanto può, quanti ne può integrare.»,
buttata lì incautamente, informalmente, può dare copertura etica a quel modo di pensare. Sembra invitare alla prudenza, ma finisce con l’incoraggiare l’empietà. Vedete?, si osserverà fraintendendo, lo dice anche Lui!
Non è il momento giusto, questo, per la
prudenza, per un pastore, mentre tanta gente muore e prende piede il cattivismo, l’orgoglio empio di essere
malvagi: è il momento della profezia, della quale storicamente anche alcuni
papi e vescovi furono capaci. Significa leggere la storia alla luce della fede
e indicare il giusto cammino. Se non si
riesce a fare questo, diventeranno rapidamente inutili la fede e tutto il
complesso apparato amministrativo ecclesiastico che ad essa dovrebbe dedicarsi.
Prima o poi certe politiche fanno morti: è
accaduto, ad esempio, nel 2013, quando
però la tragedia e interventi profetici nel nostro nuovo pastore, quando ancora
la dottrina sociale aveva un qualche credito, scossero la politica italiana inducendola a
programmare interventi di soccorso in mare. Non sia mai che, quando purtroppo
la tragedia avverrà, noi si sia trovati dalla parte di quelli che sono stati prudenti nell’invocare e praticare l’accoglienza -
integrazione.
Mario Ardigò
- Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli