mercoledì 16 maggio 2018

Antipolitica religiosa?


Antipolitica religiosa?



«[…] la questione dei diritti umani ha acquisito un posto di grande rilievo nel Magistero e nella teologia postconciliare solo con Giovanni Paolo II. Ho l’impressione che, nel Papa Santo, questo non sia stato tanto il risultato di una riflessione (che pure in lui non mancò) quanto la conseguenza di un’esperienza pratica. Contro la pretesa totalitaria dello Stato marxista e dell’ideologia sulla quale si fondava, egli vide nell’idea dei  diritti umani l’arma concreta capace di limitare il carattere totalitario dello Stato, offrendo  in tal modo lo spazio di libertà necessario non solo per il pensiero della singola persona, ma anche e soprattutto pe la fede dei cristiani e per i diritti della Chiesa. L’immagine secolare dei diritti umani, secondo la formulazione data nel 1948 [anno in cui, precisamente il 10 dicembre 1948, a Parigi, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite deliberò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani  (delibera n.217A)- nota mia], gli apparve  evidentemente come la forza razionale contrastante con la pretesa onnicomprensiva, ideologia e pratica, dello Stato fondato sul marxismo. […] Se non mi sbaglio, Giovanni Paolo II ha concepito il suo impegno a favore dei diritti umani in continuità con l’atteggiamento che ebbe la Chiesa antica nei confronti dello Stato romano. Effettivamente il mandato del Signore di fare suoi discepoli tutti i popoli aveva creato  una situazione nuova nel rapporto tra religione e Stato. Non c’era stata sino ad allora una religione con pretesa di universalità. La religione era una parte essenziale dell’identità di ciascuna società. Il mandato di Gesù non significa immediatamente esigere un mutamento nella struttura delle singole società. E tuttavia esige che in tutte le società sia data la possibilità di accogliere il suo messaggio e di vivere in conformità ad esso. Ne consegue in primo luogo una nuova definizione soprattutto della natura della religione: essa non  è rito e osservanza che ultimamente  garantisce l’identità dello Stato. E’ invece riconoscimento (fede) e precisamente riconoscimento della verità».
 [ da una  lettera inviata da Joseph Ratzinger il 29-9-14 al filosofo Marcello Pera, esponente del centro-destra italiano e presidente del Senato italiano dal 2001 al 2006, a commento delle bozze di un suo libro, poi uscito nel 2015 con il titolo Diritti umani e cristianesimo. La Chiesa alla prova della modernità. Il testo è ora incluso nella raccolta di testi scelti Liberare la Libertà, pubblicata quest’anno dall’editore Cantagalli, con una prefazione di papa Francesco]

 Joseph Ratzinger è uno di maggiori teologi cattolici viventi. E’ stato anche Papa regnante tra il 2005 e il 2013. Nel 2013 ha rinunciato al trono religioso ed è stato sostituito da Papa Francesco. Come teologo fu molto importante il suo lavoro sia durante il Concilio Vaticano 2°, sia nell’epoca successiva di applicazione dei principi e direttive deliberati in quell’occasione. Ma  svolse il suo ruolo più rilevante nella Chiesa tra il 1981 e il 2005, quando, durante il regno religioso di Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2°, fu capo della Congregazione per Dottrina della Fede, l’organismo della Santa Sede che esercita anche la funzione di individuare e correggere deviazioni ritenute inammissibili negli orientamenti teologici del clero e dei religiosi, e quindi propriamente quella di polizia religiosa. In quegli anni l’azione del Papato modificò profondamente sia la struttura dell’organizzazione religiosa, sia gli sviluppi dell’attuazione della dottrina sociale della Chiesa e gli stessi suoi principi. La Chiesa come oggi la viviamo in Italia è in gran parte conseguenza di quel lavoro. Ma i suoi effetti sono andati molto oltre: per la grande rilevanza specificamente politica che il Papato ha sempre avuto in Italia,  in quegli anni ne uscì modificata anche la politica nazionale. In particolare, nella nostra epoca, osserviamo l’annientamento del peso politico del cattolicesimo sociale e di quello democratico, nonostante il rilevantissimo ruolo politico svolto  da noi in Italia e soprattutto  a livello internazionale dal Wojtyla e la vastissima udienza che la politica  e la cultura concedono di questi tempi al Papa regnante. E nonostante le folle che ancora vediamo radunarsi ad ogni evento religioso organizzato intorno al Papa.
  Non tutti i Papi sono teologi e un Papa-teologo della rilevanza di Joseph Ratzinger  è ancora più raro nella storia della Chiesa. La sua opera letteraria è vastissima. La sua  Opera omnia,  che raccoglie tutti i suoi scritti, comprende 16 volumi.
 In questi giorni è stata però pubblicata una raccolta di testi scelti sul tema  fede e politica  che può essere utile per farsi più facilmente  un’idea affidabile sul suo pensiero su quell’argomento. E’ il libretto  Joseph Ratzinger, Liberare la libertà - Fede e politica nel Terzo millennio, edito da Cantagalli, €18,00.  Vi sottoporrò i mei appunti di lettura di questo testo. Vorrei cercare di capire se e fino a che punto la crisi in Italia della politica ispirata alla dottrina sociale della Chiesa sia dipesa da orientamenti riconducibili al pensiero di Joseph Ratzinger o se, al contrario, sia conseguita all’allontanarsi della gente di fede da quel pensiero, e quindi dalla fiducia negli insegnamenti sociali del Magistero. Quindi, in definitiva, se sia stata l’effetto di una sorta di antipolitica religiosa  contenuta negli insegnamenti del Ratzinger, che ebbero particolare  autorità durante il suo ministero religioso, o da un incattivirsi  della politica, nel senso di un suo distanziamento dagli ideali religiosi proposti dalla dottrina sociale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli