Antipolitica
religiosa?
«[…] la questione dei diritti umani ha acquisito un posto di grande
rilievo nel Magistero e nella teologia postconciliare solo con Giovanni Paolo
II. Ho l’impressione che, nel Papa Santo, questo non sia stato tanto il
risultato di una riflessione (che pure in lui non mancò) quanto la conseguenza
di un’esperienza pratica. Contro la pretesa totalitaria dello Stato marxista e
dell’ideologia sulla quale si fondava, egli vide nell’idea dei diritti umani l’arma concreta capace di
limitare il carattere totalitario dello Stato, offrendo in tal modo lo spazio di libertà necessario
non solo per il pensiero della singola persona, ma anche e soprattutto pe la
fede dei cristiani e per i diritti della Chiesa. L’immagine secolare dei
diritti umani, secondo la formulazione data nel 1948 [anno in cui, precisamente
il 10 dicembre 1948, a Parigi, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite
deliberò la Dichiarazione Universale dei
Diritti Umani (delibera n.217A)-
nota mia], gli apparve evidentemente
come la forza razionale contrastante con la pretesa onnicomprensiva, ideologia
e pratica, dello Stato fondato sul marxismo. […] Se non mi sbaglio, Giovanni
Paolo II ha concepito il suo impegno a favore dei diritti umani in continuità
con l’atteggiamento che ebbe la Chiesa antica nei confronti dello Stato romano.
Effettivamente il mandato del Signore di fare suoi discepoli tutti i popoli
aveva creato una situazione nuova nel
rapporto tra religione e Stato. Non c’era stata sino ad allora una religione
con pretesa di universalità. La religione era una parte essenziale dell’identità
di ciascuna società. Il mandato di Gesù non significa immediatamente esigere un
mutamento nella struttura delle singole società. E tuttavia esige che in tutte
le società sia data la possibilità di accogliere il suo messaggio e di vivere
in conformità ad esso. Ne consegue in primo luogo una nuova definizione
soprattutto della natura della religione: essa non è rito e osservanza che ultimamente garantisce l’identità dello Stato. E’ invece
riconoscimento (fede) e precisamente riconoscimento della verità».
[ da una lettera inviata da Joseph Ratzinger il 29-9-14
al filosofo Marcello Pera, esponente del centro-destra italiano e presidente
del Senato italiano dal 2001 al 2006, a commento delle bozze di un suo libro,
poi uscito nel 2015 con il titolo Diritti
umani e cristianesimo. La Chiesa alla prova della modernità. Il testo è ora
incluso nella raccolta di testi scelti Liberare
la Libertà, pubblicata quest’anno dall’editore Cantagalli, con una
prefazione di papa Francesco]
Joseph Ratzinger è uno di
maggiori teologi cattolici viventi. E’ stato anche Papa regnante tra il 2005 e
il 2013. Nel 2013 ha rinunciato al trono religioso ed è stato sostituito da
Papa Francesco. Come teologo fu molto importante il suo lavoro sia durante il
Concilio Vaticano 2°, sia nell’epoca successiva di applicazione dei principi e
direttive deliberati in quell’occasione. Ma
svolse il suo ruolo più rilevante nella Chiesa tra il 1981 e il 2005,
quando, durante il regno religioso di Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2°, fu capo della Congregazione per Dottrina della Fede, l’organismo della
Santa Sede che esercita anche la funzione di individuare e correggere
deviazioni ritenute inammissibili negli orientamenti teologici del clero e dei
religiosi, e quindi propriamente quella di polizia religiosa. In quegli anni l’azione
del Papato modificò profondamente sia la struttura dell’organizzazione
religiosa, sia gli sviluppi dell’attuazione della dottrina sociale della Chiesa
e gli stessi suoi principi. La Chiesa come oggi la viviamo in Italia è in gran
parte conseguenza di quel lavoro. Ma i suoi effetti sono andati molto oltre:
per la grande rilevanza specificamente politica che il Papato ha sempre avuto
in Italia, in quegli anni ne uscì
modificata anche la politica nazionale. In particolare, nella nostra epoca,
osserviamo l’annientamento del peso politico del cattolicesimo sociale e di
quello democratico, nonostante il rilevantissimo ruolo politico svolto da noi in Italia e soprattutto a livello internazionale dal Wojtyla e la vastissima udienza
che la politica e la cultura concedono
di questi tempi al Papa regnante. E nonostante le folle che ancora vediamo
radunarsi ad ogni evento religioso organizzato intorno al Papa.
Non tutti i Papi sono teologi e un
Papa-teologo della rilevanza di Joseph Ratzinger è ancora più raro nella storia della Chiesa. La
sua opera letteraria è vastissima. La sua Opera omnia, che raccoglie tutti i suoi scritti, comprende
16 volumi.
In questi giorni è stata però
pubblicata una raccolta di testi scelti sul tema fede e politica che può essere utile per farsi più facilmente un’idea affidabile sul suo pensiero su quell’argomento.
E’ il libretto Joseph Ratzinger, Liberare la libertà - Fede e politica nel Terzo millennio, edito da
Cantagalli, €18,00. Vi sottoporrò i mei
appunti di lettura di questo testo. Vorrei cercare di capire se e fino a che
punto la crisi in Italia della politica ispirata alla dottrina sociale della
Chiesa sia dipesa da orientamenti riconducibili al pensiero di Joseph Ratzinger
o se, al contrario, sia conseguita all’allontanarsi della gente di fede da quel
pensiero, e quindi dalla fiducia negli insegnamenti sociali del Magistero. Quindi,
in definitiva, se sia stata l’effetto di una sorta di antipolitica religiosa contenuta negli insegnamenti del Ratzinger,
che ebbero particolare autorità durante
il suo ministero religioso, o da un incattivirsi
della politica, nel senso di un suo
distanziamento dagli ideali religiosi proposti dalla dottrina sociale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli
