mercoledì 11 aprile 2018

Popolo nuovo


Popolo nuovo

 Domenica scorsa ho  trascritto alcuni paragrafi iniziali di un documento del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), la Costituzione  dogmatica  sulla Chiesa Luce per le genti  - Lumen Gentium.  Si concludevano con questa affermazione:
Così la Chiesa universale si presenta come « un popolo che deriva la sua unità dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo » 
 La citazione tra virgolette è riferita nelle note del documento a grandi teologi  e vescovi dell’antichità mediterranea occidentale e  orientale,  vissuti tra il Terzo e l’Ottavo secolo: San Cipriano, vescovo a Cartagine (oggi in Tunisia),  Sant’Agostino, vescovo ad Ippona (oggi in Algeria), San Giovanni Damasceno, teologo e monaco vissuto a Damasco, in Siria, e in Palestina.
 Non so quanti abbiano fatto caso a quella frase. Il concetto che esprime è tanto importante che tutto il Concilio Vaticano 2° altro non è stato, in fondo, che un suo approfondimento.
  Di solito si dice superficialmente che l’ultimo Concilio si è dedicato alla Chiesa e non alle definizione dei dogmi, quindi, si vuole intendere, a questione organizzative e non alla grande teologia. Questo viene sostenuto soprattutto dai critici del pensiero dei saggi del Concilio, ma anche da altri. Questi ultimi lo intendono in senso positivo, nel senso che il Concilio non si è occupato di scomunicare dottrine erronee, lanciando anatemi, come era avvenuto negli altri Concili del passato, fino a quello, il Concilio Vaticano 1°, interrotto drammaticamente nel 1870. E’ vero, ma il diverso spirito dei lavori è dipeso appunto dal fatto che si sono fatte precisazioni teologiche fondamentali in merito alla natura della Chiesa, quindi,  in quel senso dogmatiche. Infatti uno dei documenti più importanti del Concilio Vaticano 2° è, appunto, una Costituzione dogmatica, vale a dire una legge  fondamentale della Chiesa ad alto contenuto teologico, appunto quella denominata Luce per le genti  - Lumen gentium.
  La concezione della Chiesa che sta dietro quell’affermazione parla di un popolo, non di una religione, non connotato da elementi culturali, ad esempio tradizioni etniche, lingua, filosofia, altri costumi, ma anche di stirpe, di discendenza etnica. Questo la distingue nettamente, ad esempio, dalle concezioni di popolo correnti nell’antico ebraismo, all'interno del quale si formarono le nostre comunità delle origini, dividendosene presto, già in epoca apostolica. I popoli  connotati culturalmente sono inclusi nel popolo  a fondamento soprannaturale, senza che la conversione comporti il passaggio da uno all’altro popolo in senso culturale ed etnico. Nei racconti evangelici il Maestro ci viene presentato in relazione anche con non ebrei, alcuni dei quali beneficiarono di grandi suoi miracoli. Ebbene, essi non vennero invitati a entrare nell’antico popolo ebraico, rimasero inclusi nelle loro nazionalità particolari di origine. Da quella concezione deriva l’universalità della nostra fede, che in questo si distingue nettamente anche dall’ebraismo contemporaneo, ma pure da ogni altra fede che inglobi elementi etnici e culturali. Questa universalità si era andata perdendo nella europeizzazione  della nostra fede che si era prodotta in particolare nel secondo millennio, come fenomeno che però aveva avuto origine qualche secolo prima, più o meno all'epoca in cui erano vissuti i teologi sopra citati come origini della teologia della concezione soprannaturale del popolo, con la progressiva frammentazione dell’unità culturale e giuridica dell’impero romano.  Recuperare l’universalità delle origini è stato un obiettivo fondamentale dei saggi del Concilio Vaticano 2°. Non è un caso quindi, credo, che  quell’affermazione fondamentale sulla natura della Chiesa come popolo soprannaturale  sia stata riferita a tre grandi antichi teologi e vescovi non europei, l’ultimo dei quali addirittura arabo. Così si era agli inizi, volle ricordare, in particolare a noi europei, il Concilio Vaticano 2°.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli