Ultimo incontro sulle
malattie spirituali, dedicato alla mondanità spirituale
Ieri sera in parrocchia si è tenuto l’ultimo
degli incontri sulle malattie spirituali, dedicato alla mondanità spirituale. L’espressione è stata ripresa da un brano
dell’esortazione apostolica La gioia del
Vangelo - Evangelii gaudium che di
seguito riporto, in sintesi e nel testo integrale.
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In sintesi
La
mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino
di amore alla Chiesa, consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore,
la gloria umana ed il benessere personale. E’ legata alla ricerca dell’apparenza: non
sempre si accompagna con peccati pubblici, e all’esterno tutto appare corretto.
Questa
mondanità può alimentarsi specialmente in due modi profondamente connessi tra
loro: una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una
determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene
possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane
chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti; [il
costume di] coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie
forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o
perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del
passato. Non è possibile immaginare che da queste forme riduttive di
cristianesimo possa scaturire un autentico dinamismo evangelizzatore.
Questa oscura mondanità si manifesta in molti
atteggiamenti apparentemente opposti ma con la stessa pretesa di “dominare lo
spazio della Chiesa”. In tutti i casi si rinchiude in gruppi di élite,
non va realmente in cerca dei lontani né delle immense moltitudini assetate di
Cristo. Non c’è più fervore evangelico, ma il godimento spurio di un
autocompiacimento egocentrico.
In questo contesto, si alimenta la vanagloria di coloro che si
accontentano di avere qualche potere e preferiscono essere generali di eserciti
sconfitti piuttosto che semplici soldati di uno squadrone che continua a
combattere.
Ci intratteniamo vanitosi
parlando a proposito di “quello che si dovrebbe fare” – il peccato del “si
dovrebbe fare” – come maestri spirituali ed esperti di pastorale che danno
istruzioni rimanendo all’esterno. Coltiviamo la nostra immaginazione senza
limiti e perdiamo il contatto con la realtà sofferta del nostro popolo fedele.
Chi è caduto in questa mondanità guarda
dall’alto e da lontano, rifiuta la profezia dei fratelli, squalifica chi gli
pone domande, fa risaltare continuamente gli errori degli altri ed è
ossessionato dall’apparenza.
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Testo integrale
(le parti utilizzate
per la sintesi sono evidenziate in neretto
93. La mondanità
spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore
alla Chiesa, consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria
umana ed il benessere personale. È quello che il Signore rimproverava ai
Farisei: «E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e
non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?» (Gv 5,44). Si
tratta di un modo sottile di cercare «i propri interessi, non quelli di Gesù
Cristo» (Fil 2,21). Assume molte forme, a seconda del tipo di
persona e della condizione nella quale si insinua. Dal momento che è legata alla ricerca dell’apparenza,
non sempre si accompagna con peccati pubblici, e all’esterno tutto appare
corretto. Ma se invadesse la Chiesa, «sarebbe infinitamente più disastrosa
di qualunque altra mondanità semplicemente morale».
94. Questa mondanità può
alimentarsi specialmente in due modi profondamente connessi tra loro. Uno è
il fascino dello gnosticismo (1), una
fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata
esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano
confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso
nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti. L’altro è
il neopelagianesimo (2) autoreferenziale e prometeico di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie
forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o
perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del
passato. È una presunta sicurezza dottrinale o disciplinare che dà luogo ad
un elitarismo narcisista e autoritario, dove invece di evangelizzare si
analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla
grazia si consumano le energie nel controllare. In entrambi i casi, né Gesù
Cristo né gli altri interessano veramente. Sono manifestazioni di un
immanentismo antropocentrico. Non è
possibile immaginare che da queste forme riduttive di cristianesimo possa
scaturire un autentico dinamismo evangelizzatore.
95. Questa oscura mondanità
si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente opposti ma con la stessa
pretesa di “dominare lo spazio della Chiesa”. In alcuni si nota una cura
ostentata della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, ma senza
che li preoccupi il reale inserimento del Vangelo nel Popolo di Dio e nei
bisogni concreti della storia. In tal modo la vita della Chiesa si trasforma in
un pezzo da museo o in un possesso di pochi. In altri, la medesima mondanità
spirituale si nasconde dietro il fascino di poter mostrare conquiste sociali e
politiche, o in una vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, o in
un’attrazione per le dinamiche di autostima e di realizzazione
autoreferenziale. Si può anche tradurre in diversi modi di mostrarsi a se
stessi coinvolti in una densa vita sociale piena di viaggi, riunioni, cene,
ricevimenti. Oppure si esplica in un funzionalismo manageriale, carico di
statistiche, pianificazioni e valutazioni, dove il principale beneficiario non
è il Popolo di Dio ma piuttosto la Chiesa come organizzazione. In tutti i casi, è priva del sigillo
di Cristo incarnato, crocifisso e risuscitato, si rinchiude in gruppi di élite, non va realmente in cerca
dei lontani né delle immense moltitudini assetate di Cristo. Non c’è più
fervore evangelico, ma il godimento spurio di un autocompiacimento egocentrico.
96. In questo contesto, si
alimenta la vanagloria di coloro che si accontentano di avere qualche potere e
preferiscono essere generali di eserciti sconfitti piuttosto che semplici
soldati di uno squadrone che continua a combattere. Quante volte sogniamo
piani apostolici espansionisti, meticolosi e ben disegnati, tipici dei generali
sconfitti! Così neghiamo la nostra storia di Chiesa, che è gloriosa in quanto
storia di sacrifici, di speranza, di lotta quotidiana, di vita consumata nel
servizio, di costanza nel lavoro faticoso, perché ogni lavoro è “sudore della
nostra fronte”. Invece ci intratteniamo
vanitosi parlando a proposito di “quello che si dovrebbe fare” – il peccato del
“si dovrebbe fare” – come maestri spirituali ed esperti di pastorale che danno
istruzioni rimanendo all’esterno. Coltiviamo la nostra immaginazione senza
limiti e perdiamo il contatto con la realtà sofferta del nostro popolo fedele.
97. Chi è caduto in questa
mondanità guarda dall’alto e da lontano, rifiuta la profezia dei fratelli,
squalifica chi gli pone domande, fa risaltare continuamente gli errori degli
altri ed è ossessionato dall’apparenza. Ha ripiegato il riferimento del
cuore all’orizzonte chiuso della sua immanenza e dei suoi interessi e, come
conseguenza di ciò, non impara dai propri peccati né è autenticamente aperto al
perdono. È una tremenda corruzione con apparenza di bene. Bisogna evitarla
mettendo la Chiesa in movimento di uscita da sé, di missione centrata in Gesù
Cristo, di impegno verso i poveri. Dio ci liberi da una Chiesa mondana sotto
drappeggi spirituali o pastorali! Questa mondanità asfissiante si sana
assaporando l’aria pura dello Spirito Santo, che ci libera dal rimanere
centrati in noi stessi, nascosti in un’apparenza religiosa vuota di Dio. Non
lasciamoci rubare il Vangelo!
(1)
Gnosticismo: Complesso di dottrine e di movimenti spirituali, sviluppatosi in
età ellenistico-romana (1° e 2° secolo della nostra era) e fiorito a fianco del
cristianesimo antico. Si tratta di un insieme assai vario di sistemi e di
scuole, privi di direzione comune, ai quali conferisce unità lo sforzo di
soddisfare esigenze proprie dell’ambiente in cui si svolge, per cui sono affini
i problemi fondamentali e le soluzioni, identico nel fondo lo spirito
animatore, simile il linguaggio. Fondamento comune della speculazione gnostica
è l’esperienza del contrasto tra l’irraggiungibile perfezione e ineffabilità di
Dio e il mondo con tutto il male che è in esso. Due mondi, dunque, dei
quali quello della materia è ostacolo al pieno realizzarsi dell’altro, l’unico
veramente dotato di realtà. [fonte: dall’enciclopedia Treccani sul Web);
(2) Pelagianesimo: correnti di cultura
religiosa collegate al pensiero del monaco Pelagio (354 - 427). La
dottrina di Pelagio era improntata a un moralismo ascetico-stoico: l'uomo può
con le sue forze osservare i comandamenti di Dio e salvarsi; la grazia gli è
data solo per facilitare l'azione. Ne consegue la negazione del peccato originale
e della necessità del battesimo e della penitenza. Dopo la condanna del
concilio di Cartagine (411), il pelagianesimo fu combattuto dal punto di vista
dottrinale soprattutto da Agostino
d’Ippona. [fonte: dall’enciclopedia Treccani sul Web)
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Gli incontri tenuti in Quaresima sono stati un tentativo di farci
conoscere reciprocamente e, conoscendoci meglio, di farci apprezzare il bene
che c’è negli altri, così da poter programmare attività insieme, superando le
divisioni.
Il brano della Gioia del Vangelo -
Evangelii Gaudium che abbiamo
utilizzato per meditare e dialogare non si adatta bene alla nostra situazione
parrocchiale. E’ molto duro, per chi riesce ad intenderlo in profondità, perché
lancia accuse di eresia, riferendosi a gnosticismo e pelagianesimo. E’ vero: in
parrocchia siamo divisi. Ma riconosco quelli dell’altra parte innocenti sotto
questo profilo. Per quanto riguarda me, lascio il giudizio agli altri, perché da quel tipo di mancanza non ci si può auto-assolvere.
Per oltre trent’anni si è cercato di riformare la parrocchia secondo un
certo metodo. C’è tanto bene in quelli che lo hanno seguito. Ieri sera, nel
gruppo di dialogo a cui ho partecipato, una signora che ha percorso quel
cammino, con il marito e i figli, ha descritto la sua esperienza di vita e i
suoi aneliti e non ho potuto che dire amen: infatti condividevo tutto. In fondo è stata anche la mia via, sebbene espressa con parole, immagini e gesti differenti, in particolare nell'affrontare i dolori della vita.
Chi si è lasciato coinvolgere in quell’esperienza
vi ha impegnato molto e ora teme il
nuovo che si progetta, perché pensa che si vada a demolire. Si sente sotto
accusa, criticato. Teme gli altri che portano una visione diversa. A volte parla addirittura di un pericolo di contaminazione, probabilmente non
rendendosi bene conto del dolore che si dà, così argomentando, a quelli indicati o sospettati come
agenti contaminanti.
Ricordiamo che anche il Maestro fu accusato di contaminarsi, frequentando
certi ambienti sociali, certe persone? Quale fu il suo insegnamento su questo?
Tante persone sono arrivate da tutta Roma da noi per formare comunità
molto coese, integrate con famiglie a loro volta molto coese e numerose. La
vita religiosa e quella di famiglia si sono profondamente integrate in questa esperienza religiosa, tanto che
vengono a dipendere l’una dall’altra, per cui la religione è vissuta in un
contesto di famiglia allargata e in famiglia si ha la religione come principale fattore di
coesione. Ecco perché, credo, si sente il bisogno anche di liturgie adattate a questa
nuova realtà. Gli altri della parrocchia ne rimangono fuori. Nelle poche
occasioni in cui non si può fare vita separata, si cerca di far assomigliare le
liturgie quanto più possibile a quelle a cui si è abituati. Questo crea
tensioni con quelli che sono fuori di una certa cerchia comunitaria, gli altri.
Gli altri, ed io tra loro. Da tre anni hanno ripreso ad avere voce in
parrocchia. Si sono attivati nuovi percorsi di formazione che rendano possibile
il pluralismo. C’è la necessità di fare un lavoro che si è dismesso a lungo,
che è l’educazione all'impegno sociale, per collaborare a trasformare la società.
Un’azione che ciascuno fa dove interagisce con il mondo in cui è immerso: sul
lavoro, in politica, in ogni altra azione sociale e anche in famiglia. Non è
necessario svolgerlo sotto bandiere religiose: ciò che si è e si fa in società ha anche
un valore religioso. Non c’è solo la famiglia che lo abbia: c’è molto altro.
Questo insegna la dottrina sociale, esortandoci ad agire. Tutto questo non va
considerato un contaminarsi, ma uno sforzo di capire la società. Alcuni vi
vedono solo peccato e morte, ma, ad esempio, potrebbero considerare il lungo
periodo di pace che si è vissuto in Europa dal 1945. E’ stato frutto di
costruzioni sociali alle quali la nostra gente di fede ha dato un contributo
molto importante. Nella biografia di un personaggio politico come Alcide De
Gasperi, protagonista di quel processo, troviamo la vita e la formazione di fede. E’
così anche in Aldo Moro. Persone buone, alle quali, dopo che furono aspramente
combattute in vita, oggi si dà un generale riconoscimento di aver bene operato
in politica, ma anche nell’altra vita fuori di quel campo, pur negli
inevitabili condizionamenti che derivarono dalla situazione sociale del loro
tempo. La loro vita chiarisce come quella delle comunità di famiglie è solo una
delle vie possibili di impegno: ve ne sono altre, che sono necessarie al
progresso sociale dei valori di fede.
Si viene da tanti anni di divisione e diffidenza reciproca. La pace non
si farà in pochi mesi. Occorreranno anni. Occorre maturare una confidenza
reciproca. Incontrarsi sistematicamente, come abbiamo fatto in Quaresima è la
via giusta, senza scoraggiarsi. Ieri ho ricordato il processo di pace in Irlanda, che
ha richiesto vent’anni, dopo che per un uguale periodo ci si era combattuti,
tra credenti cristiani divisi dalla politica.
C’è, nella nostra Chiesa, una guerra, animata da molta mondanità
spirituale, che si combatte da anni, dagli anni Sessanta. Proponiamoci di
distanziarcene, rifuggiamo dalla tentazione di combatterla, in particolare cerchiamo di ripudiare il pessimo e arbitrario costume di scomunicarci a vicenda per vie di fatto, accusandoci sbrigativamente gli uni gli altri di eresia e di influssi maligni, per poi tentare di mandar fuori gli altri o di silenziarli. La parrocchia sia il tempio di tutti i fedeli.
Capire le ragioni del conflitto richiede
memoria storica. Si potrebbe approfondire in gruppi di discussione tematici. Ormai si è scritto molto su questo tema.
Fino agli anni Cinquanta la nostra Chiesa era ancora fondata su gerarchia del
clero e dottrina. I laici erano come appiccicati alla gerarchia dall'esterno e andavano a rimorchio di essa. La gerarchia era ancora molto collegata con la politica degli
europei. Dopo la Seconda guerra mondiale il mondo prese a cambiare velocemente:
gli europei persero posizioni di dominio, ci fu la decolonizzazione, quindi la
liberazione e l’autonomia dei popoli non
europei, in passato dominati dagli europei dal punto di vista politico, culturale e spesso anche religioso. Si ritenne necessario, per la diffusione della fede in questo nuovo mondo, liberare la vita religiosa da quel collegamento con la
politica degli europei, con il loro dominio politico. Erano i popoli ad emergere: si
volle farne gli agenti del cambiamento. In questo quadro vennero ampliati gli spazi dei laici, che ebbero piena cittadinanza ecclesiale, voce in capitolo, il riconoscimento di una loro competenza negli affari sociali e nel progresso economico e scientifico. In Italia la Chiesa, nel suo lungo
conflitto con i nazionalisti italiani, aveva imparato ad organizzare le masse
in modo da renderle protagoniste del cambiamento politico. Aveva fatto tirocinio di lotta politica. Non tutti condivisero il nuovo. Il nuovo corso fu
contrastato da chi voleva tornare alla situazione di prima, almeno in Italia. Si formarono due fazioni: progressisti e reazionari. La gerarchia ne fu sconcertata, si mantenne su posizioni conservatrici, pur disperando di poterle difendere. Entrambe le fazioni in conflitto mobilitarono le masse, in direzioni diverse, come lo si era fatto nella lotta al socialismo e al liberalismo ateo. L’inizio del
conflitto risale agli anni ’70 in cui si organizzarono i gruppi contrapposti,
con la riforma dell’Azione Cattolica in senso più democratico, dandole il principale scopo dell'attuazione dei principi del Concilio Vaticano 2°, e l’organizzarsi
dei movimenti della cultura della
presenza, che volevano contrastare il cambiamento facendo forza su comunità
molto coese, unificate da tradizioni religiose, culturali ed etniche e da concezioni familiari patriarcali. Inconsapevolmente, in genere, stiamo combattendo, in parrocchia,
questo conflitto. Lo si può superare distanziandosene, rinunciandovi. Inutile
cercare di prevalere. Nella lotta ci siamo solo inutilmente estenuati. Divisi, i nostri rispettivi potenziali di bene hanno funzionato peggio. Ci siamo ostacolati a vicenda. Che sarebbe successo se avessimo imparato la coesistenza pacifica, come, ad un certo punto, si fece nell'Europa Occidentale dopo l'ultimo conflitto mondiale?
Quello che non sembra potersi ottenere al vertice, per l'alto livello di mondanità spirituale che lo permea, forse può riuscire meglio in una realtà di base come la parrocchia, dove si può arrivare a conoscersi meglio.
Quello che non sembra potersi ottenere al vertice, per l'alto livello di mondanità spirituale che lo permea, forse può riuscire meglio in una realtà di base come la parrocchia, dove si può arrivare a conoscersi meglio.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

